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La legalità della tutela
16 Febbraio 2011
Beni culturali
Un episodio apparentemente minore ci riconduce al tema della legalità anche per quanto riguarda i beni culturali e all’insipienza dei più alti livelli del Mibac. L’articolo di Erbani e il commento di Settis su la Repubblica, 16 febbraio 2011 (m.p.g.)

Svendita dei beni culturali due indagati al ministero.

Francesco Erbani

La commode di Antoine-Robert Godreaus è sotto sequestro, custodita dai carabinieri. Lo ha deciso il Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Procura che indaga sul tentativo di esportare il preziosissimo mobile del Settecento al centro di un tormentato contenzioso fra i proprietari, che vorrebbero trasferirlo all’estero, e chi sostiene che vada vincolato e debba restare in Italia. Nel procedimento figurano tre indagati: il segretario generale del ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, la direttrice regionale del Lazio, Federica Galloni, e l’avvocato Giovanni Ciarrocca. Il reato: abuso d’ufficio.

È un braccio di ferro che dura da anni e che investe una questione centrale nella tutela dei beni culturali: si possono esportare opere d’arte che, pur essendo in Italia, non sono opera di artisti italiani? E fino a che punto ci si può spingere nel far circolare pezzi pregiati del patrimonio e nel farne commercio? Sul destino della commode (XVIII secolo, appartenuta a Luigi XV, finissimi intarsi, valore stimato 15 milioni) si sono divisi storici dell’arte e una spaccatura si è aperta nel ministero. Ma l’iniziativa della Procura e la decisione del Gip svelano molti retroscena. Da una serie di intercettazioni telefoniche risultano, sostengono gli inquirenti, contatti fra soggetti privati e funzionari pubblici in coincidenza con la decisione, nel 2009, di rimuovere il vincolo sulla commode, un vincolo imposto nel 1986 e che ne impediva l’esportazione.

La commode, in Italia dagli anni Sessanta, era stata acquistata da un finanziere libanese, Edmond J. Safra. Nel 1999 Safra venne ucciso a Monaco in misteriose circostanze e il mobile passò a una fondazione con sede nel Liechtenstein. Nel 2006 l’avvocato Ciarrocca si rivolse al ministero per conto della proprietà chiedendo di togliere il vincolo. La vicenda si ingarbuglia. Il Comitato tecnico-scientifico del ministero si riunisce per due volte nel 2009. Una prima emette parere contrario all’eliminazione del vincolo. Ma un mese dopo cambia opinione. La Procura ha accertato che a entrambe le riunioni è presente, oltre a Cecchi, l’avvocato Ciarrocca, sebbene il suo nome non figuri nel verbale e violando una prassi consolidata. A ottobre del 2009, contro il parere dell’ufficio legislativo, Cecchi rimuove il vincolo. La commode, però, resta bloccata: la direttrice dell’Ufficio esportazione del ministero, Sandra Gatti, blocca il trasferimento e chiede che venga reintrodotto il vincolo.

L’inchiesta non è conclusa. Secondo indiscrezioni, sembra più grave la posizione della Galloni, che pur sollecitata a imporre il vincolo, non lo ha fatto, di quella di Cecchi, la cui decisione, si sostiene, può rientrare nella sua discrezionalità. La commode è comunque sotto sequestro e la Procura ha ancora tempo per far luce su tutta la vicenda.

Il dovere di tutelare i nostri capolavori

Salvatore Settis

Nel naufragio della tutela a cui assistiamo, le incaute esportazioni di oggetti d’arte con lo specioso argomento che non furono prodotti da artisti italiani sono un capitolo non marginale. Il Codice (2004), come già la legge Bottai del 1939, inserisce fra i beni culturali vincolabili «le cose mobili e immobili che presentano interesse artistico particolarmente importante» di proprietà privata. È una norma che si fonda sui caratteri intrinseci delle opere da tutelare, a prescindere dalla razza o dal sangue di chi le ha prodotte: un Mantegna e un van Dyck sono protetti secondo un identico livello di tutela.

Secondo qualche improvvisato "esperto", un’opera di artista straniero non farebbe parte del patrimonio artistico italiano (in particolare se è stata in Italia "da poco tempo"), e sarebbe esportabile e commerciabile secondo la normativa vigente sulla circolazione dei beni nel territorio dell’Unione Europea. Ma nessuna norma lega la validità del vincolo all’etnia degli artisti né ai tempi di permanenza in Italia. Ancor più incauto è il richiamo alla libera circolazione dei beni in Europa. Essa non si applica alle opere d’arte, che secondo le convenzioni Unidroit e Unesco possono circolare solo in conformità alla legislazione del Paese in cui si trovano. La circolazione dei beni di pertinenza italiana, anzi, non può includere il patrimonio artistico senza violare l´art. 9 della Costituzione.

I tentativi di togliere il vincolo alle opere di artisti stranieri possono avere una sola ragione: "aprire un varco" nelle maglie della tutela. Se prevalesse la logica del "va’ fuori d’Italia, va’ fuori o stranier", continuerebbe l’emorragia di preziosi arazzi di manifattura fiamminga, ma spesso con committenza italiana. Di questa pulizia etnica resterebbero vittime i van Dyck di Genova, i Rubens di Mantova e di Roma, l´Innocenzo X o il Francesco I d´Este di Velázquez, perfino i disegni di Borromini, ticinese di nascita. Ma l’arte non ha patria, o meglio ha per patria la tutela. Contro l´interessato provincialismo di chi vuol ridurre la storia dell’arte entro le strettoie di etnie in conflitto, riaffermare le ragioni della tutela è una battaglia di civiltà. Fa parte della lotta per la legalità costituzionale che sta impegnando il Paese.

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