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Riccardo Conti
La Toscana non è un «buen retiro»
3 Febbraio 2008
Il paesaggio e noi
"L'ambientalismo del fare" contrapposto alla tutela "contemplativa". Nella postilla il commento all'attacco al nuovo Codice. Da l’Unità, 3 febbraio 2008 (m.p.g.)

In maniera non convenzionale voglio parlare di una iniziativa interessante a cui mi è capitato di partecipare e intervenire, il convegno «Ambientalismo del fare» organizzato dal Pd a Firenze. Credo sia importante un’impostazione “positiva” delle politiche ambientali, in un clima innovativo, di svolta, che qualifica e riscatta la politica riformista da un ambientalismo ristretto e localistico con cui ci troviamo troppo spesso a fare i conti e che tende a esprimersi in cartelli del no. Tuttavia, mi pare che si debbano rilevare due problemi su cui è bene proseguire la discussione.

Il primo, di carattere generale, riguarda le politiche sui beni paesaggistici e il codice Settis, positivo per alcuni, assolutamente da rigettare per altri in quanto - cito le parole del presidente della Regione Toscana Claudio Martini - «un micidiale passo indietro che ci condanna all’arretratezza». Siccome le posizioni di Claudio Martini sono anche quelle delle altre Regioni e delle autonomie locali, credo sia giusto che il Pd apra una seria discussione, senza abbandonarsi a visioni e a timori centralistici.

La seconda questione riguarda una discussione più specifica sulla Toscana e i gruppi dirigenti del Pd e un rilievo critico su alcune dichiarazioni di Dario Franceschini che, a me che ho sostenuto che la Toscana non vuole essere solo la regione del “lardo di Colonnata”, ha ribattuto che gli imprenditori che fanno prodotti di nicchia rappresentano il nostro biglietto da visita vincente, lardo di Colonnata in testa. Ora, lasciamo in pace il lardo che è innocente, attività benemerita e gradita, ma se Franceschini, ferrarese, si sentisse dire che il biglietto da visita dell’economia emiliana è rappresentato dall’aceto balsamico, forse avrebbe anche lui da obiettare.

Dietro la discussione “lardo di Colonnata e sviluppo toscano”, si nasconde un problema che trovo utile riproporre quale riflessione a proposito del rapporto tra Pd toscano e nazionale. La Toscana non è l’Arcadia, terra di buen retiro, buona solo per i fine settimana di turisti d’elite e ospiti illustri, ma una regione moderna. Che vanta eccellenze di tipo industriale, dal Nuovo Pignone alle imprese postindustriali e postdistrettuali fino al polo siderurgico di Piombino.

Intorno a Firenze esiste il terzo polo metalmeccanico del Paese, tra Firenze e Pisa si trova il secondo polo della ricerca scientifica italiana. La parola chiave a me pare "innovazione" e ciò riguarda il complesso della regione: produzioni tipiche, industria, terziario. Aggiungo anche innovazione ecologica e ambientale. Siamo un pezzo di Italia di oggi e solo con una iniezione di dinamismo potremo fare buone politiche per un territorio capace, in grado di porsi in modo sostenibile e competitivo in Europa e nel mondo.

In ampi settori dell’opinione pubblica progressista invece, e anche nel Pd, esistono della Toscana immagini lusinghiere ma troppo ristrette e contemplative che alla fine rischiano di creare qualche equivoco di non poco conto con i ceti più dinamici della cultura, del lavoro, dell’impresa.

Attenzione, il punto è politico. Perché in Toscana siamo in grado di esprimere opinioni e azioni guidate da strategie alte e complesse - il Piano regionale di sviluppo, il Piano di indirizzo territoriale - e, se non è chiedere troppo, quando si parla di Toscana, i dirigenti del Pd potrebbero tenerne conto. Perché la nostra collocazione nella divisione del lavoro la scegliamo noi toscani. E ci piacerebbe fosse apprezzato l’atteggiamento riformista del Pd toscano e dei suoi dirigenti che potrebbero amministrare una posizione di rendita anche elettorale, e invece hanno scelto di mettersi in discussione con visioni innovative e coraggiose che tengono insieme città d'arte e grandi centri industriali, porti e centri di ricerca, tutela e sviluppo.

Come ha scritto su Repubblica Ilvo Diamanti, il contraccolpo di una politica troppo “romana” in certe zone come la Toscana, abituate a una politica partecipata, attiva, dotata di “autonomia”, potrebbe far correre il rischio non solo di impoverimento politico e culturale, ma di perdita di egemonia fino a pericolose derive elettorali.

Assessore al territorio e alle infrastrutture

Regione Toscana

Postilla

Quel che temevamo sta purtroppo accadendo, il fronte regionale, già ostile ai pur cauti emendamenti al Codice introdotti da Buttiglione nel 2006, si sta ricompattando su un'opposizione netta e senza margini di discussione nei confronti di quello che, probabilmente in dispregio nei confronti del ministero, viene definito “codice Settis”, il quale, senza mezze misure, è bollato da Martini come «un micidiale passo indietro che ci condanna all’arretratezza».

Lo scontro era prevedibile e costituisce, in fondo, lo sbocco di una stagione di contrapposizione istituzionale strisciante della quale, già in altre occasioni, abbiamo sottolineato la sterilità, ma che rientrava, a pieno titolo, in una pratica non negativa e trasparente dell'agire democratico.

In tutto l'articolo, però, al di là della solita polemica nei confronti del turismo elitario della domenica, ritenuto quindi uno dei pericoli maggiori per l'agognato sviluppo del territorio, non è dato riscontrare il minimo rilievo di merito ai contenuti degli emendamenti licenziati dal Consiglio dei Ministri. La solita sequenza di parole d'ordine quali “innovazione”, “iniezione di dinamismo”, "strategie alte e complesse" che avevano connotato il P.I.T. Toscano e sulla cui pochezza culturale eddyburg si era già espresso.

Ma l'opposizione al Codice si ammanta ora, nelle parole di Conti, di aspetti davvero inquietanti, che è lo stesso autore a sottolineare con un richiamo: “Attenzione, il punto è politico” e che culminano in quelle “pericolose derive elettorali” evocate in explicit. L'intervento nel suo insieme si pone come un messaggio esplicito nei confronti dei propri referenti politici nazionali affinchè intervengano contro la visione “centralistica” propugnata dal Codice, a meno che non vogliano rischiare un “impoverimento politico e culturale” che una regione “dotata di autonomia” come la Toscana potrebbe essere tentata di attivare.

Che il Codice possa essere criticato, nel merito e nel metodo di elaborazione, non si discute, ma che invece di affrontare una confronto pur acceso nelle sedi deputate (Conferenza Stato regioni) e con gli interlocutori istituzionalmente preposti (Ministero beni culturali in primis) si preferisca inviare messaggi trasversali per via partitica è un ennesimo tristissimo segnale della deriva della nostra vita democratica. (m.p.g.)

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