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Tomaso Montanari
La cultura del prodotto
8 Ottobre 2011
Beni culturali
Nessuna sopresa dietro le scelte di Galan per la Biennale, ma solo la logica del venditore: la cultura è solo un prodotto da vendere. Da IlFatto Quotidiano, 8 ottobre 2011 (m.p.g.)

Silvio Berlusconi non si fida di quello che non può comprare: per questo, quando sente parlare di cultura, mette mano al portafogli, cioè a Mediaset, a Publitalia, o comunque a qualcuno dei suoi stipendiati. Il penultimo ministro della Cultura, Sandro Bondi, era stato il suo segretario particolare; l’attuale – quel Giancarlo Galan il cui avvento aveva suscitato qualche speranza (o piuttosto illusione) – deve la sua carriera politica all’esser stato direttore centrale di Publitalia.

È questa la chiave per capire perché proprio Galan ha nominato Giulio Malgara alla presidenza della Biennale di Venezia. Questa mossa, infatti, non è solo l’ennesima epifania della concezione dinastico-patrimoniale dello Stato in base alla quale Berlusconi nomina deputati o ministri i suoi avvocati, i suoi dipendenti, i suoi testimoni, i suoi lacchè o le sue fornitrici di patonza. No: mettere l’inventore dell’Auditel (vale a dire il marchingegno che ha sradicato dal sistema televisivo italiano financo il concetto di qualità) a dirigere la massima manifestazione culturale del Paese è uno sbrego di immenso valore simbolico. Equivale a neutralizzare la cultura, sancendo una volta per tutte che essa è un prodotto, una merce come un’altra: e che conta solo a quanta gente la vendi e quanti quattrini ci tiri su.

E non è una mossa isolata, bensì lo ‘scacco al re’ di una partita che dura da un pezzo. Chi dirige, per esempio, la Triennale di Milano? L’ex direttore artistico di Canale 5 ed ex responsabile della comunicazione Fininvest, Davide Rampello. Chi è stato nominato da Galan al vertice di Cinecittà-Istituto Luce? Rodrigo Cipriani, direttore di Media digit (la sezione di Mediaset che si occupa dei new media) ed ex Publitalia. E chi dirige la Valorizzazione del patrimonio artistico italiano? Il consigliere di amministrazione della Mondadori Mario Resca.

Quest’ultimo, per esempio, sta cercando (in perfetta buona fede) di mettere in piedi un marketing fatto di eventi spettacolari, mostre a getto continuo, ‘noleggi’ di opere a privati e spedizioni di ‘capolavori’ all’estero. L’idea è quella di trasformare Caravaggio o Raffaello in commessi viaggiatori di un’Italia a sua volta trasformata in Disneyland, a cui dovrebbero portare vantaggi di immagine ed utili economici (secondo una petizione di principio, questa sì, puramente ideologica e non suffragata da un mezzo numero reale). Così la ‘valorizzazione’ diventa un lavoro da pierre o da piazzisti, completamente indifferenti alla funzione e all’identità stessa del prodotto che vendono. Nessuno sembra ricordare che la Costituzione italiana tutela il patrimonio artistico perché esso produca cultura, cittadinanza consapevole, senso critico, educazione e crescita morale: e che, se lo si trasforma in una merce da vendere o in un intrattenimento di tipo televisivo, non solo lo si danneggia materialmente, ma lo si rende completamente inerte, inutile, perfino dannoso.

Ma forse il fine è proprio questo: smantellare, dopo la scuola e l’università, anche il sistema dell’arte e della cultura – pericoloso vivaio di dissenso e pensiero libero –, sottraendolo alle detestate e inaffidabili ‘persone di cultura’ e consegnandolo invece a fidati pubblicitari, dipendenti delle aziende del Presidente del Consiglio. E in tutto questo si riesce ad avvertire – quasi fisicamente – il rancore, la diffidenza, la paura verso la libertà della cultura. Quella cultura, a cui, prima o poi, bisognava pur riuscire a imporre un auditel, un guinzaglio, una museruola.

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