loader
menu
© 2023 Eddyburg
Guido Viale
La guerra globale contro le donne
12 Gennaio 2016
Articoli del 2016
Ben più che un articolo su un quotidiano, un promemoria delle questioni che devono essereaffrontate e risolte, una richiesta d’impegno che riguarda tutti gli uomini, unutile manuale di comportamento per i potenti e per i semplici. Il manifesto, 12 gennaio 2016

Il manifesto, 12 gennaio 2016

Alla fine ilbubbone è scoppiato (“E’ bene che gli scandali avvengano”). L’aggressionecontro decine e decine di donne la notte di Capodanno, a Colonia e in altrecittà tedesche, ma anche in Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia, da parte difolti gruppi di uomini stranieri, prevalentemente arabi, mette in evidenza leenormi difficoltà a cui sta andando incontro la convivenza tra cittadini diorigine europea e immigrati; ora, dopo l’arrivo in Europa di un milione diprofughi nel giro di un anno, molto di più che in passato. E proprio per questomette del pari in evidenza la grande cura con cui questa difficoltà vaaffrontata.

E’ un evento,questo di Colonia, che non va né sottodimensionato né sottovalutato; non soloperché a impedire di farlo già provvedono e provvederanno sempre più sia lafuria razzista delle organizzazioni di destra che le dissertazionipseudoculturali sulla civiltà europea della stampa e dei media di regime; e nonsolo perché è verosimile che, seppure in altre forme, eventi come questo sianodestinati a ripetersi; ma soprattutto perché comprendere il meccanismo che loha messo in moto e il modo in cui maneggiare questa materia così delicata eincandescente è tutt’altro che semplice: volenti o nolenti, ci terrà impegnatia fondo nei prossimi anni. Alcuni punti possono essere però sottoposti allanostra riflessione fin da ora.

Innanzitutto sitratta di una manifestazione particolarmente disgustosa di una guerra di uominicontro donne: una guerra in corso, con diversa intensità e diverse manifestazioni,da sempre e su tutto il globo. Proprio per questo ci coinvolge tutti: nessunopuò chiamarsene fuori senza chiedersi se non c’è qualche nostro atteggiamento,comportamento o omissione, espliciti o rimossi, che quella guerra contribuiscein qualche modo ad alimentare o a perpetuare.

Per questo varigettata qualsiasi interpretazione che tenda a riportare quell’evento a unoscontro di culture o di civiltà: musulmani contro cristiani, o arabi rozzi eincolti contro europei civili, o popoli che soggiogano e disprezzano le donnecontro quelli che “le hanno” emancipate e le rispettano: non c’è certo piùviolenza in quello che è successo a Colonia di quanto vanno a fare milioni dituristi del sesso in tanti paesi dove è loro concesso farlo, o di quanto si ritengonoin diritto di fare tante truppe di occupazione: e non solo in guerra; si pensi peresempio alla lunga lotta delle ragazze giapponesi vittime per decenni delleviolenze perpetrate dai militari delle basi americane in Giappone. Ma, perrestare vicini a noi, vale la pena ricordare che il modello di quanto messo inatto a Colonia la notte di Capodanno è facilmente riconducibile amanifestazioni come l’Octoberfest di Monaco, dove, senza bisogno di profughi emigranti, le molestie contro le donne - solo in alcuni casi apparentementeconsenzienti perché in preda ai fumi dell’alcol - sono all’ordine del giorno ele denunce di stupro, solo dopo l’ultima edizione, sono state oltre duecento.

Peggio ancora èil grido di battaglia rigurgitato da alcuni dei maggiori esponenti dellacultura italica mainstream: “Difendiamo le nostre donne!”, dove quel “nostre”dice tutto. Le “nostre donne” vanno difese perché sono “cosa nostra”. La sortedelle altre donne al più non ci riguarda, quando non le si considera direttamente“a disposizione”. E quel “nostre” può oscillare dalla ristretta cerchia di unnucleo familiare (salvo violarle in vari modi all’interno di quella stessafamiglia) alla cerchia larghissima della “famiglia europea”, o di una suacomponente “legittima”: purché ci sia un “fuori”, ci siano delle altre donnenei cui confronti il dovere di tutela non vale, e non deve valere. E’ unsentire diffuso, speculare, ancorché spesso inconsapevole, al possesso delledonne esplicitamente rivendicato dalle manifestazioni più estreme dellepolitiche islamiste: le “loro” donne vanno tenute sotto chiave e nascostedietro un velo o un burka: le “altre” possono essere fatte oggetto delle piùferoci forme di violenza.

Queste sonoconsiderazioni di ordine generale, ma non vanno trascurate le specificità.Anche se, come alcuni video hanno evidenziato, tra le donne molestate a Coloniace ne erano diverse di aspetto mediorientale, il cuore dell’evento è stato unaaggressione di giovani uomini, immigrati o profughi, contro donne tedesche: enon, principalmente, per derubarle durante i palpeggiamenti, ma, caso mai, perpalpeggiarle mentre le derubavano. Una vera e propria sfida nei confronti dellaloro “emancipazione”, del loro abbigliamento, del loro andare in giro di nottee, beninteso, del loro avere una vita sessuale libera che agli aggressori ènegata tanto dalla cultura da cui provengono quanto dalla loro condizione diuomini soli, destinati a rimaner tali per molto tempo o per sempre.

Qui laprima considerazione da fare è che il rispetto per le donne viene meno quantominori sono le possibilità di frequentarle liberamente e su un piede di parità,sia che questo dipenda da vincoli culturali o religiosi, sia da una condizionedi segregazione, come è di fatto quella di molti migranti.
Poi variconosciuto che queste aggressioni sono state programmate e organizzate. Avràcontato anche, e molto, il passaparola; ma la contemporaneità dello stessoevento in tante città, le sue modalità, il fatto che alcuni degli aggressoriavessero in tasca un foglio con le parole con cui accompagnare i loro approcciscomposti, il fatto di stracciare il permesso di soggiorno vantandosi dipoterne ottenere un altro il giorno dopo, e soprattutto il dato che l’epicentrosia stata una città governata da una donna fatta oggetto di un attentato e diun’aggressione politica per le sue scelte di accoglienza nei confronti deiprofughi non dovrebbero lasciare dubbi in proposito.

Non è alle centinaia dimigliaia di profughi che hanno affrontato con figli e famiglie un viaggiocarico di pericoli, di umiliazioni, di fatica e di stenti che può essereattribuito un comportamento del genere. Anche se verrà accertato che tra gliaggressori ci sono dei profughi arrivati di recente, la cosa non può esserespiegata che con il fatto che si siano aggregati a bande di connazionali giàcostituite e cresciute nella segregazione. Di certo l’obiettivo era accrescerela tensione tra comunità islamiche e cittadini europei. Difficilmente leindagini potranno fare chiarezza, ma se vi fosse stato anche qualche apporto istituzionaledi infiltrati nelle comunità islamiche o tra i profughi è da questo che FrauMerkel dovrebbe guardarsi ben più che da un eccesso di nuovi arrivi.

Quello che ifatti di Colonia ci insegnano, o ci possono aiutare a capire meglio, è cheaccogliere significa, sì, il contrario di tutto quanto l’Unione europea stafacendo nei confronti dei profughi: corridoi umanitari sicuri, abolizione delpermesso di soggiorno e dei vincoli di Dublino III, sistemazione decente elavoro per tutti (cioè un piano europeo vero, in grado di creare milioni diposti di lavoro sia per profughi e migranti che per i cittadini europeidisoccupati), reddito garantito per chi non trova lavoro e, quindi, rovesciamentoradicale delle politiche di austerità.

Ma accoglienza significa soprattutto - equi contano molto gli atteggiamenti soggettivi - creare un ambiente doveprofughi e migranti non si sentano e non vengano trattati come un corpoestraneo nei confronti del resto della popolazione; perché è in quei “corpiestranei” che si costruiscono o si consolidano quelle identità separate che poisi manifestano in forme di contrapposizione sempre più violente e atroci; dicui la violenza contro le donne è la più radicale di tutte. D’altronde ilmantenimento o la riconquista di un controllo pieno sulle vite delle donne sonoanche la vera posta in gioco delle tante guerre che si combattono ai confinidell’Europa e ora, sempre di più, anche al suo interno.

Certo, parlare diaccoglienza in questi termini appare lontano mille miglia dallo stato di cosepresente. Ma la strada della nostra emancipazione, di uomini e donne, cominciacon il mettere in chiaro dove vogliamo arrivare. E se non cominciamo a farloandando a fondo, senza ipocrisie, nei modi in cui viviamo i rapporti tra uominie donne, anche tutto il resto rischia di sfuggirci di mano.

ARTICOLI CORRELATI

© 2023 Eddyburg