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Massimo Solani
La foto dello scandalo e il film censurato dagli anni 80
11 Giugno 2009
Italiani brava gente
Uno schiaffo meritato agli italiani colonialisti e assassini del fascismo (e ai censori della democrazia) giunge dal dittatore della Libia. L’Unità, 11 giugno 2009

Sul petto di Muhammar l’immagine del leader della resistenza anti-italiana, al fianco suo figlio «Il leone del deserto» fu vietato perché «danneggia l’onore dell’esercito». Questa sera è su Sky

Quella foto in bianco e nero appuntata sul petto ha attirato subito le attenzioni di tutti i presenti sulla pista di Ciampino. Ma quel vezzo un po' pacchiano, in realtà, è l’ultima provocazione del dittatore libico. Perché ritratto in quella foto, in ginocchio e incatenato fra i soldati italiani, c’è Omar Al Muktar. «Il leone del deserto» che fra il 1923 e il 1931 guidò la resistenza libica contro l’esercito colonialista del Duce. Considerato uno dei “padri della patria libica”, Omar Al Muktar, dopo anni di guerriglia contro gli uomini del generale Rodolfo Graziani, venne catturato e su ordine di Mussolini fu impiccato il 16 settembre del 1931 dopo un processo sommario nel palazzo littorio di Bengasi. E così, nel giorno dell’accoglienza in pompa magna, Muammar Gheddafi ha sbattuto in faccia all’Italia il suo passato colonialista portando con sè nella delegazione ufficiale anche Mohamed Omar Al Muktar, il figlio dello “shaykh dei martiri” della tribù dei Minifa. Ormai ottantenne l’uomo ieri ha sceso lentamente i gradini della scaletta mettendo piede in quel paese con cui, come disse ad Al Jazira in occasione della visita in Libia di Berlusconi, non avrebbe mai avuto a che fare perché «odia il popolo libico e odia Omar Al Mukhtar».

Ma la vendetta morale per la morte del leader anticolonialista, evidentemente, deve essere una questione di principio per Gheddafi. Che infatti nel 1981 impegnò ben 35 milioni di dollari per la realizzazione del film “Il leone del deserto” affidato al regista Moustapha Akkad. Nel cast anche Anthony Quinn (interpretava l’eroe libico), Rod Steiger (nei panni del Duce), Raf Vallone e Gastone Moschin. La pellicola uscì in tutto il mondo nel 1982, tranne che in Italia dove fu censurato dal governo dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti in quanto «danneggia l’onore dell’esercito». Ad imporre il veto sulla distribuzione del film fu l’allora sottosegretario agli Esteri (fino a domenica scorsa presidente della Provincia di Cuneo per il Pdl) Raffaele Costa. ma il film, che finì persino sotto processo per vilipendio alle forze armate, in Italia circolò clandestinamente per anni. Nel 1987 alcuni pacifisti organizzarono una proiezione a Trento, ma furono bloccati e denunciati dalla Digos. L’anno successivo la pellicola venne mostrata per la prima e unica volta in Italia nel corso del festival Riminicinema.

E la situazione di clandestinità de “Il Leone del deserto” non è mai cambiata: tanto che nel 2003 il ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani rispondendo a un’interrogazione parlamentare in cui si intendeva promuovere la revoca della censura, dichiarò: «Nel caso del film in questione, si segnala che lo stesso non è corredato del prescritto nulla osta ai fini della sua circolazione interna ed internazionale, in quanto i soggetti interessati non hanno mai presentato la relativa istanza». Nonostante questo, però, il film questa sera sarà proiettato alle 21 sul canale SkyCinema Classic. Moustapha Akkad, però, non potrà rallegrarsene: un attacco kamikaze di Al Qaeda, infatti, l’ha ucciso assieme a sua figlia nel novembre 2005 di fronte all’Hotel Grand Hyatt di Amman.

Perchè quell’immagine

«La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia». Così Gheddafi ha risposto a chi gli chiedeva perché quella foto appuntata sul petto al suo arrivo a Roma. «La foto è quella dell'esecuzione, l'impiccagione di Omar Mukhtar, mentre ufficiali fascisti che assistevano ridevano e lo deridevano, nel sud di Bengasi dopo avergli fatto un processo farsa che lo ha condannato come un semplice ribelle».

Gheddafi ha ricordato che anche molti «italiani sono stati impiccati da quello stesso governo di allora che poi è finito con l'impiccagione, ma a piedi in giù, di Mussolini». Ha ripetuto che quell'esecuzione è stata una «tragedia» per il popolo libico. «È come l'uccisione di Gesù Cristo per i cristiani: per noi quell'immagine è come la croce che alcuni di voi portano», ha detto il leader libico sottolineando che è il «simbolo di una tragedia».

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