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Furio Colombo
La crisi? Tutta colpa dei lavoratori
25 Aprile 2009
Capitalismo oggi
Su l’Unità, 25 aprile 2009, un brano tratto da "La paga", il pamphlet sul rapporto tra mercato e lavoro e sulle ipocrisie di industriali e politici. (m.p.g.)

Il caso italiano è esemplare. In ogni assemblea di Confindustria, in ogni convegno dei Giovani Imprenditori (che in Italia sono in gran parte figli di industriali e dunque rappresentanti di dinastie) per anni si è denunciato l’alto costo del lavoro, presentato come il peggior ostacolo alla competitività. Solo molto più tardi e senza clamori, senza la minima autocritica da parte dei focosi antagonisti del lavoro, è diventata nota e pubblica la verità: i salari italiani sono da decenni i più bassi d’Europa.

Eppure presidente, responsabili dell’ufficio studio e notabili di Confindustria sono considerati dai media le voci più autorevoli e competenti sulla questione, mentre i media dipingono i sindacati a turno come infidi, settari, estremisti. Sugli stessi sindacati, rimasti ormai isolati nella difesa dei lavoratori, vengono riversate accuse di privilegio, di improprio vantaggio, e se ne reclama la tassazione. (...) Alla presidente di Confindustria preme avallare due concetti. Il primo: licenziare è in sé un bene. Marcegaglia non sa se ci sono troppi maestri e se ha valore il taglio di 87mila cattedre. Ma nel suo mondo "sfoltire" è sempre una buona idea: aumenta il potere dei capi e la paura dei sottoposti. Il secondo: licenziare introduce la parola "merito", fondamentale in un’industria di padri e figli, in cui gli altri devono meritare anche la più piccola parte di quello che loro hanno semplicemente ereditato.

Un mondo di sottocultura sente gratitudine profonda e istintiva per il profeta Renato Brunetta, il primo a scoprire la turpe razza dei fannulloni. Più che alla sociologia del lavoro, i fannulloni sembrano far parte di personaggi della commedia all’italiana. Sono mostri che, nonostante l’eroismo del ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, Brunetta, nella vita vera nessuno è ancora riuscito ad acciuffare ed esporre alla pubblica gogna.

(...) Il vero obiettivo di Brunetta non è portare giustizia e meritocrazia nella pubblica amministrazione. Il vero obiettivo è un altro: denigrare il lavoro, umiliarlo, ridicolizzarlo e sbugiardarlo, mostrare il lato infido e un po’ ignobile dei lavoratori pubblici. I lavoratori sono profittatori, questuanti che, se non hanno lavoro, scendono in piazza; se lo hanno, si lamentano della precarietà e vogliono - oggi, nel mondo dell’informatica, della finanza e delle banche on-line - il posto fisso come nell’Ottocento. E se hanno il posto fisso non lavorano, o almeno non dimostrano di aver meritato il proprio compenso, anche se raramente supera i 1000 euro. (...)

GESTI DA KING KONG

Ci troviamo di fronte a una sottocultura primitiva, che si estende dalla manager Emma Marcegaglia al docente universitario Renato Brunetta, e lo prova il modo rozzo ed elementare con cui vengono "afferrati" i grandi problemi. Con gesti da King Kong in cima al grattacielo, la Marcegaglia approva con slancio il ritorno al maestro unico senza chiedersi che conseguenza potrà avere l’improvviso cambiamento su insegnanti e bambini. Un solo, o una sola docente a spiegare italiano, matematica, inglese, storia e scienze, e tutto in classi multietniche, ovviamente senza insegnanti di sostegno per i bambini portatori di handicap, tra alunni in divisa, tenuti in riga dalla minaccia del 5 in condotta.

Il presidente di Confindustria esulta per la cancellazione di 87mila posti di lavoro; afferma, con automatismo padronale, che gli insegnanti sono troppi; non sa e non chiede quanti bambini dovrà seguire adesso un maestro solo. Più di venti per ogni classe? Meno di venti? Si arriva a trenta? Ma forse questo non fa differenza nel mondo competitivo del merito e dell’efficienza.

Pensate a un ministro della Pubblica amministrazione e dell’innovazione, che divide il mondo in due. Da una parte vede funzionari ossessivi degni dell’eroe sovietico Stachanov o dell’indimenticato protagonista del film polacco L’uomo di marmo, dall’altra infidi fannulloni che si nascondono, da "furbi", dietro familiari menomati da handicap.

Provate adesso a tracciare una linea che unisca questi due mondi, il privato della Marcegaglia e il pubblico di Brunetta. Troverete una cultura che disprezza il lavoro, che respinge chi osa chiedere di più e, con l’aiuto dei media, mette in cattiva luce chi lo difende, spostando su di esso tutta la responsabilità della crisi di un paese privo di ricerca, di progetti, di prospettive. C’è una classe imprenditoriale che da decenni esige meno tasse, meno costi per il lavoro; ma non condivide mai i risultati economici, a volte clamorosamente buoni.

La "nuova" politica del settore pubblico è basata su una verità tanto sbandierata dal ministro: "C’è gente che lavora? Non credeteci, mentono".

Tre parole vengono usate come se fossero, allo stesso tempo, formula organizzativa perfetta e prova di rettitudine morale. Tre parole destinate a essere l’"Apriti Sesamo" imprenditoriale italiano, formula magica capace di rilanciare le imprese e provocare all’istante una buona economia: "competitività", "produttività", "merito".

Per la cultura imprenditoriale del mondo industriale, la "competitività" è un motore potente, un vanto al quale ogni impresa aspira per se stessa, cercando di distinguersi nel settore in cui opera. Ma in Italia la competitività dà adito - nelle imprese - a un doppio lamento, diventa una rete buttata su un animale focoso per rallentarne la corsa. È il lamento fatto di tasse troppo alte e di stipendi troppo costosi. La spesa pubblica e l’esosità dei lavoratori iperprotetti sono due parassiti che si mangiano i profitti, divorano gli investimenti, frustrano la scelta di fare impresa.

La "produttività", come qualunque scuola di management insegna, è frutto della buona progettazione come disegno e della buona organizzazione come gestione. Ne sono responsabili i manager alti per quanto riguarda i piani di produzione, i manager intermedi per i risultati presentati trimestre dopo trimestre, mese dopo mese e giorno per giorno. L’autonomia produttiva del singolo lavoratore è un tassello troppo piccolo per poter migliorare o peggiorare la produttività di tutta un’impresa. Eppure non si conosce convegno in cui, invece di discutere della produttività a partire dalla proprietà dell’impresa e dai suoi vertici, non se ne addossi la responsabilità ai lavoratori. Non c’è discussione sul rinnovo dei contratti in cui non si torni a proporre come buono, sensato, realistico e possibile, il legame consequenziale tra aumento dei salari e crescita della produttività.

IL MIRACOLO

Come fa l’operaio a provocare questo miracolo? Diventando forse attivista, mobilitando i colleghi, accordandosi con loro ("Dai ragazzi, diamoci dentro!") o seguendo scrupolosamente il piano della fabbrica pur sapendo che non è abbastanza produttivo? Il "merito" e il ritorno alla meritocrazia sono forse il più sfacciato e offensivo slogan del nuovo manifesto aziendale e morale. Come fa un operaio a meritare più del dovuto, secondo le regole e secondo il contratto? L’unica risposta è lo straordinario, e la sua detassazione. Il "premio" per chi fa più fatica per più ore di lavoro, in certi casi anche rischiando di più. Questo premio serve a stimolare chi lavora a lavorare oltre l’orario stabilito e, dunque, a evitare nuove assunzioni. È progresso o un espediente manageriale e padronale che raschia il barile della fatica umana? L’intento, comunque, è di tenere in pugno il lavoro, generare diffidenza, isolamento, paura, accrescendo il rischio, perché le precauzioni contro i pericoli rallentano il lavoro e certo non giovano alla competitività, non aumentano la produttività e non si prestano a essere esibite come merito. Come vedete, non è un percorso di civiltà. Ma è ciò che oggi accade in Italia.

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