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Walter Tocci
La geometria delle passioni. A proposito di Vezio De Lucia e del suo libro
3 Febbraio 2011
Recensioni e segnalazioni
Racconto di un amico, di un suo libro (“Le mie città”) e di un pezzo della nostra storia. Scritto anche per eddyburg (4 gennaio 2011) sulla base di una presentazione alla Fondazione Circolo Rosselli

Prima di tutto vorrei parlare del mio amico Vezio. Le mie città è, infatti, il primo libro in cui egli si rivela in una dimensione più autobiografica. E ci consente di entrare anche negli ambiti più personali della sua opera di urbanista e di politico. Vorrei seguire un'analogia tra l'autore e il contenuto del libro. Le città sono costituite dai grandi viali che tutti conoscono e poi dalle viuzze più interne che rivelano il proprio fascino solo ai cittadini più affezionati. Vi propongo, come si fa quando si visita una città sconosciuta, una guida insolita a Vezio De Lucia, nel senso di un'interpretazione più ramificata del suo percorso culturale, lasciando i viali più noti e spesso contrassegnati dagli stereotipi che gli sono stati attribuiti nel dibattito pubblico.

I critici hanno sempre descritto De Lucia come un cartesiano e nei tempi che corrono questa è un’accusa molto dura. Dopo aver letto il libro, però, torna in mente un aspetto dimenticato della filosofia cartesiana come pensiero sorretto da una geometria della passioni. Io credo che dietro il rigore di De Lucia ci sia un gusto per la meraviglia, intesa come passione dell'intelligenza. La meraviglia è uno strumento conoscitivo poiché promuove l'immaginazione di soluzioni radicalmente diverse rispetto all'andamento consueto delle cose. E' il come se dell'invenzione progettuale. Spesso nella sua pratica urbanistica ricorre alla meraviglia per aprire una fase nuova. Basta leggere il racconto del suo incipit a Napoli con la pedonalizzazione di Piazza Plebiscito, dai più considerata una follia, ma che proprio per il suo fattore sorpresa costituisce un programma di governo immediatamente percepibile dai cittadini. La stessa funzione di spiazzamento agisce anche nella dinamica politica quando l'intero consiglio comunale partenopeo rimane incantato nel seguire la presentazione del nuovo piano regolatore che diventa una lezione di cultura urbana.

Nella sua geometria delle passioni c'è una feconda ortogonalità tra il rigore metodologico e gli ideali morali. Questo è il punto di intersezione tra la dimensione personale e il discorso pubblico, tra la necessità e la volontà, tra il metodo e l'invenzione. Queste sono le tensioni creative che animano il racconto di una vita.

Al centro della dicotomia

tra tecnica e politica

Per comprendere il libro, a mio avviso, bisogna collocarsi al centro delle sue dicotomie. Una delle più esplicative è forse quella tra tecnica e politica. Questa tensione guida non solo l'autobiografia personale, ma, in una certa misura, anche l'interpretazione della storia repubblicana.

Vezio ha svolto con orgoglio il ruolo di funzionario dello Stato. Oggi egli porta avanti egregiamente l’attività libero-professionale, però, nel testo emerge tutta la predilezione per la funzione pubblica dell'urbanista, secondo una concezione weberiana del funzio-nario statale come sintesi alta tra tecnica e politica.

Tutto ciò è chiaro già nei primi capitoli che costituiscono una sorta di romanzo di formazione del giovane urbanista, in cui campeggia la figura di un maestro come Michele Martuscelli, grande direttore del Ministero dei Lavori Pubblici, un uomo all'antica, un carattere ruvido, un funzionario integerrimo e dotato di alto senso dello Stato. Nell'amministrazione pubblica allora si potevano trovare, in mezzo a burocrati inefficienti e funzionari felloni, figure di alto profilo morale e professionale per le quali valeva il motto il mio capo è il mio maestro. In esse la funzione gerarchica corrispondeva alla leadership tecnica, il ruolo di capo si accompagnava ad una costante attività di formazione dei propri collaboratori. Oggi è difficile che nella pubblica amministrazione qualcuno possa dire il mio capo è il mio maestro, perché quasi sempre la figura del capo è ridotta alla mera funzione gerarchica, non solo a causa della decadenza dell'amministrazione, ma spesso anche per una malintesa modernizzazione manageriale che ha privilegiato la tuttologia arrogante rispetto alla saggezza professionale. Entrando nel ministero di Porta Pia, il giovane urbanista incontra una statualità di alto profilo, che legittimava la propria funzione a partire da una presa di distanza dalla sfera sociale. Nella burocrazia come corpo separato – secondo un'espressione allora in voga - convergevano elementi di segno molto diverso. Da una parte certamente un atteggiamento reazionario di prerogativa castale - in parte rafforzato dal fascismo - ma allo stesso tempo un orgoglio del proprio ruolo di tutela dell'interesse generale e quindi di indipendenza rispetto ai condizionamenti esterni sia di natura economica sia di carattere politico.

Successivamente il movimento democratico ha condotto una battaglia contro l'elemento reazionario, senza però riuscire a conservare l'elemento positivo di orgoglio statuale. Nel lungo periodo quindi la sacrosanta democratizzazione degli apparati è approdata ad una volgarizzazione della funzione pubblica che la rende ormai vulnerabile nei confronti delle pressioni di interessi speculativi di vario tipo, come purtroppo è sotto gli occhi di tutti.

Dal primo centro sinistra

alla Seconda Repubblica

La relazione tra tecnica e politica si presenta nel suo massimo splendore nel primo centro sinistra, quel periodo decisivo per la formazione politica e professionale di Vezio che costituirà un riferimento costante per tutta la sua opera successiva. La cultura della programmazione è il momento in cui tecnica e politica non solo si riconoscono, ma si legittimano a vicenda e non a caso trovano la migliore sintesi nei protagonisti di allora, ad esempio Saraceno e Giolitti.

Negli anni Settanta il rapporto evolve in una dimensione più sociale, perché i saperi specialistici si mettono al servizio di una grande politica di emancipazione popolare. Ed è la grande stagione dell’INU, con De Lucia segretario generale, in cui la cultura urbanistica assume il sostegno alle lotte sociali quasi come un dovere disciplinare.

Poi il rapporto cambia ancora negli anni ottanta quando la tecnica è ormai rinchiusa in un fortino assediato da esponenti del CAF come Nicolazzi e Prandini. Così, un dirigente dello Stato competente e stimato come De Lucia viene cacciato dal Ministero dei Lavori Pubblici perché quell'autonomia tecnica è ritenuta un impaccio dalla classe politica ormai lanciata a tutta velocità verso l'abisso di Tangentopoli.

La Seconda Repubblica ripete lo stesso percorso, ma in modo più accelerato. Ciò che si era realizzato in un trentennio, ora si consuma in un lustro. All'inizio degli anni novanta il ricambio della classe politica suscita nuovi entusiasmi riformatori e sopratutto nel governo delle maggiori città italiane ritorna il fascino dei tecnici, ma ben presto questi vengono scalzati dal ritorno delle lottizzazioni assessorili. L'esperienza di Vezio come assessore a Napoli rappresenta questa parabola. Viene chiamato come tecnico al governo della città e in una sola consiliatura porta a compimento con successo il suo programma, maturando però nel contempo le ragioni di un distacco che intuiscono con largo anticipo i difetti risultati poi evidenti nella crisi dell'esperienza amministrativa napoletana.

A Roma, invece, alla fine degli anni ottanta, Vezio si afferma come uomo politico, proprio a partire dal suo prestigio di urbanista. La militanza politica diventa una sorta di prolungamento della cultura tecnica con altri mezzi. Nei suoi discorsi ricorre spesso la nostalgia e l'attualizzazione dell'esperienza del primo centrosinistra. Ciò crea curiosi equivoci nel dibattito interno al partito comunista, descritti con gusto nel libro, ma che voglio sottolineare come testimone di quel periodo. Da un lato la sua posizione è catalogata come migliorista perché allude al rapporto positivo col partito socialista, anche se quello degli anni sessanta. D'altro canto però la destra del Pci in quella fase è molto sbilanciata verso il consociativismo, duramente stigmatizzato invece da De Lucia, che su questo trova molti consensi nella base del partito e in particolare nelle tendenze di sinistra. Qualcosa del genere si ripete a parti invertite nell'esperienza napoletana, quando viene criticato dalla sinistra operaista che gli rimprovera la deindustrializzazione di Bagnoli, la quale per la verità era già stata consumata molto tempo prima. Anzi, il piano urbanistico intende restituire a quell'area un'alta qualità urbana in diretta collisione con gli interessi speculativi. La sua posizione suscita alternativamente consensi a destra e sinistra proprio perché si basa su un rapporto originale tra tecnica e politica. Allo stesso tempo la sua posizione guadagna un prestigio generalizzato proprio perché sfugge alle classificazione ideologiche del dibattito interno.

In quegli anni mi capita spesso di accompagnarlo nelle assemblee nelle sezioni del PCI e sono ammirato della sua capacità di parlare con semplicità di problemi urbanistici riuscendo ad appassionare il popolo delle periferie su proposte che, partendo da considerazioni tecniche, diventano immediatamente discorso politico di più ampia portata e comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Appunto, l'esercizio della meraviglia come progetto di città.

Aldilà di questi aspetti di stile, Vezio ebbe un ruolo decisivo nel collocare il PCI romano in aperta contestazione del CAF, cioè la grande alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani che a Roma significava soprattutto Sbardella. Nella capitale l’opposizione contrastò il modello di Tangentopoli prima che arrivassero i magistrati, mentre in altre città – ad esempio Milano e Napoli - prevalse il consociativismo. La nuova giunta capitolina nacque, quindi, in continuità con la politica di opposizione degli anni precedenti.

Rimpianto per Roma

Qui emerge però il punto per me più dolente del racconto. Dopo aver svolto quella rile-vante funzione politica, Vezio venne escluso nella formazione della squadra di governo. Ripensandoci dopo tanto tempo, credo si possa dire che sia stata una perdita per l’urbanistica romana. Ne parlo anche con il rammarico di non essere riuscito allora a contrastare quella scelta. La sua assenza nel governo capitolino ha pesato negativamente sull’esito del quindicennio. I pregi delle nostre amministrazioni sono ben noti e saranno ricordati sempre meglio nei prossimi anni in seguito agli insuccessi della destra di Ale-manno. Però, se vogliamo condurre una serena analisi autocritica di quel periodo risulta evidente che il limite maggiore è stato registrato proprio nella politica urbanistica. Lo dico assumendo la mia parte di responsabilità perché ho avuto voce in capitolo per un periodo non breve. D'altronde, proprio noi che abbiamo governato dovremmo promuovere una riflessione libera su quegli anni.

La strategia del policentrismo è stata guidata da una retorica che ha smarrito la coerenza tra le parole e i fatti. Quegli insediamenti chiamati centralità non sono altro che i residui del piano regolatore del ’62 e di fatto svolgono una funzione meramente espansiva e per niente trasformativa dell’attuale struttura urbana. Infatti, non possono essere tanto potenti da modificare le gerarchie consolidate nella dinamica centripeta e però nel contempo sono abbastanza rilevanti da far sentire l’effetto di un'ulteriore disseminazione insediativa nell’agro, con tutte le conseguenze negative di allungamento degli spostamenti e di aumento dell’entropia nelle relazioni tra le parti di città.

Negli ultimi quindici anni tutte le nuove costruzioni sono state localizzate intorno al Gra oppure oltre il Gra e questo ha provocato un forte aumento del pendolarismo, perché i residenti dei nuovi quartieri continuano a recarsi per lavoro nelle aree centrali. La politica urbanistica ha quindi prodotto un aggravamento del traffico proprio mentre si tentava con altri provvedimenti di curare la radice antica di questa patologia. Il piano ha risposto a questo problema ponendo l’esigenza di nuovi tracciati di linee metropolitane, ma ciò è inattuabile in una città che nel frattempo è costretta a recuperare un deficit infrastrutturale di quasi un secolo. Mentre si vanno costruendo le metropolitane che restituiscono l'accessibilità alla città esistente si deve evitare di produrre ulteriore domanda di trasporti con insediamenti troppo diradati e lontani dalle aree centrali. Altrimenti Achille non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga.

Per fare un piano regolatore davvero nuovo non bisognava limitarsi ad attuare i residui del vecchio piano del ’62. Era ed è necessario un cambiamento profondo della logica di trasformazione. I nuovi insediamenti dovrebbero essere localizzati nella parte consoli-data della città, dentro gli interstizi e gli spazi ampi lasciati liberi dalla disordinata politica urbanistica del secolo passato. Non dimentichiamo, infatti, che Roma è una città a bassa densità, almeno su scala vasta. Certo, se andassi a Corcolle a dire che viviamo in una città quasi vuota, rischierei di non concludere serenamente il mio discorso, perché quei cittadini hanno la percezione di trovarsi in un ingolfamento urbano, perché la den-sità puntuale in quel quartiere forse è molto alta e soprattutto le relazioni con il resto della città sono molto deboli. Ma ciò non toglie che Roma sia una conurbazione diradata con ampi margini di trasformazione al suo interno. Invece di assecondare lo sprawl metropolitano sotto la retorica del policentrismo, si deve mutare il verso della trasfor-mazione e riportare le funzioni residenziali nella città consolidata, ottimizzando quindi anche gli investimenti per le nuove metropolitane che su quella scala sono ormai in via di realizzazione.

Una riflessione ancora su Napoli, dove l'assessore De Lucia compie una mossa imprevista rispetto allo stereotipo che gli viene attribuito di urbanista rigidamente affezionato alla pianificazione generale. Di fronte alle gravi urgenze della città inverte il metodo e opera per singole varianti volte a risolvere grandi temi urbani, in primis quello di Bagnoli, ma tenute insieme da una coerente logica politica che successivamente verrà formalizzata nel nuovo piano regolatore. Questo strumento, infatti, si è rivelato molto solido negli anni seguenti per regolare i rapporti tra interesse pubblico e convenienze private. Non a caso, anche se la politica partenopea è stata segnata diverse vicende di degrado amministrativo, nessun fenomeno di corruzione si è verificato nella gestione del territorio, a differenza di altre città italiane.

La mossa imprevista di partire dalle varianti era ispirata dall'esigenza di puntare direttamente alla soluzione di problemi ben definiti come invarianti rispetto alla pianifica-zione generale. Gli strumenti urbanistici erano mirati verso obiettivi di attuazione, mentre il programma politico si incaricava di garantire le scelte future. Alla tecnica era affi-dato il risultato dell'azione e alla politica la coerenza delle decisioni.

L’inversione dei ruoli

provoca cattiva pianificazione

A ben vedere, è proprio l'inversione di questi ruoli a produrre cattiva pianificazione, quando cioè la volontà politica è troppo attenta a soluzioni particolari che finiscono per stravolgere la coerenza generale, la quale è troppo debole se rimane affidata ad astratti strumenti tecnici. Detto in altri termini, la buona urbanistica si può fare solo se la politi-ca mette la forza nella scala sua propria delle grandi decisioni e non si frammenta nelle scelte attuative. Per questo un buon urbanista deve occuparsi di politica, come insegna la biografia del nostro autore.

Il mainstream urbanistico degli ultimi venti anni ha messo in discussione proprio questa esigenza di scelte politiche forti come presupposto della gestione del territorio. Da qui è venuta una malintesa concezione della governance, per la quale il pubblico rinuncia a scelte impegnative e gestisce insieme al privato senza una cornice attendibile.

Questa urbanistica concertata era partita da una polemica verso la rigidità e le lungaggini procedurali dei vecchi strumenti di piano, ma spesso è approdata a nuove metodologie che hanno reso ancora più complessa l'attuazione. La mancanza di decisioni forti di contesto non solo ha lasciato briglia sciolta agli interessi privati, ma ha favorito anche un irrigidimento burocratico della funzione pubblica. A Roma ad esempio, i piani integrati delle periferie, i così detti articoli 11, che erano nati proprio con la promessa di maggiore flessibilità, dopo quasi venti anni ancora non riescono ad aprire i cantieri. Forse oggi bisognerebbe riprendere il dibattito sugli strumenti urbanistici, partendo però da un bilancio realistico dei risultati raggiunti dalle diverse opzioni. Colgo l'occasione per chiedere a Umberto De Martino, che è persona saggia ed equilibrata, di farsene promotore.

In ogni caso, credo che anche questo libro consigli di passare dall'urbanistica degli aggettivi - concertata, integrata, innovativa - a quella dei sostantivi come ad esempio trasporto, casa, ambiente. Torna l'esigenza cioè di una pianificazione che si occupi di contenuti. Questo è sempre stato l'approccio di Vezio e in ciò si rivela il suo realismo, a di-spetto dello stereotipo che lo ha dipinto come un pianificatore astratto.

Nel suo approccio tecnica e politica sono sempre focalizzate nella ricerca di un risultato concreto e possibile. Non solo a grande scala, ma anche, ad esempio, nella pianificazione del recupero dei tessuti storici delle periferie napoletane dopo il terremoto del 1981. In quel caso, infatti, evita il classico rinvio ad un piano particolareggiato e segue una lettura tipologica dei tessuti edilizi per consentire un'immediata attuazione degli interventi nel pieno rispetto del principio conservativo. E' un esempio di come si possa rispondere meglio ad un'emergenza facendo buona urbanistica, mentre di solito in Italia si aggravano le emergenze facendo cattiva urbanistica, come si è accaduto recentemente a L'Aquila.

In conclusione, io credo che la tensione creativa tra tecnica e politica spieghi molto dell'opera teorico e pratica di De Lucia. A Napoli, si esprime come tecnico dell'urbanistica, a partire da una salda gestione delle priorità politiche. A Roma, invece, si afferma come politico, a partire del rigore metodologico dell'urbanista.

Questa tensione tecnico-politica, come ho detto all'inizio, spiega non solo la dimensione autobiografica del libro, ma anche quella storica, nella misura in cui la vicenda urbanistica italiana contribuisce, a mio avviso in modo rilevante, a spiegare passaggi cruciali della vita nazionale nella seconda parte del secolo.

Il tragico passaggio da Fiorentino Sullo

a Silvio Berlusconi

Giustamente nel libro la periodizzazione è scandita da quell'evento decisivo che è il fallimento della legge Sullo, forse non pienamente maturato nella coscienza storica del paese. In quegli anni il movimento riformatore coglie un risultato insperato nel mettere sotto controllo l'accumulazione capitalistica con le nazionalizzazioni dell'elettricità (an-che se con lauti compensi), ma paradossalmente non riesce a cogliere l'obiettivo di regolare la rendita immobiliare, pur essendo questo, almeno secondo i classici, un obiettivo alla portata di una strategia riformista. In Italia il partito della rendita si dimostra molto più forte di quello del profitto. Anzi, è proprio nella sconfitta di Sullo che il partito della rendita emerge come forza politica capace di dare un indirizzo opposto a quello del governo di centrosinistra formalmente al potere. Non a caso su quello scoglio si vanno a infrangere le speranze del riformismo socialista. Da quel momento il centrosinistra cambia segno e viene risucchiato dall'egemonia dorotea. Non dimentichiamo che per affossare la riforma dei suoli si scatenano forze telluriche, fino a rischiare il colpo di stato col famoso “rumore di sciabole”. Perfino una grande personalità come Aldo Moro piega la testa di fronte all'ascesa del partito della rendita.

Quindi è un grande evento della storia italiana in cui si afferma prepotentemente sul piano politico un primato del possesso privato rispetto al bene comune che d'altronde ha radici profonde nel carattere nazionale. Oggi, forse possiamo comprendere meglio la rilevanza di quel passaggio perché la logica patrimonialistica ha trovato nel berlusconismo non solo il naturale continuatore ma la sua espressione più compiuta e organica.

Nel passaggio da Sullo a Berlusconi si consuma il ribaltamento del rapporto tra rendita e modernizzazione del paese. Negli anni sessanta il discorso dell'urbanistica riformista trovava ascolto anche nel mondo industriale, allora molto sensibile riguardo alla necessità di liberare il profitto dalla zavorra della rendita. Vezio ricorda il tempo in cui Agnelli si scagliava contro la speculazione immobiliare, con un linguaggio che oggi sarebbe considerato estremistico: “Noi non ce la facciamo a sostenere i costi dello sviluppo industriale se la rendita aggrava il carico sulle famiglie e in generale sull’organizzazione sociale con questo peso della speculazione”. Sembrava quindi credibile l'affermarsi di un patto tra produttori - tra lavoratori e imprenditori - contro la formazione della rendita. Questa, infatti, era allora un'espressione del ritardo italiano e costituiva una forza del tutto marginale rispetto al movimento della modernizzazione capitalistica. Il suo impatto sul territorio fu devastante - con il sacco di intere città, Roma e Napoli innanzitutto - anche se la sua funzione economica era piuttosto rozza e tutto sommato marginale. Gli attori erano modesti - i palazzinari senza scrupoli e politici senza regole – tenuti insieme da relazioni del tipo descritto dalla famosa battuta di Evangelisti: “A Fra' che te serve?”. I rapporti con il mondo finanziario erano scarsi e non andavano al di là della fornitura del prestito bancario necessario per avviare la speculazione sulle aree.

Il rapporto tra finanza e immobiliare diventa più robusto negli anni Ottanta, quando entrano in campo i vari Ligresti, Caltagirone, Romagnoli, che realizzano una rete di colle-gamento tra il costruttore, l’amministrazione pubblica, le nuove attività terziarie e il marketing urbano. Il finanziere diventa il promotore e l'organizzatore del processo di formazione della rendita.

Oggi, infine, il fenomeno approda ad una sintesi compiuta con la costituzione del fondo immobiliare in cui la rendita sviluppata nel territorio diventa un'espressione della rendita immateriale della finanza. La formazione dei plusvalori speculativi viene a dipendere strettamente dal ciclo economico internazionale e il mattone diventa un prolungamento della speculazione finanziaria con altri mezzi. Di conseguenza la rendita immobiliare non è più un fattore di arretratezza, anzi diventa uno dei modi di espressione della modernizzazione finanziaria e ne assume tutto il potere di comando rispetto all'organizza-zione complessiva della società e dell'economia. Ma questo primato si fa sentire anche in negativo nelle dinamiche della crisi. Tutta l’economia mondiale si è inceppata proprio su questo rapporto tra rendita immobiliare e rendita finanziaria, quando cinque milioni di famiglie americane non sono state più in grado di pagare i mutui sulla case sorretti dalle finzioni dei subprime.

Rispetto agli anni cinquanta e sessanta quindi la rendita urbana è diventata molto più potente nel determinare gli obiettivi e gli esiti della trasformazione. Paradossalmente, però, a questo aumento di forza corrisponde una minore visibilità nella consapevolezza del dibattito pubblico e perfino nelle analisi critiche.

A parlare di rendita sono rimasti i riformisti di un tempo, quelli che le riforme volevano farle davvero e pensavano anche che dovessero tagliare le unghie alla speculazione. Con questo riformismo Vezio De Lucia è sempre stato coerente. Anche per questo il suo libro è prezioso e bisogna raccomandarne la lettura.

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