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Lodo Meneghetti
La discesa della Scala
14 Marzo 2005
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Lo scandalo (perché di scandalo si tratta) che ...

Lo scandalo (perché di scandalo si tratta) che le vicende delle ultime settimane relative alla Scala di Milano – per tacere, ora, di quelle, annose, legate alla ri-costruzione bottiana, 300 miliardi delle vecchie lire – hanno sbattuto in faccia agli allibiti milanesi e al ristretto ambiente nazionale e internazionale della cultura lirico-teatrale non ha trovato la dovuta forte risonanza sui mezzi di informazione. Le pagine locali dei quotidiani hanno raccontato ai lettori con precisione, per quanto possibile data l’oscurità di fondo della scena, la funesta commedia recitata da diversi personaggi, parlanti mormoranti strepitanti o muti (ah…). Le pagine nazionali della Repubblica (un articolo lungo una volta) e del Corriere – l’Unità ha pubblicato un buon articolo il 27 febbraio – benché non avare di informazioni, a mio parere non hanno sollecitato a sufficienza i cittadini italiani a un’attenzione convinta e preoccupata in merito a quanto è realmente in gioco, a quel che la crisi del più importante (o solo più famoso, oggi…) teatro lirico del mondo rappresenta nella cultura musicale e nella cultura tout court, nella politica, nella società. Sappiamo che oggi la Scala è sull’orlo del burrone in cui potrebbe cadere trascinando con sé la memoria e il senso di una lunga storia, certamente impareggiabile anche se non sempre mirabile. Il teatro milanese per la nazione vale (o dovrebbe valere) molto di più dei decantati modisti con le loro quattro settimane di sfilate annuali. Non sta a me, qui, certificare la classifica dei colpevoli; direi tutti i componenti del Consiglio di amministrazione con alla testa il nostro sindaco, l’antipatico Albertini detentore del primato di arroganza e autoritarismo. Rivalità di poteri (Cda, sovrintendente, direzione artistica, direzione musicale…), soprattutto ignoranza, davvero incredibile, e disinteresse circa le pesanti conseguenze che provocherà la perdita dell’altissima funzione e rappresentatività culturale detenuta dalla più nota istituzione milanese. Ma anche il silenzio, assoluto, ininterrotto per settimane del maestro Muti (fare il pesce in barile davanti a tanto sconquasso!) non può essere capito e condiviso. Sta anche a me, però, ai fini di mostrare il valore generale e simbolico della vergogna scaligera, ricordarvi in primo luogo che il teatro milanese è dal 1996 una fondazione come le altre tredici fondazioni lirico-sinfoniche nazionali, a cui lo stato assegna la parte più consistente del Fondo unico per lo spettacolo. L’idea fondazionista, neoliberista si basa sulla fiducia che l’ingresso dei privati nei Consigli porti con sé fior di contributi al finanziamento. Che poi la tradizionale propensione degli industriali, finanzieri, commercianti italiani a spendere poco o niente per la cultura deluda in molti casi le attese non è che una conferma di caratteri storici a stento mutabili: capita così nei teatri meno famosi. Invece la partecipazione maggioritaria nella politica di un grande teatro può essere una straordinaria occasione di affermazione, poco costosa o comunque suscettibile di contropartite di enorme valore, finanziario o no o non solo: è il caso della Scala. Comprenderete al volo la situazione gestionale e del potere leggendo di seguito i nomi dei membri privati del Consiglio di amministrazione: Fedele Gonfalonieri, capo di Mediaset, braccio destro di Berlusconi (come ci fosse questi in consiglio), Vittorio Mincato, presidente dell’Eni, Bruno Ermolli, vicepresidente del Cda, altro braccio di Berlusconi per le strategie, poi, più che primus inter pares, Marco Tronchetti Provera, l’ex industriale passato armi e bagagli alla rendita fondiaria: autore con il sindaco e la giunta della più grande operazione immobiliare che Milano ricordi sui terreni Pirelli ex industriali della Bicocca, guarda caso proprio attorno al concerto pubblico/privato per l’edificazione dell’Arcimboldi, il teatro alternativo durante i lavori di ristrutturazione della madre Scala, oggi e dopo non si sa; in questa crisi nessuno programma, nessuno sa nulla. Schizzo di panna sulla torta spartita infine: rappresentante delle Regione Lombardia è l’avvocato Paolo Sciumé di Comunione e liberazione, implicato nelle indagini per il crollo della Parmalat. In ogni modo da quando il teatro è diventato una fondazione di diritto privato, ha scritto Repubblica, “si trova in una situazione simile alla Mediobanca dell’età aurea di Cuccia: il sindaco presiede, gli enti pubblici coprono la stragrande maggioranza delle spese, i privati comandano” (Anselmi, 3 marzo). Potere dei privati, ecco, e la Scala discende sé medesima. Ma se il teatro va in rovina, cosa guadagnano costoro? La condizione è simile a quella delle squadre di calcio col presidente ambizioso, presuntuoso, mentitore e dilapidatore delle risorse, tanto ciò che conta è il marchio, è la partecipazione al set “teatrale”nazionale e internazionale, è la pubblicità di sé e del proprio logo. Una condizione simile a quella di Berlusconi e del suo governo che stanno trascinando il paese sempre più in basso nella scala (eh…) dei valori civili e umani. La indecente commedia scaligera: dapprima stentiamo a crederla realtà, poi la percepiamo come riflesso e nel contempo emblema delle vicissitudini politiche e sociali dell’Italia intera, specchio della totale mancanza di predisposizione della classe dirigente a impiegare al meglio – onestà intellettuale insegni – le risorse del paese, la cultura alta e popolare, delle persone e delle libere istituzioni sociali sindacali politiche, quelle già espresse e quelle latenti. Governano la Scala e il paese personaggi senza cultura né storica né sociale né artistica, la loro dote principale è l’immodestia, se non l’impudenza.

E non dico nulla della cultura musicale per carità di patria, pur dissertando di Scala,. Del resto, anche per colpa e per scelta dei poteri che si sono susseguiti in un secolo e mezzo alla guida della nazione, il popolo, quanto a conoscenza, sensibilità, frequentazione musicale, è a livello dello zero assoluto. Se penso che l’unica riforma “musicale” è stata promossa dalla ultra democristiana e tanto denigrata ministro signora Falcucci, che ha introdotto minimi esercizi musicali nella scuola media dell’obbligo creata nel 1963 !

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