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Ugo Mattei
La svolta referendaria
2 Giugno 2011
Articoli del 2011
Vincere i referendum è il passaggio decisivo per affermare «la nuova progettualità radicalmente alternativa rispetto alla visione che ha fin qui dominato e che ancora spadroneggia al governo e in Parlamento». Il manifesto, 2 giugno 2011

Incassato il trionfo dei ballottaggi ed il previsto via libera della Cassazione al referendum sul nucleare, si tratta ora di dare pieno significato politico al primo successo della sinistra nella storia della seconda repubblica. I successi di candidati autenticamente alternativi a Napoli, Milano e Cagliari, sebbene assolutamente necessari per iniziare finalmente ad invertire la rotta anche in Italia dopo vent'anni di pensiero unico, non sono di per sé sufficienti. È fondamentale, per dare un senso politico nazionale a questo vero e proprio rinascimento della coscienza civile e politica italiana, vincere i referendum il prossimo 12 e 13 giugno. L'affluenza alle urne, piuttosto bassa anche ai ballottaggi, rende l'idea di quanto ciò sia difficile. Tuttavia è proprio il referendum il passaggio essenziale per dimostrare la vocazione maggioritaria di questa nuova progettualità, radicalmente alternativa rispetto alla visione che ha fin qui dominato e che ancora spadroneggia non soltanto al governo ma anche in Parlamento.

I referendum infatti (proprio come i candidati vincenti di Milano, Napoli e Cagliari) letti nel loro insieme, rompono senza ambiguità con il ventennio del pensiero unico. Quelli sull'acqua possono finalmente mettere la pietra tombale sull'ideologia delle liberalizzazioni che ha avuto, e in gran parte ancora ha, nel Partito democratico (incluso il segretario nazionale) una sua roccaforte. Da anni raccogliamo dati a livello internazionale sui risultati effettivi delle privatizzazioniliberalizzazioni (per fortuna nessuno perde più tempo cercando di distinguere i due concetti). Da ben prima della grande crisi del 2008 siamo stati capaci di redigere, con metodo empirico, le leggi ferree che le governano: aumento delle tariffe; riduzione degli investimenti (anche sulla sicurezza: vedi ritorno dell'epatite A in Inghilterra); aumenti dei compensi dei manager; aumento dei budget per la pubblicità (necessari per controllare l'informazione). Da anni sappiamo che la gestione privata è incompatibile con i beni comuni, perché essi (ciò vale anche per i servizi pubblici diversi dall'acqua, come il trasporto e la gestione dei rifiuti) resistono alla logica produttivistica ed aziendalistica e vanno governati nella logica ecologica della riproduzione (in altre parole devono essere sostenuti da sussidi perché il loro valore è ecologico) e della soddisfazione dei diritti fondamentali.

Da anni sappiamo che la contrapposizione fra pubblico e privato, declinata nella (falsa) alternativa secca a somma zero fra Stato e mercato (più stato=meno mercato; più mercato=meno stato) stritola i beni comuni come una tenaglia, perché stato e mercato, lungi dall'essere antitetici, sono il prodotto storico della stessa logica individualistica, gerarchica e competitiva che, se non imbrigliata da processi politici autenticamente democratici e partecipativi, produce soltanto violenza e saccheggio. Stato e mercato cospirano contro i beni comuni e la follia nucleare costituisce la quintessenza di tale tradimento dell' interesse pubblico (ossia collettivo) a favore di quello privato (sia esso delle imprese beneficiarie degli appalti o dei partiti appaltatori). La questione nucleare non c'entra con quella energetica! Essa, come la costruzione delle Piramidi nell'antico Egitto o le grandi dighe nelle società idrauliche, serve soltanto a costruire un modello di controllo sociale fondato sulla centralizzazione piena del potere e delle risorse, sull'ideologia securitaria ed autoritaria e sull'annientamento delle libertà civili fondamentali dei cittadini. Contro questo modello di sviluppo si sono ribellati i movimenti. I referendum rimettono all'ordine del giorno la necessità che i requisiti della «pubblica utilità», della «riserva di legge» e dell'«indennizzo equo» non accompagnino solo l'espropriazione del privato a favore del pubblico ma anche del pubblico a favore del privato.

Quella iniziata ieri è una fase costituente decisiva per il nostro paese e forse anche oltre i nostri confini. L'elettorato italiano ha detto basta ad una subcultura politica incapace di adeguarsi alla crisi che stiamo vivendo, ad un linguaggio e ad una prassi che ripetono un triste mantra di continuità culturale come se la fine della storia non fosse a sua volta finita. È un mantra che, in nome dello sviluppo e di una falsa concezione dell'economia, sa solo offrire un modello di convivenza triste, competitiva, senza rete. Un modello a cui gli elettori stanno finalmente reagendo. Insieme possiamo finalmente costruire un'Italia in cui sia più bello per tutti vivere.

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