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Mark Magnier
La discutibile gated community in Pakistan
8 Ottobre 2011
Dalla stampa
Fuori Rawalpindi, in un’area militarizzata e degradata, la bolla di benessere di una classe dirigente estranea alla realtà. Los Angeles Times, 7 ottobre 2011

Titolo originale: Pakistan gated community sparks controversy – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Lungo curatissimi prati e casette marciapiedi in perfetto ordine scendono il pendio della collina artificiale di fianco a steccati bianchi, coi bambini che giocano e i vicini che si scambiano saluti.

Il grande quartiere si chiama Bahria — " Vieni nella tua casa esclusiva" recita la promozione — e gestisce in proprio raccolta rifiuti, scuole, pompieri, moschee, rete idrica, polizia di pronto intervento: una specie di stato perfettamente efficiente dentro a un altro stato che efficiente non lo è affatto. E tutto quanto è garantito senza neppure pagare le bustarelle indispensabili fuori, precisano gli abitanti.

"Mi piace abitare qui" racconta Abdul Rashid, ultrasessantenne ex impiegato governativo in pensione. "É come abitare in un piccolo paese tranquillo e garantito: pulizia, servizi che funzionano, la famiglia si può rilassare. Se si presenta qualunque problema, si dà un colpo di telefono alla sicurezza".

La stridente presenza di questo quartiere di ceto medio alto, in un paese tanto violento, ha avuto la strada spianata anche dai militari. Grazie alle leggi dell’epoca imperiale britannica, che assegnavano terre alle truppe amiche, l’esercito oggi controlla circa il 12% delle superfici di proprietà pubblica del Pakistan, secondo alcune stime. E nella propria posizione privilegiata è in grado di coinvolgere con vantaggi reciproci e facilitazioni grossi costruttori.

Bahria e il suo corrispettivo militare Defense Housing Authority insieme coprono una superficie doppia rispetto alla città di Rawalpindi, piazzaforte a circa 30 minuti dalla capitale Islamabad.

Nella zona elegante di Safari Villas, tra la Sunset Avenue e College Road, Mohammad Javed, 69 anni, dà un’occhiata al suo giardinetto prima di rientrare nella casa da tre stanze sull’angolo, e accomodarsi nell’angolo divano beige davanti all’ultrapiatto televisore Samsung. I prezzi vanno dai 25.000 ai 60.000 dollari, fuori portata per la maggior parte dei pachistani.

Ha avuto un gran successo, Bahria, non solo tra chi aveva dei soldi e stava qui, ma anche tra chi torna dall’estero. Come Javed, gestore di un distributore di benzina in Canada rima della pensione, spera di continuare anche qui il suo stile di vita nordamericano. Il muro di cinta protettivo attorno a Bahria dà sicurezza, spiega, anche se ancora non si fida a far venire qui i parenti, per timore che succeda qualcosa di brutto fuori. "Ci vediamo in Thailandia o in Canada".

Difficile criticare i pachistani che si proteggono dietro le mura private, quando sono in crescita attentati suicidi, imboscate a sfondo politico, irrequietezza diffusa, ovvio che si sia preoccupati. Ma si teme che questo progetto possa allargare la distanza fra ricchi e poveri, oltre ad essere dannoso per l’ambiente.

L’edificazione si espande e divora terreni agricoli, alimenta un traffico da incubo, distrugge i rapporti sociali, commenta l’architetto Jamshaid Khan, che progetta le case di Bahria e altrove. In tutta la gated community non ci sono campi da calcio né da cricket, neppure biblioteche: non sono cose da cui si guadagna.

"Mi sono offerto di progettarle gratis, le biblioteche, anche di regalare dei libri" ci racconta nel suo studio stipato di lucidi. "Non le hanno volute".

Questo tipo di quartieri sottolinea anche lo squilibrio economico.

"Non è bello" commenta il sarto trentenne Mohammad Ameen, che abita giusto fuori dal cancello di ingresso di Bahria, col metro appeso attorno al collo. "I pachistani ricchi fanno la bella vita, e noi soffriamo. É uno stato dentro lo stato. L’energia che consumano provoca a tutti gli altri cadute di tensione".

Il settore foreste di Rawalpindi accusa Bahria di essersi allargata troppo su aree non di propria competenza. Ci sono ricorsi in tribunale che sostengono un trattamento troppo di favore grazie ai contatti con polizia, politica locale, magistratura. La gestione non ha voluto rispondere alle nostre domande.

Questa settimana l’amministratore generale di Bahria, il colonnello in pensione Saeed Akhtar, è stato arrestato insieme al supervisore Muhammad Iqbal con l’accusa di aver acquisito circa 70 ettari di superficie con documentazione falsa. L’avvocato del gruppo, Malik Waheed Anjum, dichiara al giornale Express Tribune che Bahria è vittima di altri documenti falsi, quelli di proprietà prodotti dal fisco.

Tutto il progetto è partito dall’allora piccolo costruttore Malik Riaz negli anni ‘80. La concorrenza si rivolgeva ai super ricchi, lui ha cominciato a costruire per l’emergente ceto medio, diventando il più importante operatore di tutto il Pakistan.

Secondo i critici l’impero di Riaz a Bahria è troppo condizionato dai legami con gli ambienti militari. Ayesha Siddiqa, autrice di Military Inc: Inside Pakistan Military Economy, sostiene che è grazie a quei legami se si sono acquisiti i terreni, restituendo poi il favore ad alti ufficiali sotto forma di immobili.

"Anche i migliori, quelli che hanno fama di non essere corrotti, alla fine si sono ritrovati con due o tre immobili. Vantaggi per tutti".

Le cifre ufficiali affermano che i militari possiedono poco meno di cinque milioni di ettari di terreni, vale a dire il 12%, delle superfici statali del Pakistan, spiega la Siddiqa, di cui la metà direttamente controllata da ufficiali in servizio o in pensione, in un paese dove ci sono venti milioni di contadini senza terra.

"Nessuno salvo i militari ha un potere del genere". L’amministrazione di Bahria ha appena emesso un bando pubblico rivolto ad alti ufficiali in pensione, per importanti incarichi nel gruppo- prosegue la Siddiqa – e sta qui la chiave per avere altro potere”.

Ma per chi ci abita, come l’imprenditore alimentare Shaheryar Eqbal, sono tutte questioni marginali se si pensa a quanto vantaggi comporta Bahria.

"Il governo dovrebbe consideraci un modello, e realizzarne altre. L’esercito ha un accordo, che funziona a Bahria. Tutto funziona. Il Pakistan certo supererà la fase del terrorismo, ma la chiave del futuro è qui".

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