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La rivincita dei punico-fenici di Tuvixeddu
9 Febbraio 2010
Sardegna
Salva la necropoli punica: gli articoli di Francesca Ortalli e Giorgio Todde (nel testo corretto) su L'Unità, 8 febbraio 2010

La necropoli Tuvixeddu è salva

di Francesca Ortalli

uvixeddu è salva. Sulla necropoli punico-fenicia più grande del Mediterraneo, incastonata nei colli di Cagliari il cemento non arriverà. Lo dice la sentenza del Consiglio di Stato n° 00538 del 24 novembre 2009 e pubblicata il 5 febbraio scorso. Senza troppi giri di parole si annulla l’autorizzazione paesaggistica del 25 agosto del 2008 concessa dal Comune di Cagliari alla Nuova Iniziativa Coimpresa di Gualtiero Cualbu. Era questa l’impresa che, facendosi forte di un accordo di programma sottoscritto nel duemila insieme alla la Regione guidata allora da Mario Floris, e al Comune di Cagliari (sindaco Mariano Delogu oggi senatore Pdl) voleva costruire tra le tombe antichissime: 150 mila metri cubi di palazzine spalmate tra viali alberati e fioriere traboccanti di verde al posto di pezzi di storia perché rende più il mattone della cultura.

I giudici di palazzo Spada hanno detto che quell’autorizzazione non poteva essere concessa. E che bene aveva fatto il soprintendente di allora, l’architetto Fausto Martino ad annullarla. Si legge infatti nel documento che, «volendo sinteticamente riassumere, le ragioni poste dalla Soprintendenza a fondamento del disposto e contestato annullamento possono essere illustrate nei termini di seguito indicati: carenza di motivazione del parere espresso, a fini paesaggistici, dalla Commissione edilizia; carenza della relazione paesaggistica, destinata a costituire parte integrante del progetto approvato, adozione dell’autorizzazione paesaggistica sulla base di documentazione diversa da quella presa in esame dalla Commissione edilizia».

L’autorizzazione concessa dal Comune a Cagliari si basa, continua, «su un apparato motivazionale davvero stringato» così come «la compatibilità dell’intervento con il contesto urbano sulla base di argomentazioni superficiali». Ma c’è di più. I giudici di Palazzo Spada sottolineano che a causa della modifica del Codice Urbani del 31 dicembre 2009, il parere della Soprintendenza è vincolante entro 45 giorni dalla richiesta. Questo significa che l’impresa di Cualbu se vorrà costruire sopra la necropoli dovrà iniziare tutto da capo tenendo conto questa volta di un parere vincolante della Soprintendenza. La stessa, per capirci, che si è rivolta al Consiglio di Stato per tutelare il colle.

Un duro colpo per l’imprenditore che aveva festeggiato con una bottiglia di champagne stappata in pompa magna l’arrivo alla guida della Regione di Ugo Cappellacci nel febbraio dello scorso anno. Durissima infatti era stata la battaglia contro il governatore Renato Soru, che aveva stoppato nel 2006 le sue betoniere con una delibera regionale. Ora sul colle di Tuvixeddu, per legge, i palazzi non si possono più costruire.

Che riposino in pace

di Giorgio Todde

Lord Carnarvon morì un anno dopo l’apertura della sepoltura del più celebrato dei faraoni. Il faraone, dice la leggenda, si offese per la violazione della sua pace.

A Tuvixeddu, la necropoli che si è miracolosamente conservata anche se asfissiata da una pappa urbana che l’assedia, era il cimitero della Cagliari fenicio punica e poi romana. Nei millenni si adattò alla storia. Divenne perfino insediamento rupestre e le tombe furono abitate sino a qualche decennio fa. Ha sofferto perché per più di mezzo secolo fu una cava e i lavori la alterarono anche se hanno prodotto un paesaggio di grande fascino.

Ha resistito ad ogni offesa ma stava per cedere, sfinita, ad un’impresa che vorrebbe edificare sul colle e all’amministrazione comunale che l’avrebbe dovuta difendere perché quel sito è irripetibile, ci rappresenta ed è di tutti. Ma dai primi anni novanta il progetto ha oppositori. L’archeologo Lilliu, accademico dei Lincei, lo boccia come “crimine contro l’umanità”.

E’ lievitato un intrico giuridico, nel quale, per la prima volta nella storia sonnolenta della città, il cui ago magnetico è rivolto al mattone, nasce uno spirito critico, dopo anni e anni di intelletti un po’ bambini, autorizzati a sognare e ricordare, sì, ma a lasciar stare il presente perché quello è riservato ai grandi. L’intrico, impossibile da raccontare in poche righe, vede l’Amministrazione regionale e la Sovrintendenza schierate in giudizio contro il Comune e l’Impresa. Un gruppo di intellettuali cittadini parla di “incestuose collusioni” tra chi imprende e chi governa la città. E viene inquisito. Giornali, tribunali, lettere aperte, televisioni. Perfino il Times, la Suddeutsche Zeitung, la Conferenza Europea delle Regioni. Ma tribunali amministrativi e le loro carte danno ragione all’impresa.

Per di più, si sa, cambia il clima politico in Regione. Tuvixeddu è agli sgoccioli e sta per cedere.

Ma accade che la procura si occupi delle vicende e che dalle indagini nasca un atto complesso, preciso, basato su una lucida analisi dei fatti.

L’ex Sovrintendente, quello che aveva negato l’esistenza di nuovi ritrovamenti e votato contro l’ampliamento dei vincoli, ha omesso, in commissione, le mille e passa sepolture, una parte delle quali nel frattempo erano finite sotto il garage di un palazzo. Se avesse detto la verità la storia di Tuvixeddu sarebbe stata un’altra.

Insomma, l’idea di un complotto anti-impresa, ipotizzato dai giudici del tribunale amministrativo, si sfalda e l’ipotesi si ribalta.

Emerge dall’atto del Piemme il quadro di una città nella quale non si distingue più chi amministra da chi imprende, la condizione che più di ogni altra ostacola il perseguimento del cosiddetto, invisibile a Tuvixeddu, Pubblico Interesse. Nelle pagine della Procura la documentata descrizione di un clima che conferma lo scenario di una comunità che si regge su rapporti nebulosi e confusi, le parti non chiare. Uno scenario che inquieta. Ogni cosa regolata da pochi, consolidati interessi, concentrati nella consunzione del paesaggio considerato come spazio da costruire. Tuvixeddu, le rive degli stagni immensi, luoghi che erano là da secoli ma concupiti e, in qualche modo, sottomessi all’interesse di pochi.

Poi il Consiglio di Stato, finalmente, emette una sentenza a favore del colle e l’autorizzazione a costruire un lotto sul colle è annullata.

Chissà che i defunti punici e romani, i quali non possono ricorrere al Tar, non abbiano trovato finalmente un modo per difendere la propria quiete.

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