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Luciano Canfora
La "democrazia" cha abbiamo qui e oggi
8 Novembre 2004
Recensioni e segnalazioni
Al termine di un'ampia analisi del percorso storico, una riflessione sulle caratteristiche dell'attuale sistema di governo occidentale e della sua distanza dalla "democrazia vera e propria". Dal volume: Luciano Canfora, La democrazia. Storia di una ideologia, Editori Laterza, Roma-Bari 2004; stralci dal capitolo 15°, “Il sistema misto”

[...]

Lo svuotamento delle «democrazie progressive», cioè del contenuto concreto dell'antifascismo tradotto in norme costituzionali, è avvenuto in due direzioni convergenti: sul piano istituzionale col rafforzamento dell'esecutivo e con leggi elettorali che spostano l'elettorato verso il centro e selezionano con criterio censitario il personale politico, producendo la definitiva sconfitta del suffragio universale; sul piano sostanziale con l'accentuarsi della «presa» delle oligarchie che contano sull'intera società (impoverimento dell'efficacia legislativa dei parlamenti, accresciuto potere degli organismi tecnici e finanziari, diffusione capillare della cultura della ricchezza, o meglio del mito e della idolatria della ricchezza attraverso un sistema mediatico totalmente pervasivo).

Di solito ci si indigna quando qualcuno solleva il problema della costruzione dell'«opinione pubblica» attraverso il potente mezzo televisivo. (Un po' meno ci si sdegna, contro siffatto «indecente» argomentare, quando sono in atto le zuffe per lottizzare il controllo delle emittenti televisive). Però la validità dell'argomento dovrebbe considerarsi ormai assodata da quando Murdoch è uno dei pilastri elettorali di Bush jr. e in Italia il proprietario di quasi tutta l'emittenza privata, che è anche il più grande pubblicitario del secolo, ha in pochi mesi creato un partito, e vinto ben due volte le elezioni (1994, 2001). Ciò non impedisce che, ciclicamente, un nugolo di facitori di opinioni si «ingegnino», come diceva donna Prassede, a dimostrare che una diagnosi del genere è poco meno che un'infamia, anzi il bieco sofisma caro a coloro che perdono le elezioni.

Che il mezzo televisivo influenzi direttamente la «intenzione di voto» degli elettori è fuor di dubbio. In uno studio molto ben condotto, La spirale del silenzio (2002), Elisabeth Noelle-Neumann - fondatrice nel lontano 1947 dell'Institut fiir Demoskopie Allensbach, collaboratrice per molti anni di Helmut Kohl, e coeditrice da oltre un decennio dell' Anternational Journal of Public Opinion Quarterly» - ha raccontato un istruttivo esperimento fatto dall'Istituto Allensbach durante la campagna elettorale tedesca federale del 1976. Furono scelti due significativi campioni di due differenti ambiti: a) telespettatori assidui di trasmissioni a tema politico; b) soggetti che guardano di rado o mai trasmissioni a tema politico. Le due rilevazioni principali furono nel marzo e nel luglio 1976: si votò il 3 ottobre. Da marzo a luglio, di fronte alla domanda «Anche se nessuno può saperlo, chi ritiene che vincerà le prossime elezioni?», il gruppo a si spostò da un iniziale 47% ad appena il 34% convinto della vittoria della Cdu/Csu, mentre inversamente le risposte che davano vincente la coalizione socialista-liberale balzarono dal 32 al 42%. Invece il gruppo b rimase stabile (36 contro 24 in marzo, 38 contro 25 in luglio ed un'altissima percentuale di incerti: circa il 40%). In realtà, sebbene i due schieramenti si pareggiassero (infatti alla fine la coalizione socialista-liberale prevalse per trecentomila voti su 38 milioni di votanti), i giornalisti politici attivi in Tv continuavano a dichiarare che non c'era alcuna possibilità di vittoria per la Cdu/Csu. E questo ebbe un effetto ben visibile.

Naturalmente l'esperimento, proprio perché riferito a telespettatori «assidui di trasmissioni a tema politico», riguardava una ristretta élite del corpo elettorale. I fruitori di trasmissioni politiche, come del resto i lettori di giornali da cui intendono trarre il loro orientamento politico, sono una esigua minoranza politicizzata. La conferma di questo dato ben noto viene proprio dal risultato delle elezioni ora ricordate, nelle quali il piccolo (in cifre assolute) spostamento elettorale determinato dalla parte politica delle trasmissioni televisive risultò decisivo rispetto ad un elettorato praticamente diviso in due parti uguali.

Ma la parte direttamente politica della produzione televisiva è il meno, è la parte trascurabile della politicità dello strumento televisivo.

Sul piano della comunicazione politica contano, semmai, molto di più i silenzi: quello che una macchina dell'informazione così vasta che non ha l'eguale nella storia umana riesce a non dire. Un esempio valga a chiarire l'inverosimile situazione: un esempio che chiarisce bene il ruolo e la sostanziale subalternità dell'Europa. Come tutti sanno, nella generale costernazione delle cancellerie europee e della Organizzazione delle Nazioni Unite, nel marzo 2003 gli Stati Uniti hanno sferrato un attacco in grande stile, aereo navale e terrestre, causando un numero finora non precisato di vittime, contro la repubblica dell'Iraq accusata di possedere, nascostamente, armi chimiche di distruzione di massa. È altrettanto noto che gli ispettori internazionali inviati prima del conflitto a «scoprire» tali armi non ne trovarono traccia, e che traccia non se n'è trovata neanche mesi e mesi dopo che il conflitto era finito, ed il paese veniva occupato dagli eserciti anglo-americani, e depredato e controllato in ogni suo angolo. Da principio un'altra «buona causa» di guerra era stata addotta dagli attaccanti, e cioè l'oppressione da parte irakena della minoranza curda, ma poiché la Turchia, alleata indispensabile degli Stati Uniti, persèguita anch'essa i Curdi e li massacra, si è preferito lasciar perdere quest'altra «buona causa», e non se n'è parlato più. Il silenzio calato sui Curdi ed il loro triste destino da parte dei nostri media, pur già pronti a fare il bis umanitario dopo il Kossovo ma improvvisamente dimentichi della giusta causa curda, è di per sé impressionante.

Ma torniamo alle presunte armi di distruzione dell'Iraq, la cui inesistenza è ormai generalmente riconosciuta, al punto che il problema della Casa Bianca e di Downing Street oggi non è più di ostinarsi a sostenere che ci fossero, ma di individuare qualcuno cui addebitare la colpa di aver fatto credere (ai due più potenti servizi segreti del mondo) che quelle armi ci fossero davvero. Il silenzio dei media europei riguarda un altro imbarazzante dettaglio della vicenda. Il direttore generale dell'Opac (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), José Mauricio Bustani, un anno prima che la guerra scoppiasse aveva incitato l'Opac a sollecitare l'adesione dell'Iraq. Ma questo, aveva scritto il 20 aprile 2002 il «Guardian», apparve al governo americano come un imprevisto impedimento alla intenzione di attaccare l'Iraq. Da parte degli Stati Uniti la reazione è stata di rifiuto totale della proposta di Bustani fino al passo, significativo, di ordinare al governo brasiliano (presidente era allora il prof. Cardoso) di rimuovere Bustani dall'incarico. Il testo dell'ingiunzione, insieme con la ricostruzione della vicenda, è stato edito nella rivista dell'Università di San Paolo «Estudos avançados» (16, 2002). Bustani fu catapultato come console generale a Londra: ormai la guerra era imminente. Tuttavia il ricorso di Bustani all'Oit (Organisation International du Travail) ha avuto successo, e nello scorso luglio la cacciata di Bustani dall'Opac è stata definita «illegale». Nessuno nei nostri turgidi telegiornali o nei quotidiani si è degnato di fornire mai il benché minimo dettaglio di questa vicenda. I cittadini e i telespettatori non dovevano conoscere la prova esplicita di quanto criminale fosse stata la condotta statunitense nel fomentare la guerra che, pure, gli stessi governi europei avversavano. Ma ammettiamo senz'altro che l'efficacia di una simile enormità sarebbe rimasta all'interno di una non vastissima cerchia di «specialisti della politica». La partita si gioca su altri piani.

A ben vedere, tutta la ormai annosa disputa sull'efficacia «elettorale» e, più in generale «politica», del potere mediatico si basa su di un equivoco. Si finge di credere che la prevalenza politico-elettorale venga posta (dagli sconfitti) in relazione con il possesso e il controllo dell'informazione politica. Ma questa costituisce un aspetto minimo della questione: è al più la dose di potere me diatico che concerne l'élite politicizzata. Tutto il resto dell'immensa produzione - senza più differenze tra emittenti private e pubbliche, perché queste ultime per sopravvivere sono mera copia delle prime - è ormai un colossale veicolo dell'ideologia, o per meglio dire del culto, della ricchezza. Non importa più chi controlli: è stato plasmato il gusto ed esso esige comunque un adeguamento totale. Il dominio della merce è diventato culto della_ merce ed è tale culto che quotidianamente crea, e alla lunga consolida, il culto della ricchezza. La colossale massa di emissioni consacrate alla promozione delle merci è, a ben considerare, il principale contenuto della gigantesca «macchina» televisiva. Non importa di quale prodotto, meglio se di tutti. Quello che ad una minoranza di fruitori appare come un disturbo (di cui attendere la conclusione per «riprendere il filo») è invece il testo principale: ore e ore quotidiane di inno alla ricchezza presentata, con mirabile efficacia, come status a portata di mano.

Il lato geniale ed irresistibile di questo genere del tutto nuovo di «conquista dell'opinione» è che esso non si manifesta mai in modo direttamente politico. Essa ha fatto tesoro della constatata sconfitta dell'altro metodo: quello, per così dire, «concettuale» del «lavaggio del cervello» esplicitamente propagandistico. Come s'è visto, dovunque il metodo di indottrinamento diretto ha suscitato fastidio, estraneità e alla fine ripulsa. Lo si può praticare con successo solo se lo si destina ad una ristretta élite gravata di speciali responsabilità (è il caso della Chiesa cattolica nella formazione dei suoi «quadri»): altrimenti sortisce l'effetto contrario. Invece il metodo «subliminare», anche perché le opzioni che deve indurre a preferire sono di carattere elementare se non proprio infantile (più merci = più felicità), è di effetto certo: non fa che prospettare, ininterrottamente, immagini, brevi e di facile fruizione intellettuale anche per deficienti, di un mondo (fittizio) già reso perfetto e felice dalla sovrabbondanza delle merci di ogni genere. Non meno efficace è il ritrovato, costante nell'intera straripante produzione pubblicitaria, di mostrare intorno ad ogni (singola) merce la vita felice di tutti i giorni (nella sua forma più luccicante e attraente) di infinite «persone qualunque»: le quali in realtà sono sapientemente selezionate al fine di determinare un immediato effetto di auto-identificazione, immedesimazione e conseguente spinta mimetica, al prodursi del quale «il gioco è fatto». Non c'è bisogno di un orwelliano «grande fratello» per orchestrare tutto questo: è una macchina che si autoregola e si moltiplica per il fatto stesso di essere, anche economicamente, sommamente redditizia.

Prima di indurre centinaia di migliaia di uomini a transitare al di qua dell'ormai affondata «cortina di ferro», o a varcare i mari rischiando anche la vita pur di sbarcare nel «paese di Bengodi» (si parlò a questo proposito, anni addietro, di spot people), quegli influentissimi testi - la cui produzione costa miliardi e che movimentano milioni e milioni di consumatori in tutto il mondo - avevano preliminarmente conquistato la mente, per non dire l'anima, innanzi tutto dei cittadini di serie A, cioè di quelli che «g c'erano» nel paese di Bengodi. I grandi creatori di pubblicità sono dunque i veri e a loro modo geniali «intellettuali organici» della vincente dittatura della ricchezza. Non ha molta importanza la patetica battaglia per pareg. giare più o meno equamente gli spot elettorali: tutto il resto sono i veri spot elettorali. Essi indirizzano milioni di utenti a simpatizzare per quelle forze che gridano con santo sdegno: «lasciateci godere della nostra ricchezza! », e come unica «ideologia» trasmettono il più sollecitante dei messaggi: «cercate di diventare come noi!».

Al potere incontrastabile dell' «ideologia della ricchezza» si associano altre mitologie di massa: i grandi «miti analfabeti», di cui lo sport è forse il massimo esempio, divenuto infatti ormai, non a caso, un fattore direttamente politico, oltre che unica occasione di mobilitazione spontanea delle masse.

Il culto della ricchezza (nel quale rientrano anche i miti sportivi) ha creato - ed è questo forse il maggior suo successo - la società demagogica perfetta. La manipolazione involgarente delle masse è la nuova forma della «parola demagogica». Proprio mentre sembra favorire, attraverso lo strumento mediatico, l'alfabetizzazione di massa, essa produce - e il paradosso è solo apparente - un basso livello culturale oltre che un generale ottundimentó della capacità critica: l'allarme lanciato da Giacomo Leo, pardi, «dove tutti sanno poco e' si sa poco»17, poteva semare, al tempo in cui fu formulato, affetto da aristocratismo; è oggi che trova il suo pieno inveramento.

Sembrava il fascismo aver dato il massimo contributo in questa direzione: era invece pur sempre un movimento che affondava le sue remote radici nel secolo precedente e nel sempre ritornante modello bonapartista. Il fascismo prendeva di petto e manipolava «la folla» così come l'aveva conosciuta e descritta Gustave Le Bon. Al contrario l'attuale «democrazia oligarchica», o sistema misto, o come altro si preferisca chiamarlo, orienta, ispira e perciò dirige una folla molecolarizzata e, insieme, omogeneizzata dalla capillare onnipresenza del «piccolo schermo»; nutre, illude e proietta verso una felicità merceologica a portata di mano una miriade di singoli, inconsapevoli della parificazione mentale e sentimentale di cui sono oggetto, paghi della apparente verità e universalità che quella fonte, in permanenza attiva, fornisce quotidianamente loro, soffusa di sogni.

L'epilogo è stato la vittoria, che ha prospettive di lunga durata, di quella che i Greci chiamavano la «costituzione mista», in cui il «popolo» si esprime ma chi conta sono i ceti possidenti: tradotto in linguaggio più attuale, si tratta della vittoria di una oligarchia dinamica e incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali. Scenario beninteso limitato al mondo euro-atlantico e ad «isole» ad esso connesse nel resto del pianeta. Pianeta che, altrove, viene messo in riga le armi in pugno.

Non si è giunti a questo esito nello spazio di un mattino. La nascita e lo sviluppo dello Stato sociale, ad esempio, meriterebbero una trattazione ad hoc nella quale rientrano non solo la «sfida» rappresentata dall'assistenzialismo di tipo sovietico ma anche il Nev! Deal e anche il fascismo. Alla conclusione del suo percorso esso appare co me un prezioso pilastro del sistema economico-sociale ed è apprezzato perciò anche da coloro che lo avversa vano e che tuttora vorrebbero ridimensionarlo ma che ovviamente sanno quanto sia prezioso salvaguardarlo.

Per parte sua, anche la democrazia ha avuto i suoi momenti di grandezza. Mentre gli Stati Uniti d'America appoggiavano attivamente i fascismi militar-golpisti su tutto il pianeta, dall'Indonesia all'intero Sud America (con effetti particolarmente feroci in Cile e in Argentina) e teorizzavano che quelle dittature erano il necessario baluardo contro il comunismo, ed estendevano questa linea d'azione al continente europeo (appoggio ai fascismi «storici» della penisola iberica, instaurazione della dittatura militare greca, appoggio alla eversione «nera» in Italia), anche il contrattacco democratico ha avuto i suoi fasti: dalla rivoluzione portoghese, alla cacciata dei colonnelli greci, all'«èra Brandt» in Germania; per non ricordare se non di sfuggita lo spostamento di equilibri a sfavore dei ceti possidenti attuatosi in Italia, non a caso in un clima di rinnovata tensione antifascista, alla fine degli anni Sessanta e codificato in un testo di legge non a torto solennemente definito «Statuto dei lavoratori», oggi sotto attacco.

Ma questi momenti alti non hanno alla fine prevalso se non temporaneamente. La democrazia (che è tutt'altra cosa dal sistema misto) è infatti un prodotto instabile: e il prevalere (temporaneo) dei non possidenti nel corso di un inesauribile conflitto per l'eguaglianza, nozione che a sua volta si dilata storicamente ed include sempre nuovi, e sempre più contrastati, «diritti» . Ben diceva il Bobbio del 1975 che «l'essenza della democrazia è l'egualitarismo»18. Il suo affiorare, che non è così frequente e che nel secondo Novecento ha avuto un punto di forza nell'antifascismo, è dovuto all'irrompere, nel regime misto o se si preferisce semi-oligarchico codificato dal liberalismo classico, di istanze egualitarie più o meno coronate da durevole successo, che quasi sempre si fanno strada nell'asprezza di un conflitto: ben lo descrive Platone, alquanto inorridito, in un celebre passo della Repubblica (557a). Sono interruzioni più o meno durevoli del sistema «misto». Chi molto si avvicinò a questo genere di diagnosi fu un grande interprete delle dinamiche sociali, Gaetano Mosca. Egli fece ricorso, a sostegno della sua tesi, certo pessimistica, dell'inesistenza della democrazia, «all'apologo - come scrive - di quel padre che morendo confidava ai figli che nel campo avito era sepolto un tesoro, ciò che fece sì che quelli ne sollevassero tutte le zolle, non trovando il tesoro ma aumentando notevolmente la fertilità del terreno»19. L'apologo può essere messo a frutto in molti modi, per esempio a sostegno della tesi che la fiducia nella possibile esistenza della democrazia ha di per sé effetti migliorativi («democratici» appunto); certo esso esprime bene l'inesistenza fattuale, e insieme l'indispensabilità della «democrazia» (beninteso nel suo senso pieno e originario).

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