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La pastina nel sottoscala
11 Aprile 2011
1985, Italia Nostra, l’ambiente, Baia Sistiana

Dall'ottobre del 1985, abbiamo visto, Iannello è al vertice di Italia Nostra come segretario generale. Non è una scelta indolore quella compiuta dal sodalizio. Dentro Italia Nostra convivono due anime: la prima è legata a una visione di pura conservazione del bene culturale, a una tutela del singolo monumento minacciato; la seconda allarga lo spettro delle attenzioni, indaga sulle cause delle manomissioni, che spesso risalgono a scelte se non a interessi politici. Iannello, la cui candidatura è sostenuta da Cederna e da Elena Croce, è molto conosciuto ai vertici dell'organizzazione e si sa con certezza a quale delle due anime sia vicino. Il presidente di Italia Nostra, Giorgio Luciani, preferirebbe un altra persona, più in linea con la tradizione elitaria dell'organismo, che dovrebbe salvaguardare a tutti i costi la propria indipendenza, evitando a ogni costo di mischiarsi con la politica. Luciani non partecipa alla riunione che nell'ottobre del 1985 dovrebbe designare il segretario, inviando una lettera in cui lamenta di essere stato scavalcato. A una prima votazione viene eletto Cederna, ma l'autore di Vandali in casa rinuncia, lasciando aperto il varco per l'ingresso di Iannello.

La convivenza fra Luciani e Iannello è difficile. Troppo diversa le matrice culturale. Troppo distante la concezione dei compiti di Italia Nostra. Tanto Iannello è volitivo, vulcanico, quanto Luciani prudente e temporeggiatore. Tanto il primo spinge, quanto il secondo frena. A metà degli anni Ottanta il fronte ecologista è molto cresciuto, soprattutto sul versante della lotta all'inquinamento ambientale. Ed è proprio l'ambiente in senso generale il fulcro delle attenzioni, non solo il bene paesaggistico o artistico-culturale. Nel 1976 l'incidente di Seveso (dove dagli stabilimenti dell'Icmesa è fuoriuscita una nube di diossina) ha scosso l'opinione pubblica. Contemporaneamente si è alimentato il movimento antinucleare, che contesta la decisione del governo di avviare anche in Italia l'installazione di centrali. Le organizzazioni ambientaliste, Wwf e Italia Nostra, vivono con difficoltà questa stagione, incerte sullo schieramento in cui iscriversi. Intanto, nel 1979, nasce la Lega per l'Ambiente, che raccoglie molti esponenti delle associazioni più " anziane", scontenti del fatto che non si affronti con coraggio il nodo politico che si nasconde dietro le aggressioni all'ecosistema. In quello stesso anno si blocca un reattore nella centrale americana di Three Miles Island: prende corpo lo spettro che le fughe di sostanze radioattive siano incontrollabili e che i costi per rendere assolutamente sicuri gli impianti siano altissimi. Incidenti di altra natura si verificano in varie parti del mondo. Il più sconvolgente avviene nel 1984 a Bhopal, in India: una nube di isocianato di metile si propaga da uno stabilimento della Union Carbide, una multinazionale, e uccide migliaia di persone. Ma l'incubo è di nuovo il nucleare. Nell'aprile del 1986 si surriscalda un reattore d ella centrale di Chernobyl, nella regione sovietica dell'Ucraina. La reazione atomica è scongiurata, ma non la fuga di una nube radioattiva, che a velocità impressionante, dopo aver contaminato l'intera provincia di Chernobyl (dove ancora oggi causa leucemie e malformazioni) arriva in Polonia e si dirige verso altri paesi europei.

La tragedia provoca sgomento anche in Italia. Vengono vietati per quindici giorni latte e verdure fresche. Il movimento di opposizione si ingrossa in modo impressionante e quasi tutte le associazioni ambientaliste promuovono una raccolta di firme per un referendum che abroghi alcune norme per la costruzione delle centrali. Italia Nostra è fra queste, ma non era scontato che ci fosse. E' Iannello che spinge in questa direzione, convocando proprio nella sede romana del sodalizio una conferenza stampa insieme a Chicco Testa, presidente della Lega per l'Ambiente, in cui tutte le associazioni annunciano le iniziative antinucleari.

[…]

Nel giro di alcuni mesi le deboli strutture di Italia Nostra sono scosse da un ciclone. Iannello propone iniziative in tutte le direzioni, ha un invidiabile fiuto per scovare il marcio dietro un'oscura prosa burocratica o un rosario di commi. Spesso si muove da solo, in sintonia perfetta con gli ideali del sodalizio, ma scavalcando gli organi rappresentativi. E' caotico e accentratore. Dentro la struttura dell'organizzazione non ha molti interlocutori. Litiga spesso con la direttrice del bollettino, Serena Madonna. Si consulta frequentemente con Giorgio De Marchi, un avvocato che ha conosciuto tanti anni prima a casa di Tom Carini e che svolge funzioni di tesoriere. Ma in genere si fida poco dei suoi collaboratori. Raccoglie tutto sulla sua scrivania e così le carte si accumulano in un ammasso indefinito. Non ha grande dimestichezza con il comando. Pecca di goffaggine quando deve dare un incarico e anche le persone che meglio lo conoscono e più gli sono affezionati, come Bruna Lanaro, faticano a reggere i suoi ritmi.

Il risultato di queste incostanti scariche di adrenalina è però visibile fin dai primi mesi della sua segreteria. Italia Nostra riacquista il peso che aveva smarrito. La sua sigla compare nelle principali vertenze ambientali. Tutta la rete di conoscenze che Iannello ha intessuto nei giornali è mobilitata e segue con costanza le iniziative. L'architetto macina un volume di lavoro impressionante ed è costretto a rinunciare ad ogni altro impegno, compreso il lavoro presso il Crediop, dal quale si dimette definitivamente nel gennaio 1986.

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Non tutti, ai vertici di Italia Nostra, sopportano l'irruenza di Iannello. Lo si accusa di prendere iniziative solitarie, di convocare conferenze stampa, sottoscrivere appelli e denunce senza consultare gli organi direttivi. Lui obietta che le circostanze impongono spesso rapidità di movimento e che la carica di segretario generale non può restare imbalsmata come lo è stato per anni. Dalla sua parte sono schierate personalità di spicco dell'associazione, come Elena Croce e Cederna. Ma contro di lui viene usato anche il suo stile di vita. Italia nostra lo paga come consulente, due milioni al mese senza contributi, e il compenso non gli basta per vivere a Roma. In poco tempo consuma tutta la liquidazione del Crediop. Fino a un certo periodo gli viene pagata una pensione a pochi passi dalla sede. Ma questa soluzione lo irrita: perché mai Italia Nostra deve spendere dei soldi, quando ci si può arrangiare diversamente? E così per risparmiare Iannello si accampa nella sede dell'associazione, allestisce nel sottoscala del villino che si affaccia su un bel viale alberato dei Parioli una brandina e, chiusa da una tenda, una piccola cucina, dove si prepara delle minestrine sciapite, le sole che non gli rovinino troppo lo stomaco.

Ma la soluzione viene giudicata sgangherata. Qualcuno protesta, il decoro gli sembra ne abbia a soffrire. Iannello riprende una vecchia abitudine: quella di farsi ospitare da alcuni amici romani, che a turno gli offrono una stanza, una branda, un divano. Per un certo periodo trova alloggio in un appartamento di proprietà di Gerardo Marotta all'ultimo piano di un palazzo dietro il Collegio Romano. Ma è il divano che assume un rilievo quasi di simbolo. Poco prima di morire, malatissimo e immobilizzato, Iannello ha dettato a sua moglie una serie di appunti. Non ho capito con certezza cosa volesse farne: abbozzare un'autobiografia? Può darsi, ma lui sapeva di non averne più le forze. Forse è stato un tentativo di rivelare sé a se stesso, lui così avaro di intimità. Un modo per sciogliere nella scrittura - meglio: nella dettatura - tanti grumi di vita. Uno dei capitoli di questa ipotetica autobiografia avrebbe dovuto intitolarsi "Il divano", quasi fosse l'emblema di un'esistenza consegnata, oltre che alla precarietà economica, a un oggetto che trova posto in un salotto, sotto gli occhi di tutti, sul quale lui trascorre la notte, che dovrebbe essere la parte più privata della propria giornata e che invece ha qualcosa di irrimediabilmente pubblico.

I comportamenti di Iannello suscitano mugugni. Ma in almeno altre due occasioni emergono dissensi che investono la natura stessa di Italia Nostra. Il primo contrasto matura quando a Firenze si decide un grande insediamento di uffici, di alberghi e di centri commerciali in due aree di proprietà della Fondiaria, nella piana di Sesto, e della Fiat a Novoli. Il secondo quando vicino Trieste, nella baia di Sistiana, si progetta un gigantesco complesso turistico.

A Firenze, è la denuncia di Iannello, si sta compiendo un'operazione tipica di "urbanistica contrattata", con l'amministrazione pubblica che delega ai privati, oltre l'edificazione, anche il compito di disegnare una fetta del territorio cittadino. Il progetto prevede 4 milioni di metri cubi di cemento che travolgono "i tessuti storici della città", sottraendo la piana di Castello alla destinazione di parco, così come previsto dal Prg. La giunta di sinistra ha dato l'assenso, ma Iannello riesce a condurre sulle sue posizioni la Federazione giovanile del Pci che preme con energia sul vertice del partito. E ' uno scontro duro, durante il 1988, fra due concezioni ancora in conflitto nella sinistra tradizionale, quella concentrata sullo sviluppo a ogni costo e quella che si fa carico delle compatibilità ambientali. Alla fine sulla riottosa federazione toscana, una delle più consistenti e prestigiose in Italia, interviene direttamente il segretario nazionale Achille Occhetto, che sostiene la componente "verde". Iannello ottiene un doppio successo: il progetto viene bloccato e l'intera vicenda incide sulla faticosa conversione ambientalista in atto a sinistra. Ma l'episodio rivela anche un risvolto interno a Italia Nostra. Il presidente dell'associazione, il giornalista della Stampa Mario Fazio, subentrato a Giorgio Luciani, pur non ostacolando l'iniziativa che Iannello conduce insieme al vicepresidente Giovanni Losavio, non appone la sua firma al numero speciale del bollettino di Italia Nostra interamente dedicato all'operazione Fiat-Fondiaria.

Nella baia di Sistiana, dove Rainer Maria Rilke scrisse le Elegie duinesi , Renzo Piano ha firmato un progetto per un immenso complesso turistico, 253 mila metri cubi di cemento in superficie, più di 300 mila sotto terra. Nel febbraio del 1990 Iannello promuove un appello, sottoscritto da Cederna, Croce, Cervellati, Fulco Pratesi, Giuseppe Montalenti, Giulio Carlo Argan, Edoardo Salzano ed altri intellettuali, "perché sia evitata la privatizzazione di un ambiente ancora prezioso nel suo equilibrio tra natura e intervento dell'uomo". L'iniziativa viene presa nonostante il presidente della sezione triestina di Italia Nostra abbia compiuto uno studio, commissionato da Piano, in cui si condividono le scelte dell'architetto genovese. Piano reagisce e scrive una lettera a Iannello invitandolo a collaborare: "Perché non mi parla del progetto e non mi dà dei buoni consigli? Saranno ben accetti". Piano minaccia anche un'azione legale, che però non intraprende. Iannello non risponde. Un mese prima ha anche ricevuto una querela da parte del rappresentante della società proprietaria del suolo, la Fintour (il processo non si fa, perché Iannello viene assolto dal Gip). La sua posizione dentro Italia Nostra è molto precaria. Pietro Cordara, segretario di Trieste, non si sente affatto sconfessato dal segretario nazionale perché, sostiene, "Iannello non è più segretario nazionale". Inoltre, continua Cordara - che minaccia anche lui una querela senza seguito - Fazio non è al corrente delle sue iniziative e il direttivo nazionale di Italia nostra non ha mai preso posizione sulla baia di Sistiana.

E in effetti Iannello non è più segretario di Italia Nostra dal 3 febbraio del 1990, quando invia al direttivo una lettera di dimissioni. A questa scelta è quasi costretto, viste le tensioni e i dissensi che si sono accumulati sul suo conto. A favore di una sua permanenza continuano a essere schierati Cederna, la Croce e Losavio oltre ad altri esponenti di primo piano come il reggiano Renzo Campanini e il ferrarese Paolo Ravenna. Ma il clima è pesante. I dissidi con Fazio si moltiplicano. E al diretti vo le sue dimissioni sono accolte con dodici voti favorevoli, tre contrari e un astenuto.

Iannello, però, non è persona che si faccia scoraggiare se vengono meno i gradi sul risvolto della giacca. Non è più il segretario di Italia Nostra, ma continua la guerra contro il progetto di Baia Sistiana, insieme al Wwf e alla Legambiente, con un'altra sigla, Fondazione Zanotti Bianco, che prende il nome di colui che nel 1955 promosse Italia Nostra. Della Baia di Sistiana non si farà nulla. Il proprietario della Fintour nel 1993 viene arrestato per bancarotta fraudolenta.

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