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Corrado Stajano
La passione civile di un urbanista
9 Agosto 2010
Recensioni e segnalazioni
Recensione de “Le mie città”: non un testo pessimista, ma realista. Su Corriere della Sera, 9 agosto 2010 (m.p.g.)

«Non si può fare degnamente l’urbanista, e nessun altro lavoro intellettuale, senza passione. Senza passione sono i pedanti». Finisce con questa frase, sigla di una vita, il libro insolito di Vezio De Lucia, Le mie città, prefazione di Alberto Asor Rosa, (Diabasis, pp. 210, € 18). Insolito perché non è una seriosa analisi di mezzo secolo di urbanistica in Italia, ma una pudica autobiografia e insieme una memoria, ricca di personaggi, di fatti documentati, di speranze il più delle volte fallite, di momenti felici (gli anni Settanta) in cui, senza pretendere di cambiare il mondo, si sperò di far sì che l’Italia potesse avere, nel campo della pianificazione urbanistica, del paesaggio e della sua tutela, del rispetto del territorio (parola di cui ora si fa un gran blaterare), leggi degne di un Paese civile e culturalmente avanzato.

Ferruccio Parri era solito dire di aver fatto nella vita il proprio dovere, ma senza speranza, per «tigna», espressione piemontese che significa cocciutaggine, testardaggine. De Lucia non ha quella civetteria, di passione e di speranza ne ha avute tante, nonostante i conflitti, le ambiguità della politica, le sconfitte. La sua ultima difesa è stata sempre quella di «evitare il peggio», uno dei pochi obiettivi ai quali — ha scritto — si può ragionevolmente tendere.

Architetto e urbanista di grande valore, ha lavorato per un quarto di secolo nella pubblica amministrazione fino a diventare direttore generale dell’urbanistica del ministero dei Lavori pubblici. Ha diretto l’ufficio tecnico del commissariato per la ricostruzione di Napoli dopo il terremoto del 1980, ma ha avuto anche, negli anni Novanta, incarichi politici: consigliere della Regione Lazio e assessore all’urbanistica del Comune di Napoli ai tempi del primo mandato di Bassolino sindaco. Ha progettato poi i piani territoriali delle province di Pisa, di Lucca, di altri comuni.

Ma è stato soprattutto uno dei protagonisti del dibattito politico-culturale più aggiornato che, più nel passato che nel presente, si è tenuto in Italia sui temi urbanistici. Un suo intervento, a Eboli nel 2003, esprime con chiarezza i convincimenti che ha tentato di attuare nella pratica: «Il condono edilizio premia i disonesti ed è un insulto per le persone perbene. Mortifica gli amministratori più coraggiosi (…) favorisce gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio. L’abusivismo di necessità è finito da un quarto di secolo. L’abusivismo recente è un’attività criminale gestita da imprese collegate alla malavita organizzata. (…) Il condono farà incassare allo Stato una cifra inferiore a quello che occorre per finanziare il ponte sullo stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un’Italia diversa. Senza ponte e senza premi per i disonesti».

Propositi di un’urbanistica moderna, persino elementari nella prospettiva europea, ma difficili da realizzare in una società come la nostra punteggiata da quotidiani crolli di palazzine, dove lo «sfasciume pendulo sul mare», denunziato da Giustino Fortunato un secolo fa, non riguarda solo la Calabria, ma l’intero Paese, dove le grandi opere sono diventate indecenti occasioni di corruzione, imbrogli e affari immobiliari fuorilegge.

Le mie città è anche uno specchio del sottosuolo politico-amministrativo e dei comportamenti di una classe dirigente inadeguata. (De Lucia, nel 1990, fu licenziato sui due piedi dal ministro democristiano Giovanni Prandini perché «il suo modo di pensare non era omogeneo a quello del governo»).

Dal libro escono anche i ritrattini di persone spesso dimenticate, maestri e compagni, che si sono battute per un Paese civile. I ministri Pietro Bucalossi, Giacomo Mancini, Fiorentino Sullo che operarono con moderno spirito di responsabilità, osteggiati dall’establishment più retrivo e più legato agli interessi dei proprietari dei suoli. E poi, più di tutti, Antonio Cederna, che per tutta la vita si batté per un’Italia pulita, contro i palazzinari, la cementificazione delle coste, le periferie disumane. E con lui, Luigi Scano, Edoardo Detti, Antonio Iannello, Edoardo Salzano. E ancora, Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati, Italo Insolera, Giovanni Astengo, altri.

Vezio De Lucia non è un pessimista caratteriale, un realista, piuttosto, che scrive con pacatezza, alla costante ricerca delle energie positive che in questo Paese esistono, uomini e donne che seguitano a fare con la stessa «tigna» di Ferruccio Parri.

Che destino hanno avuto «i ragazzi del piano», gli allora giovani appassionati architetti che a Napoli lavorarono con De Lucia ai tempi della tragedia dell’Irpinia?

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