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Franco Cordero
La perfida macchina del potere
7 Luglio 2006
Scritti su cui riflettere
Il morbido passaggio dalla democrazia alla dittatura nella "lectio magistralis" al Festival di Filosofia di Roma. Su la Repubblica del 7 luglio 2006 (integrale su MicroMega)

Da "MicroMega " pubblichiamo parte della "lectio magistralis" tenuta al Festival di Filosofia di Roma sul tema "Leviathan contro Dike"

Dove esista un monopolio normativo, incombe il pericolo, già individuato dai greci, che qualcuno diventi legalmente «kúrios tón nómon», padrone della macchina, abusandone. L’investitura popolare è via consueta ai regimi illiberali. Rinata la repubblica sulle spoglie della monarchia orléanista, domenica 10 dicembre 1848 i francesi votano un presidente che governi: stravince Louis-Napoléon, il cui carisma sta nel nome, 5.434.226 voti, contro 1.448.107 del generale Godefroy Cavaignac, ministro della guerra, autore d’una sanguinosa repressione a giugno; Alexandre Ledru-Rollin, 370.119; François-Vincent Raspail, 36.920; l’eloquente poeta Alphonse de Lamartine ne spigola 17.910. La Carta regola un ufficio quadriennale: al principe-presidente non bastano quattro anni; se ne piglia dieci con un sommesso coup d’Etat, 2 dicembre 1851, anniversario d’Austerlitz abilmente scelto perché gli elettori amano i ricorsi immaginosi, e gliel’approvano, 20 dicembre (7.439.216 sì, 640.736 no); undici mesi dopo, 20 novembre 1852, un plebiscito ancora più straripante rifonda l’Impero (7.839.000 contro 253.000). La dittatura mussoliniana nasce in forme legali. Altrettanto l’ascesa hitleriana.

Kniébolo, come lo chiama Ernst Janger, vola sulle ali del consenso popolare: attraverso cinque turni, settembre 1930 - luglio 1932, sale dal 18.3 al 37.3%; indi ripiega sul 33.1, settembre 1932; già cancelliere, miete il 43.9, marzo 1933; e ottiene d’emblée i pieni poteri, 441 voti contro 94, avendo garantito a Destra e Centro che li userà giudiziosamente; gli credono ritenendosi furbi. I meccanismi traslativi del potere legale sono adoperabili bene o male: a Weimar se li erano studiati nella forma più virtuosa; lavoro fine ma il diavolo s’impadronisce anche dei migliori manufatti; e arriva l’ex caporale dai baffi ridicoli, nell’occasione vestito comme il faut, cilindro, abito a code, ghette, foriero d’una terrificante catastrofe.

Le Havre, sabato 2 aprile 1831: Gustave de Beaumont e Alexis de Tocqueville s’imbarcano; vanno a studiare la riforma penitenziaria negli Stati Uniti. I Tocqueville sono una nobile e ricca famiglia normanna: il padre distava due passi dalla ghigliottina quando è caduto Robespierre; pativano l’usurpatore corso; naturalmente fedeli ai Borboni ma Alexis cova un molto cauto penchant liberale; studia diritto; s’addottora discutendo due tesi, «de usucapionibus» e «l’action en rescission ou nullité»; visita l’Italia in compagnia del fratello Edoardo; nominato uditore del tribunale versagliese, prende servizio, giugno 1827; lunedì 16 agosto 1830 presta giuramento alla Monarchia orléanista, decisione sofferta, poi chiede un congedo motivato dalla missione americana. In dieci mesi scarsi vede molto del nuovo mondo, avendo un’assai acuta vista intellettuale. Al ritorno dà le dimissioni. Fa carriera politica, senza averne la stoffa. Gli portano alte lodi i primi due tomi della «Démocratie en Amérique», editi da Gosselin, gennaio 1835. Con minore fortuna esce il séguito, meno vivo, 1840. L’autore coniuga gusti d’ancien régime e testa fredda, rassegnato al dominio delle classi medie. L’»omnipotence de la majorité» gl’ispira riflessioni memorabili. Mandato imperativo, voti frequenti, inflazione delle norme, instabilità (senza contare i malcostumi elettorali: domenica 7 ottobre 1849 Edgar Allan Poe muore a Baltimora d’un delirium tremens da crisi alcolica; era caduto in mano ai galoppini che sequestrano i passanti, li ubriacano e tengono nella stia, «coop», portandoli in giro a votare nei vari Polls). Quando abbia mano libera, l’organismo collettivo differisce poco dall’individuo. Troppo potere nuoce e il partito vittorioso costituisce «force irrésistible», nel lessico teologale «potentia absoluta»: l’opinione pubblica «forme la majorité», rappresentata nelle assemblee legislative; i governi ubbidiscono, idem la «force publique»; i jury le prestano voce; gli stessi giudici talvolta sono eletti; iniqua o dissennata che sia «la mesure qui vous frappe», bisogna subirla (I, 261ss., ed. Mayer, Gallimard, 1961). Stiamo meglio nel vecchio continente. Qui citerei un caso giudiziario tedesco, al culmine della parabola hitleriana. Fallita l’offensiva su Mosca, sopravviene una purga negli alti gradi militari: dimessi o dimissionari tre feldmarescialli; saltano trentacinque generali; uno è Erich Hoepner, comandante della 4a Panzergruppe, colpevole d’avere ritirato i resti delle sue quattro divisioni un attimo prima del permesso. Espulso dall’esercito, chiede la pensione: il tribunale lipsiense gliel’accorda presupponendo intangibili i diritti; l’infuriato Fahrer convoca il Reichstag (è l’ultima volta); al diavolo i diritti, l’ora richiede poteri extra ordinem esercitabili contro chiunque, senza limiti legali; sì, acclama l’assemblea; e domenica 26 aprile 1942, nella Kroll Opera, ore 16.24, Adolf Hitler diventa la Legge in persona.

Torniamo al nobile normanno. La «majorité» supera ogni dominio sinora subito dai sudditi europei: apud nos il pensiero sfida le tirannie; nemmeno i più asfissianti regimi assoluti comandano gl’interni d’anima; il dissenso s’annida persino nelle corti. In America, no: finché la maggioranza sia dubbia, «on parle»; appena abbia deciso, nessuno fiata più; saltano tutti sul carro; l’anonimo tiranno moderno modifica i cervelli. «La majorité trace un cercle formidable autour de la pensée»: finché stia nel cerchio, lo scrittore è libero; guai appena muove un passo fuori. Non sono più tempi da autodafé e roghi, naturalmente. Catene e patiboli erano arnesi grossolani. Avviene tutto in modi puliti: il deviante resta solo; qualunque cosa chieda, incassa rifiuti; gli negano tutto, cominciando dal riconoscimento dei talenti; credeva d’avere dei fautori; violata l’ortodossia, scopre d’essere un cane in chiesa; i vituperanti gridano; chi pensa come lui tace e s’allontana; alla fine, stremato dallo sforzo quotidiano, s’arrende vergognandosi d’avere pensato. Sotto monarchie assolute fiorisce la critica dei costumi: La Bruyère abita a corte; Molière vi recita commedie scandalose. L’America 1831 detesta lo specchio critico: l’opinione dominante esige lodi, chiusa nella «perpétuelle adoration d’elle-mome»; perciò l’ambiente sviluppa una letteratura fiacca. Libri empi sfuggono all’Inquisizione spagnola, così occhiuta. Oltre Atlantico non circolano perché non se ne scrivono e se qualcuno li scrivesse, nessuno li pubblicherebbe: esistono atei anche lì ma l’ateismo non ha organo editoriale; meglio così, commenta lui, non so quanto credente, convinto però che la religione venga utile quale connettivo e freno (ivi, 265 - 68). Siamo al capitolo antropologico: il culto della. majorité» alleva uomini mediocri (quante figure eminenti, invece, nella rivoluzione americana); dove «pubblico» e «privato» siano categorie fluide, essendo il sovrano «abordable de toutes parts», solo che uno alzi la voce, è frequente il mestiere del vivere sulle passioni altrui; s’ingrassano i parassiti, le anime deperiscono; lo spirito cortigianesco penetra dappertutto (ivi, 268s.).

I tableaux tocquevilliani illuminano esperienze italiane recenti. Parlavamo del Secondo Impero, in qual modo sia salito Louis-Napoléon, figlio dell’ex re d’Olanda e d’Ortensia Beauharnais, quindi due volte nipote dell’Imperatore: anima gentile, pensieroso, malinconico, mite, fatalista; era carbonaro in Italia; parla quattro lingue; studia e scrive molto, d’arte militare, storia, questione sociale. Non gli somiglia l’aspirante monarca italiano, ricco da scoppiare, famelico, cinico, ignorante, volgare, profittatore astutissimo, bugiardo qualunque cosa dica, monco del sentimento morale, istrione (finto sorriso, piagnisteo, ringhio): s’ingigantisce nell’abusivo monopolio delle televisioni commerciali, senza le quali non esisterebbe; salta sul palco politico; padrone dei numeri, distorce le norme commisurandole al suo tornaconto; tenta d’instaurare un regime signorile o meglio piratesco, perché le signorie superavano i particolarismi comunali; e manca poco che vi riesca; stavamo regredendo ai clan. Deo adiuvante, è caduto, grazie alla riforma elettorale combinata in extremis, contro quelli che presumeva vittoriosi: classica eterogenesi dei fini, una furberia suicida; ma nessuno con la testa sul collo lo crede innocuo o virtuosamente mutato; resta qual era, dietro l’angolo. Hanno maschera benevola le tirannie profetate nella «Démocratie en Amérique»: una servitù diffusa e calma avvilisce gli animali umani senza tormentarli; anzi, procura piccoli piaceri volgari; se ne saturano. Nello sfondo opera un’invisibile autorità tutelare dalla funzione inversa: padri e tutori conducono i figli o pupilli all’età virile; l’organo del dominio psichico fissa i sudditi a livelli infantili.

Tocqueville scrive come avesse sotto gli occhi lo slogan berlusconiano: «gli spettatori hanno undici anni», ma la soglia ideale è alquanto più bassa; l’ordigno frolla le volontà e spegne i cervelli; l’optimum è un armento timido, ebete, industrioso (frasi sue, ivi, II, 323ss.).

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