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Paolo Berdini
La città è come un’infezione in mano a trafficanti di suolo urbano
26 Agosto 2006
Roma
Ancora un articolo dal numero speciale di Carta qui, dedicato ad Antonio Cederna: una denuncia di nuovo attuale.

Uno studio attento delle situazioni particolari porta a decidere dove, come, con quali norme e caratteristiche la città debba estendersi, e quindi all’imposizione di uno sviluppo in una direzione predominante: affinché il centro di gravità (cioè l’insieme dei pesi umani, edilizi e degli interventi economici) non torni più a gravare sul nucleo antico, ma gradatamente continui a spostarsi nel senso della massima espansione della città. Occorre dunque, se vogliamo ridare una dimensione sopportabile alle nostre città, rompere definitivamente l’indiscriminato ingrandimento a macchia d’olio, sui sono sottoposte dalla peggior specie di vandali, latifondisti e trafficanti e monopolizzatori di suolo urbano, che tirano furiosamente la città sui loro terreni, strategicamente disposti intorno a essa e tendono a urbanizzare abusivamente le aree agricole”.

La prefazione ai “Vandali in casa” scritta da Cederna nel 1956 -anno in cui l’Espresso con l’articolo di Manlio Cancogni lancia lo slogan “Capitale corrotta, nazione infetta”- è una grande lezione di metodo, ancora attualissima. E, a proposito di attualità, iniziamo da una piccola nota di colore, i puristi del politicamente corretto oggi così in voga, tradurrebbero il tagliente termine di trafficante di suolo urbano con immobiliaristi, e cioè un più neutro attributo a coloro che fino a poco tempo fa venivano chiamati con il loro vero nome: speculatori.

Ma torniamo alla lezione. Afferma Cederna che è con l’urbanistica che si salvano le città dalla speculazione. E’ con l’urbanistica che si può tentare di dare una prospettiva di riscatto alle periferie urbane. Ma, appunto, è un’urbanistica mirata, apertamente schierata, affatto condiscendente con le tendenze del mercato.

Il rifiuto netto quanto motivato dello sviluppo urbano a macchia d’olio serve a Cederna trent’anni dopo per definire le linee del progetto di legge per “Roma capitale” che elaborò nel 1989 quando era stato eletto alla Camera dei Deputati come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano. Dei pochi fondamentali elementi di cui era composta la sua proposta di legge, uno era particolarmente connesso con la negazione della macchia d’olio. La riproposizione del Sistema direzionale orientale in chiave di riqualificazione della immensa periferia romana. Nato proprio negli anni in cui Cederna scrive la prefazione citata in apertura, quel progetto doveva servire per fornire forma e dignità allo sviluppo urbano della capitale. Serviva insomma ad evitare ciò che aveva paventato poco più avanti.

“Proseguendo lungo le direzioni dei giochi di parole mussoliniani, la città continua a espandersi senza regole né misura, caoticamente verso il sud, stringendo sempre più l’Appia nella sua morsa: vengono attuati nuovi attraversamenti, si addensano nuove borgate, la città dilaga senza soluzione di continuità, come un’infezione. Scompare il distacco tra città e colli, tutto diventa un’ininterrotta serie di sciatti, lerci sobborghi: una nuova immensa escrescenza si propaga a sud, con tutti i suoi deleteri effetti sulla città, conferma dell’anarchica espansione a macchia d’olio, scomparsa di tutte le zone verdi sotto un’unica colata cementizia, congestione e minaccia di distruzione del centro storico, sconfitta di ogni razionale pianificazione”.

E sul Mondo del 22 novembre 1955 afferma ancora:

“Roma, dopo essersi faticosamente mossa verso est negli ultimi decenni, torna ora a spostarsi verso il mare nostrum, come un granchio azzoppato. E’ facile immaginare che tutta la Cristoforo Colombo verrà trasformata in un corridoio murato, che tutta la campagna tra Roma e il mare andrà a farsi benedire. D’altra parte, nonostante tutte le dichiarazioni in contrario, Roma si salderà ai Colli e quindi anche quella campagna se ne va”.

Quelle previsioni si sono purtroppo avverate. Ma alla fine degli anni ’80, al tempo della proposta di legge per Roma capitale, le aree che dovevano ospitare lo Sdo erano ancora vuote, mentre intorno abusivamente e legalmente era sorta la più brutta periferia romana. Il nuovo sistema direzionale doveva dunque servire per ridare dignità a quei tessuti senza qualità. E ospitare i Ministeri, così da vuotare il centro storico da pesi urbanistici insostenibili.

Nel decennio che ci separa dalla sua scomparsa, quella stessa sinistra che Cederna aveva contribuito a fare autorevole e rispettata, ha disegnato un nuovo piano regolatore della città che cancella d’un colpo la grande lezione sulla macchia d’olio e l’obiettivo strategico dello svuotamento del centro storico dalle funzioni dello Stato.

“La relazione centripeta finora dominante svolta dall’area centrale costituita dal centro storico e dalla sua cintura viene affrontata nel nuovo piano attraverso il modello policentrico delle nuove centralità in rete. Ciò significa un nuovo ruolo per l’area centrale: appare difficile immaginare un suo svuotamento delle funzioni forti né tale ipotesi sarebbe auspicabile (l’area centrale come museo)” (Relazione del Nuovo piano regolatore di Roma adottato dal Consiglio comunale il 19-20 marzo 2003, pagina 16).

Il “modello policentrico delle nuove centralità in rete” è infatti sapientemente distribuito a raggiera intorno al centro antico. La macchia d’olio trionfa in un’acritica indifferenza. E il centro storico rimane definitivamente condannato a sopportare funzioni che lo soffocano.

La furbesca agitazione del fantasma “dell’area centrale come museo” serve solo da banale alibi per non vedere quanto sta avvenendo. Il grande incremento del turismo di massa sta sottoponendo il centro ad un inarrestabile svuotamento di residenti (ne restano ormai soltanto 100.000 all’interno delle mura aureliane) e alla riduzione di interi quartieri antichi a baracconi adatti al turismo mordi e fuggi (sempre all’interno della cerchia delle mura sono oltre 50.000 i posti letto in strutture alberghiere). Altro che museo.

L’urbanistica che credeva nella supremazia della visione pubblica sugli interessi privati. Che tentava di immaginare un futuro migliore per i quartieri e i suoi abitanti. L’urbanistica insomma che piaceva ad Antonio Cederna non c’è più, sostituita da una cortina fumogena di slogan che hanno tentato di nascondere la totale capitolazione verso la proprietà fondiaria. Una sola cosa è forse mutata. Al posto dei “pallidi scherani della speculazione”, come amava dire Cederna, sono comparsi “i furbetti del quartierino”. Ma Roma continua ad essere nelle mani di “latifondisti e trafficanti e monopolizzatori di suolo urbano”.

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