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Lodo Meneghetti
La contraffazione dell’architettura e la privazione dell’urbanistica
23 Ottobre 2006
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Poco prima di alzarsi dalla poltrona di sindaco ...

Poco prima di alzarsi dalla poltrona occupata per quasi dieci anni il sindaco di Milano Gabriele Albertini vantava gli effetti degli “interventi urbanistici voluti dall’amministrazione comunale”. Parlò di “enorme processo di riqualificazione” instaurato grazie al “lavoro dei migliori architetti del mondo, i Brunelleschi e i Bernini dei nostri giorni” (Corriere della Sera, 20.4.06). A quel momento, in verità, non si potevano ancora giudicare opere compiutamente realizzate nei nuovi luoghi: nuovi rispetto al famoso intervento alla Bicocca concertato quasi dieci anni prima con l’industriale passato immantinente, come si usa dire, dal profitto alla rendita fondiaria e finanziaria. Luoghi designati dalla contrattazione (o, secondo l’attuale termine liberista, negoziazione) fra la giunta comunale e i potenti immobiliaristi che a Milano trovano le migliori occasioni politiche e il miglior spazio finanziario per indisturbate, illegittime operazioni giacché fuor d’ogni piano e regola approvati pubblicamente in precedenza. Parti del territorio comunale come cardini di un affare edilizio che negano la strategia urbanistica motivata da una necessità sociale e d’organizzazione coerente dello spazio urbano. Procedimenti rispettosi, possiamo oggi dire, dell’insegnamento impartito dalla madre della nuova maniera urbanistica e architettonica, appunto l’espansione stupefacente della città sulle aree Pirelli proprietà di Tronchetti Provera. In testa ai nuovi interventi – una cinquina quelli praticamente avviati ma ancora soggetti a proteste o mugugni dei cittadini – sta la molto remunerativa speculazione territoriale e fondiaria sull’area della ex Fiera. Gli altri, già descritti anch’essi in Eddyburg: Montecity-Rogoredo, ex industrie chimiche e metallurgiche (il giovane speculatore Zunino asservisce nientemeno che Norman Foster); Portello, ex Alfa Romeo; Porta Vittoria, ex scalo ferroviario; Garibaldi Repubblica, ex concorso ignorato in favore di un grattacielo (e molto d’altro) desiderato primatista europeo in altezza dal presidente Formigoni per la sede della Regione (pre-progetto, o meglio visione di Ieoh Ming Pei). Lascio da canto, fuor dei confini municipali milanesi: la Fiera a Pero-Rho, frettolosamente inaugurata prima delle elezioni, dove fra gli otto padiglioni l’onda volatile e volubile di Massimiliano Fuksas, illustrata più volte anche sui quotidiani, rappresenta come una festa dell’architettura caduca; la previsione, non ancora in veste progettuale vera e propria, di un grandissimo quartiere a Sesto San Giovanni sull’area della Falk, architetto Renzo Piano.

La vicenda della ex Fiera, nota fino ai penultimi passaggi e raccontata nel nostro sito, sta precipitando in un finale divertente se non ridicolo. Albertini vaneggiava di “nostro Central Park”, uno stretto e sconnesso residuo in mezzo ai grattacieli degli odierni Brunelleschi e Bernini, quando lo storico parco newyorkese misura (mi vergogno di rammentarlo) un chilometro per quattro, vale a dire 400 ettari. I tre architetti neo rinascimentali e barocchi, Hadid, Isozaky e Lebeskind, al servizio del furbo coacervo d’imprese (conviene rinominarle) Ligresti, Generali, Lanaro, Grupo Ler Desarrolos Residentales, esponevano mediante plastici e rendering vari le tre torri personali assistite da diversi edifici medio-alti. A loro non interessa lo spazio pubblico, non il destino di Milano lì, dove è corsa storia urbana, dove ci sono abitanti legati al loro ambiente; non sono in grado di ascoltare la città, se ne fregano del contesto, della concezione di contesto: un perno della cultura architettonica milanese, almeno fino al momento della scissione ideale e pratica fra architettura e urbanistica e di dominio di un’architettura estranea al principio affermato dalla rivoluzione moderna circa la saldatura fra valore sociale dell’architettura, coscienza morale, senso collettivo della professione.

Voglio ricordare agli amici di Eddyburg qual era in altri tempi la posizione dell’architetto di fiducia di Tronchetti Provera, Vittorio Gregotti, progettista dell’insediamento alla Bicocca, un fuor di contesto e di previsione condivisa che più non si può. Iniziava l’anno 1981 e Casabella, diretta da Thomas Maldonado, dedicava il fascicolo di gennaio a Venezia – già proposta tre anni prima – considerata appunto come speciale contesto. L’articolo sottostante al fondo di Maldonado, firmato da Vittorio Gregotti allora ancora esterno alla rivista, titolo La nozione di ‘contesto’, perorava la traslazione dagli studi dell’”ambiente lagunare” ad altri più generali, anche teorici, sulla “nozione di contesto” costituendosi essa “come fatto centrale per la costituzione dell’architettura” (Casabella, n.465, gennaio 1981, p.9). Mutano i tempi, le condizioni sociali, delle arti e delle professioni, le persone cambiano la ragione e il sentimento, la coerenza ad ogni costo non è né un obbligo né sempre un vantaggio; è pero essenziale verificare se non sia troppa la differenza fra il proprio dire e il proprio fare. È interessante, ora, che Gregotti, in occasione della decima edizione della Biennale Architettura, si auguri, secondo le promesse del titolo stesso, Città. Architettura e società, l’abbandono dei “vuoti formalismi delle ultime due o tre edizioni tutte concentrate sulle bizzarre estetiche dell’oggetto-edificio” e invece affronti “le questioni della forma della città e delle sue parti… che sono cruciali per il senso stesso della cultura architettonica” (La Repubblica, 4 settembre 2006). Oh, bene, qui ritorniamo persino ai vecchi tempi della simbiosis fra architettura e urbanistica e della relativa competenza professionale complessa. Quanto all’architettura vuota, formalista, bizzarra tuttora imperversante, giusto sarebbe che il nostro, lo sappiamo capace di fine critica, parlasse specificamente delle opere firmate, per esempio quelle introdotte sopra e quelle che lo saranno nel seguito. Anche per corroborare la fiducia espressa da Edoardo Salzano: “condivido pienamente quello che dicono persone come lui [Gregotti], Carlo Melograni e pochi altri, e che cioè l’architettura svolge il suo ruolo se rende migliore la città” (AL, mensile degli architetti lombardi, n.7, luglio 2006).

Il nuovo sindaco Letizia Moratti, in continuo movimento per rendersi gradita ai milanesi, anche a quelli che non l’hanno votata, sembra reagire alle preoccupazioni degli abitanti. Vorrebbe tagliare un pezzo dei tre invisi grattacieli! Sarà vero? Che novità è mai questa? Si possono correggere pesantemente i “migliori architetti del mondo”? Penso che essi accetterebbero qualsiasi modificazione poiché non terrebbero affatto a difendere ad ogni costo edifici apparentati con l’oggettistica ingrandita duecento o trecento volte piuttosto che con l’architettura. E poi a decidere sono le imprese detentrici dell’accordo; possono variare ogni genere di progetto ma senza rinunciare nemmeno a un metro cubo o a un metro quadro commerciabili sopra o sotto la terra. Probabilmente non vedremo ergersi difficoltosamente il grattacielo tòrto e sciancato, pencolante, della Hadid: forme rientranti in una sottospecie di decostruzionismo se se ne confondesse la pratica con le esperienze di O’Gehry. Il Guggenheim di Bilbao, tuttavia già in regresso accademico per ripetitività altrove, può essere almeno interpretato come propaganda di un nuovo cubo-espressionismo chiaramente legato alla tradizione artistica modernista: si conosce infatti una maquette del monacense Hermann Finserlin per un mausoleo (1919) che pare una familiare antenata del decostruttivo museo.

Hadid non è sola d’altronde. Altri hanno in mente costruzioni insensate, tese solo a sorprendere, a cercare primati nella gara aperta dai sindaci di città grandi e piccole (indifferente l’etichetta partitica). Vogliosi di lasciare segni profondissimi indubitabilmente edilizi, paiono insensibili di fronte alle necessità reali dei loro amministrati e invece eccitati dalla speranza che l’architettura osé funga da richiamo a foranei visitatori ipotetici propulsorî dei commerci urbani. Così leggiamo che in una città appartata anche se prospiciente il mare come Savona potrebbero darsi prossimamente due eventi straordinari: Fuksas contenderebbe all’autrice della scombinata torre milanese la divaricazione dalla verticale del tipo edilizio grattacielo gobbosamente pendulo, a rischio di precipitare in acqua (“intervento… al porticciolo della Magonara al confine con Albissola, con tanto di grattacielo ricurvo a strapiombo sul mare: una specie di banana alta 120 metri”, M. Preve e F. Sansa, in Micromega dal 7.7.06); Bofil si scatenerebbe vicino al porto turistico della Torretta “per un intervento residenziale mastodontico con un crescent (un palazzo muraglia disposto a semicerchio), un grattacielo da quasi cento metri e altre costruzioni sparse” (idem). Allora anche a Savona, come nell’esemplare Milano, architettura nulla c’entrante con il contesto, architettura divistica ossia sprezzante la città, la società, architettura in definitiva disumana. Capita anche nel meno immaginabile dei territori disponibili, se persino a Mola di Bari (l’abbiamo saputo a maggio da Andrea Laterza di Mola Democratica e se ne è scritto) i due fronti a mare, di sud e di nord, saranno sacrificati alle potenti cubature, dotate come al solito di nuovo porto turistico e di grattacielo, ideate da Oriol Bohigas, grazie tante al contesto. Possiamo forse consolarci con quel che c’è di peggio in Europa, progettato e costruito e illustrato (celebrato) su riviste e giornali in questi anni: è il great gherkin di Norman Foster il campione; il grande cetriolo sede della Swiss Re nella city londinese. Un idroponico vegetale che dovremmo assegnare, invece che alla cieca logica della tecnica, alle buone forme della natura? Penso in definitiva a una colossale bomba che potremmo assumere come metafora di un atteso scoppio devastante della falsa architettura di tali autori dal quale rinascerebbe faticosamente, come da un big ben, l’architettura.

I migliori architetti razionalisti attivi nella redazione della rivista Quadrante definivano “arrogante” l’architettura mercantile o tronfiaopposta al razionalismo sincero, cioè l’architettura ragionevole. Sono passati quasi ottant’anni: potremmo, oggi, senza alcuna intenzione revivalistica, affiggere un cartiglio con la medesima parola sulle opere d’architettura (o non-architettura) di cui stiamo parlando?

Leggo qua e là impressioni e commenti sulla decima Biennale. Non posso visitare la mostra. Il bell’articolo di Pippo Ciorra sul manifesto dell’8 settembre (pubblicato in Eddyburg) slarga il cuore. Sembra davvero lontana l’esposizione precedente quando Peter Eisenman (Leone d’oro alla carriera) e Kurt Forster (curatore) non nascondevano il medesimo disprezzo del pubblico e la medesima celebrazione del sé, figure – ha detto un critico che non ricordo – estranee alla funzionalità, al contesto e persino alla costruibilità. La città e l’architettura sembrano finalmente riscoprire i rapporti che la storia della società le ha per così dire obbligate a intrecciare. L’urbanistica e l’architettura riprenderanno l’antica strada comune? Un problema urgente delle nostre città o metropoli che siano è di riconquistare lo spazio pubblico quale spazio civile. Ecco, l’architettura, liberata dalla stupida arroganza d’autore, che infine è grettezza d’animo e bruttezza di forma, diventa architettura civile, appartiene, come da sempre la grande architettura, alla società.

Attenzione, a proposito di metropoli e megalopoli presentate a Venezia. Quegli affastellamenti di grattacieli, quegli ammassi di edifici contenitori degli sbiancati e inanimati operai del nostro tempo – gl’impiegati del terziario commerciale mondializzato – non possono parlare la nostra lingua. Globalizzazione e omologazione delle metropoli, tutto uguale dappertutto – ci dicono certi sociologi e i nostri internazionalisti dell’architettura contraffatta. No, grazie. Le nostre Milano e Torino, benché afflitte dallo sprawl, non sonoShangai o Caracas o Città del Messico.

Milano, 11 settembre 2006

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