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Daniele Martini
La strana storia di Marrazzo e dell'Ospedale San Giacomo
3 Dicembre 2009
Roma
Dietro la chiusura dell’antico nosocomio romano, non solo una storia di malasanità, ma una gigantesca speculazione immobiliare. Da Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2009 (m.p.g.)

A un anno dalla chiusura, l’ospedale San Giacomo di Roma appare come un nobile decaduto, un vetusto edificio del centro storico condannato ad un futuro di abbandono. Gli ingressi sono sbarrati e nessuno è in grado di dire se e quando là dentro rientrerà un po’ d’aria. Il portone su via Canova viene aperto ogni tanto per permettere agli operai lo smontaggio di qualche residuo pezzo sanitario pregiato e per consentire ai facchini di imballarlo, caricarlo sui camion e portarlo chissà dove. L’altro ingresso su via di Ripetta è addirittura inchiodato con le assi di legno come usa con quegli immobili che per una ragione o per un’altra finiscono nel dimenticatoio, lasciati ai topi e ai piccioni. Per i romani è un colpo al cuore vedere il vecchio San Giacomo ridotto in quelle condizioni.

Ai non romani quel nome forse dice poco o nulla perché non conoscono le vicende che hanno portato al triste abbandono, e se le conoscono probabilmente le hanno catalogate in fretta tra i cento e cento brutti episodi della sanità contestata. In effetti è così, di malasanità si tratta, ma fino ad un certo punto, perché la storia del San Giacomo è anche qualcosa di diverso e di peggio.

Più passa il tempo e più prende corpo l’idea che l’affare dell’ospedale chiuso sia legato da mille fili alla storia del caso Marrazzo, l’ex governatore del Lazio travolto dallo scandalo delle trans e prima ancora finito impigliato in una rete vischiosa di ricatti. Intorno a quella vicenda frullano interessi immobiliari giganteschi su cui si affacciano personaggi di spicco. Ci sono i soliti costruttori romani, l’onnipresente Franco Caltagirone, proprietario del Messaggero e di una catena di quotidiani, e Domenico Bonifaci, editore del Tempo, l’altro giornale romano. E poi gli Angelucci, i self made men per antonomasia della sanità, creatori dal nulla di un impero di cliniche nel Lazio, in Abruzzo e Puglia. Anche gli Angelucci sono editori di due giornali collocatiin aree assai distanti: il Riformista nel centrosinistra e dall’altra parte Libero, il quotidiano che per primo a metà luglio ha visionato i video di Marrazzo e le trans.

La carrellata di big affacciati sull’affare San Giacomo non è finita. Nella lista compare anche Alfredo Romeo, imprenditore campano già condannato a 4 anni ai tempi di Mani Pulite e un anno fa di nuovo coinvolto in una storia legale di appalti irregolari per la manutenzione delle strade a Napoli e Roma con contestazioni da lui sempre respinte. Romeo ha in gestione il patrimonio immobiliare pubblico capitolino ed è, come si usa dire, un affarista di area, ammanicato con tutti, ma in particolare confidenza con Claudio Velardi, personaggio poliedrico, manager, editore, politico, fino a qualche mese fa assessore nella giunta Bassolino in Campania e ancor prima uno dei più stretti consiglieri di Massimo D’Alema.

E poi, dulcis in fundo, ecco l’ex governatore Pd del Lazio, Piero Marrazzo. È stato Marrazzo ad esporsi più di tutti per la chiusura del San Giacomo a dispetto di qualsiasi considerazione di ragionevolezza e anche a costo di contraddire se stesso. Perché la serrata dell’ospedale romano non solo è avvenuta a passo di carica, in appena 70 giorni, un record mondiale, ma è stata attuata dalla Regione Lazio dopo che la stessa Regione si era fatta carico di una gigantesca operazione di ristrutturazione dei 32 mila metri quadrati dell’immobile, con una spesa di circa 20 milioni di euro, come se la chiusura fosse un evento impensabile. Per mesi Marrazzo ha continuato ad inaugurare in pompa magna padiglioni e laboratori modello di un ospedale che poi di punto in bianco, come se niente fosse, ha deciso di sprangare. Tanto che oggi visto da fuori quell’immobileha l’aria vecchia, ma dentro è un gioiellino tutto nuovo e lucente, con macchinari costosi ed efficienti, dalla Tac alla risonanza magnetica ad una farmacia completamente computerizzata.

C’è un momento in cui Marrazzo ha fatto l’inversione ad U sul san Giacomo ed è il 15 luglio 2008, giorno in cui è stato nominato dal governo Berlusconi commissario per la Sanità laziale, proprio con il mandato di riparare ai suoi stessi errori oltre a quelli dei predecessori, controllore di se stesso, in pratica, un caso da manuale di conflitto di interessi indotto. Diciotto giorni più tardi il governatore-commissario firma la delibera di soppressione del san Giacomo. Motivazione ufficiale: la sanità del Lazio è in braghe di tela, indebitata fino agli occhi, l’ospedale romano costa troppo, è fuori dai parametri posti letto/abitanti e deve essere venduto per fare cassa. All’apparenza è un ragionamento serio, anche se molti addetti del ramo lo contestano punto per punto, cifre alla mano. Ma è anche un ragionamento che fa a pugni con le delibere di spesa firmate dallo stesso Marrazzo fino a cinque minuti prima e soprattutto lascia interdetti alla luce di ciò che fino a quel momento per la Regione ha significato fare cassa con l’immenso patrimonio della sanità.

Dal 2004 al 2007 nel Lazio è stata perpetrata in silenzio la più grande svendita di beni pubblici posseduti dalle aziende sanitarie e in parte riconducibili allo stesso San Giacomo: 950 immobili della Asl Rm A nel centro di Roma, area del Tridente tra piazza di Spagna e piazza del Popolo, 100 mila metri quadrati ceduti ad un prezzo ridicolo, poco più di 200 milioni di euro, 2 mila euro a metro quadro in media, a fronte di un valore di mercato più che doppio, forse triplo. Una gigantesca operazione di cui sono stati protagonisti l’imprenditore Romeo, la sezione immobiliare della Banca nazionale del Lavoro e la Gepra Lazio, società che, secondo quanto scritto dal Sole 24 Ore, avrebbe un’appendice in Irlanda, paese con un regime fiscale favorevole.

Il complesso del San Giacomo con molta probabilità avrebbe dovuto essere il secondo tempo di quella gigantesca partita immobiliar-sanitaria. Ma, a differenza degli immobili di piccola taglia, finiti presumibilmente in mano a tanti fortunati Gastone, essendo l’ospedale un blocco unico, anche il pretendente all’acquisto non poteva che essere unico o al massimo pochi, i soliti immobiliaristi, i cavalieri del mattone capitolino interessati a trasformare il nosocomio in un residence. GLI STESSI che ora stanno puntando su un altro boccone dell’abbuffata immobiliar-sanitaria laziale, il patrimonio dell’ex Pio Istituto S. Spirito e degli Ospedali riuniti di Roma, 18 mila ettari di tenute in zone di pregio, comprese alcune affacciate sul mare a nord della Capitale, a Santa Severa e Palidoro. Più altri 41 stabili a Roma suddivisi in 266 appartamenti e un palazzo nella centralissima via del Governo Vecchio. E poi decine di fabbricati e palazzi a Monteromano, Tarquinia, Castelguido, ancora Palidoroe Santa Severa.

Sarà difficile che qualcuno possa fermarli. Le proteste per il San Giacomo, per esempio, non sono state neanche prese in considerazione. A nulla un anno fa valsero le 60 mila firme raccolte, le contestazioni, i sit-in di uno schieramento composito ma unito nella denuncia di quello che considerava un inspiegabile sopruso. Si mobilitarono i pazienti in primo luogo, soprattutto i 100 in dialisi, che da un giorno all’altro vedevano sparire una struttura valida su cui avevano fatto affidamento per anni. E i 1.700 malati del reparto di oncologia poi costretti a rivolgersi al Nuovo Regina Margherita dove non erano pronti per un afflusso del genere. Scesero in piazza i residenti della zona e protestarono anche i medici, i quali fecero presente quanto fosse irrazionale una scelta così drastica in assenza di un piano sanitario generale regionale che decidesse cosa, dove e come tagliaresulla base di esigenze studiate e condivise.

Marrazzo non volle sentir ragioni dimostrando una faccia di sé fino ad allora sconosciuta: quella del decisionista testardo. La macchina della chiusura e del successivo business immobiliare si mise in moto e sarebbe arrivata fino in fondo se non fosse spuntato l’imprevisto: il testamento del cardinale Antonio Maria Salviati scoperto da Oliva, una sua discendente. Quel documento risalente al lontano 1592 stabiliva in modo chiarissimo che il cardinale regalava l’immobile alla città di Roma a patto che il suo uso di ospedale fosse conservato nei secoli. A un passo dalla meta il grande affare immobiliare saltava. Dal cilindro ecco che spunta allora un piano B. Lo illustra il viceministro alla Sanità, Ferruccio Fazio, alla irremovibile Oliva Salviati consegnandole un’“ipotesi di ridestinazione/riconversione dell’ospedale San Giacomo” che sembra una proposta di mediazione.

Al punto 2 c’è scritto: “Mantenere per la struttura una finalizzazione sanitaria a carattere extraospedaliero compatibile con il vincolo di destinazione d’uso”, un modo arzigogolato per dire, in sostanza, che il San Giacomo potrebbe diventare una Rsa, residenza sanitaria per anziani. Sembra un’idea studiata apposta per gli Angelucci, specializzati proprio in cliniche di quel tipo. Il progetto bis procede sotto traccia per mesi e rispunta a pagina 203 del piano sanitario regionale 2009-2011 preparato da Marrazzo e presentato un mese e mezzo fa. Con il gergo burocratico-sanitario tipico si prevede una “riconversione del San Giacomo in ospedale del territorio a forte integrazione socio-sanitaria”. E’ una frasetta all’apparenza innocua, ma per molti è il segnale atteso, per altri, invece, è come una miccia accesa. Tre giorni dopo scoppia lo scandalo delle trans e Marrazzo salta.

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