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Lodo Meneghetti
La maniera dell’urbanistica
15 Settembre 2006
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Cosa potrà servire una legge urbanistica generale migliore del disegno Lupi se

il territorio e le città continueranno, come oggi e non per colpa della mancanza di leggi, a riprodursi secondo procedimenti estranei a un onesto, legale principio di progettazione urbanistica? Estranei a interventi edilizi e infrastrutturali giusti non solo perché previsti nel dato piano vigente ma perché verificati come indispensabili per la società a quel momento o, al contrario, a un corretto malthusianesimo riproduttivo necessario alla preservazione dello stato ambientale raggiunto? Liberi da una concezione provinciale dell’architettura?

Ogni giorno conosciamo novità orribili: sindaci, giunte, presidenti, governatori e così via ai vari gradi dell’amministrazione urbana e territoriale ne decidono di tutti i colori, sbandierano grandi progetti, vantano soluzioni avveniristiche. Se non esiste lo strumento adatto lo creano immantinente, basta un nuovo compiacente Piano urbanistico comunale, oppure – il caso più frequente – scelgono la comoda politica della variante di un piano esistente, oppure ancora se ne impipano di vere o false coerenze strumentali (intanto vige lo scandaloso elenco delle sigle più fantasiose, p…a seguire ) e approvano i progetti per interventi proposti da imprenditori immobiliari spesso collegati a subalterni architetti di gran nome. Pronti, questi, a qualsiasi macello ambientale pur di costruire roba edile grossa e secondo girandole di destinazioni, o gigantesche infrastrutture come fronti a mare connessi al proliferare dei porti turistici, campi di golf in bei territori ancora intatti, grimaldello di desiderate speculazioni edilizie al contorno, “servizi” d’ogni genere purché non poveramente sociali. E avanti così senza respiro nelle città e nei centri grandi e piccoli secondo una specie di gara per richiamare più residenti, più transitanti, più soggiornanti, più studenti (vedi anche le indecenti contese fra le sedi universitarie), più commerci, più danaro, più speculatori.

Urbanistica vilmente contrattata che più non si può, allieva cresciuta del primo insegnamento milanese impartitoci dal Tronchetti Provera e dal sindaco Albertini al tempo dell’operazione immobiliare concertata alla Bicocca. Che ora ci pare modesta mentre scrutiamo l’orizzonte nazionale dei continui soprusi urbanistici pubblici/privati. E quelli, capi politici amministratori con varie etichette partitiche, che vogliono il loro personale tracciato di autostrada, strada, ferrovia, tramvia, metropolitana fuor dall’obbligo di discuterlo, valutarlo sotto tutte le visuali, politiche tecniche sociali paesaggistiche? E che intanto evitano di prendere immediati provvedimenti regolatori dello spaventoso traffico motorizzato privato temendo di perdere qualche voto?

Ma perché lo fanno? Approderà a un traguardo quella specie di gara col relativo elenco? Come potranno diventare realtà utile tanti progetti pretenziosi privi tra l’altro di una serio controllo costi/benefici? Probabilmente pensano al costruire costruire costruire come “sviluppo”, hanno quella visione falsa che lo confonde con l’espansione fisica urbana e territoriale quando la locuzione “sviluppo del territorio” (ci sono persino assessorati con tale titolo) è priva di senso; come può “svilupparsi” un territorio? Abbiamo verificato mille volte che, appunto, l’espansione fisica può coincidere col sottosviluppo economico demografico sociale e comunque non centra nulla con l’effettivo progresso di una società verso mete elevate, vale a dire almeno equamente ridistributive del benestare.

E se fosse che a comandare l’urbanistica del fare tanto e fare presto, un’urbanistica finalmente sciolta dagli ultimi freni morali, è anche il riciclaggio di una parte dell’enorme massa di denaro mafioso che cerca sbocchi dappertutto, in attività commerciali, industriali, finanziarie e piuccheperfette immobiliari? I nostri sindaci, presidenti, governatori credono forse che la mafia investa soltanto in pizzerie?

L’8 marzo 2003 Francesco Erbani ci informava in “Repubblica” che la Baia di Sistiana, comune di Duino Aurisina, ancora pressoché intatta quale residua testimonianza della bellezza costiera italiana, “vista dall’alto del sentiero che porta il nome di Reiner Maria Rilke, [avrebbe dovuto] sembrare una nuova Portofino, con l’insenatura, la piazzetta, il porticciolo, le casette e i portici”. I frequentatori e i collaboratori di Eddyburg conoscono la vicenda. La Baia è ancora lì nella sua veste originaria benché stropicciata e con qualche strappo. Una lunga battaglia condotta senza tregua da Wwf e Italia Nostra, sostenuta anche da alcuni di noi attivi in Eddyburg, ha impedito finora la realizzazione del progetto concertato in torbida alleanza fra le imprese proponenti, l’amministrazione regionale guidata dal pervicace presidente Riccardo Illy, l’amministrazione comunale duinese impersonata dall’altrettanto pervicace sindaco Giorgio Ret. Oggi sappiamo come la triplice stia approssimandosi alla meta. L’incredibile bravura di Dario Predonzan e del suo gruppo (Wwf e Italia Nostra) a contenderle in questi anni ogni passaggio della battaglia probabilmente non basterà.

Perché riproporre qui la questione di Baia Sistiana conosciuta e commentata dalla stampa nazionale? Per proporne un’altra analoga, però mancante finora di risonanza forte nell’opinione pubblica nazionale, riguardo a uno degli ultimi tratti costieri preservati quasi nel loro stato antico, sul mare per così dire simmetrico al Golfo di Trieste, il Mar Ligure. Siamo nella parte orientale della provincia di Spezia: che non sembra appartenere a una Liguria per il resto resa irriconoscibile da quasi un secolo di violenze ambientali d’ogni tipo. Quella che vanta le Cinque Terre patrimonio dell’umanità. Quella in cui c’è l’appartato comune di Framura (Sp) costituito da quattro piccoli centri separati e aggrappati alla china montuosa ricca di pini, lecci, ulivi, viti: uno (Anzo) alto sui primi dirupi a mare, due a mezza via (Ravecca e Setta), il quarto in costa di monte con la chiesa-fortezza (Costa, appunto). Il suo destino sembra segnato a causa dell’avvento, anche lì, del nuovo manierismo urbanistico locale. Riproduco dall’edizione genovese di “Repubblica” del 27 luglio, inserto “Il Lavoro”, il pezzo inerente a Framura di una tristissima rassegna regionale dal titolo “Il nostro mare oggi non vale una pista di motocross”. Scrive Giovanni Maina di Italia Nostra: “Ovunque si presenti un progetto o un Puc (Piano urbanistico comunale, il vecchio Piano regolatore tanto per capirci), o si lavora in deroga alla vigenti norme o si chiede che possano essere abbassati i vincoli conservativi in quanto considerati ‘vessatori’ per i cittadini. Esempio emblematico è proprio il nuovo Puc presentato dall’Amministrazione comunale di Framura. Su un territorio relativamente piccolo sono previsti ben 22 progetti con un rilevante impatto, 4 distretti di trasformazione di enormi dimensioni (due dei quali incidenti su un territorio incontaminato) con una previsione di raddoppio sia della popolazione residente che di quella fluttuante. Su 44 ambiti di intervento in ben 17 si chiede di abbassare i vincoli dettati dal Ptcp. Sul territorio interessato da progetti insistono ben due Sic (Siti di interesse comunitario). Con tutto questo spazio a disposizione come farsi mancare una pista di motocross per gare internazionali?”. In attesa della buona legge urbanistica nazionale. Così sia l’ultimo sigillo sulla realtà del Malpaese.

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