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Annik Osmont
La città del neoliberalismo
24 Giugno 2008
E’ una città che esiste già: ecco come interferisce con il diritto alla città (casa, servizi) e con la pianificazione democratica. Dal sito web di Aitec.

Annik Osmont, La ville du néo-libéralisme . In Cahier Voltaire: la Ville à l’épreuve du libéralisme , Paris: Aitec, 2006. Dal sito web di Aitec. Versione di Marcello Balbo. In calce il testo in lingua originale

La città del neoliberalismo esiste principalmente per tre motivi

1) Come prodotto concreto della globalizzazione dominata da un capitalismo sempre più sottomesso ai mercati finanziari, alla volontà delle multinazionali e dei fondi-pensione. Nel movimento che interessa ormai l’intero pianeta ci sono città «utili», e città che non lo sono. Le prime sono quelle che offrono infrastrutture urbane, in termini di strade scorrevoli, di aeroporti, di servizi urbani di alta qualità, suscettibili d’attirare gli investitori; quelle che offrono promesse di produttività della forza lavoro e delle garanzie di pace sociale; nei paesi in via di sviluppo, alle città l’aiuto internazionale viene dato in funzione delle potenzialità che possono offrire alla, e sotto condizione che venga utilizzato per realizzare le infrastrutture e i servizi richiesti dalla globalizzazione.

Ma esiste un rovescio della medaglia (San Paolo, Shanghai...), che è costituito da accadimenti inattesi che spesso rimettono in discussione o addirittura annullano,uno sviluppo che appariva inarrestabile e invece è effimero: una bolla finanziaria, cui si aggiunge quella (come a Djakarta e Bangkok nel 1997-98) mette sul lastrico da un giorno all’altro i fragili ceti medi e porta alla più completa marginalizzazione quelli che erano poveri già nel periodo dello «sviluppo». L’estrema precarietà dell’occupazione e le brutali delocalizzazioni obbligano un numero sempre più alto di persone, soprattutto i giovani, a spostarsi do continuo, cercando, di seguire le rilocalizzazioni spesso temporanee. Nei paesi sviluppati, dove le lotte sociali del XIX e XX secolo avevano portato all’acquisizione di una serie di diritti urbani, sono apparsi nuovi fattori d’insicurezza sociale, determinati dalla cancellazione di quei diritti: la privatizzazione dei servizi (trasporti, energia, poste, e poi sanità, istruzione), trasferimento della spesa alle città, con il conseguente, aumento delle imposte locali. Le città del neoliberalismo hanno insomma l’obbligo di essere competitive per catturare investimenti: tocca a loro sostenere il peso di modernizzare le infrastrutture (porti, aeroporti, autostrade urbane), e questo non può avvenire che a scapito degli investimenti nei servizi collettivi. E’ l’insicurezza sociale urbana, e la fine programmata del diritto alla città.

2) La città neoliberale esiste in secondo luogo come ideologia, destinata a legittimare l’attenzione per le città economicamente interessanti, moderne, vetrine di una globalizzazione considerata come sicura portatrice di progresso. Un tasso di disoccupazione del 5% legittima misure di flessibilità dell’occupazione , lasciando in secondo piano la precarietà e l’insicurezza sociale. La competitività tra le città è la parola d’ordine di questa ideologia, così come la regolazione attraverso il mercato, che legittima la concorrenza nelle politiche dei servizi e della casa.

Questa ideologia del mercato come strumento di regolazione economica e sociale della città, su cui si fonda l’immagine della città neoliberale, è emanazione diretta del «consenso di Washington»,che all’inizio degli anni 90 ha contribuito a legittimare le politiche di aggiustamento strutturale. Essendo queste elemento essenziale della completa liberalizzazione dell’economia di mercato, è indispensabile che l’edificio ideologico ostenti continuamente la sua solidità e coerenza.

Le parole di questa ideologia sono al tempo stesso numerose e volutamente indefinibili, anche se vengono presentate sotto forma di concetti dall’evidenza teorica: il decentramento che include la privatizzazione, la governance che diventa «buona governance», intercambiabile con la democrazia, lo sviluppo sostenibile, incantesimo vuoto di realtà, o ancora l’ambiente, che può essere sia fisico che istituzionale.

Perfino i «servizi pubblici», diventati «servizi comuni d’interesse generale», partecipano a questo rimescolamento delle parole, che di fatto nasconde un cambiamento molto concreto del che cosa sia un servizio pubblioi e, di conseguenza, la perdita del diritto alla città: d’ora in avanti ci si dovrà accontentare nel migliore dei casi dell’equità, scordandosi dell’uguaglianza dei diritti. Il termine “società civile” è uno dei tanti passe par tout che nasconde le realtà della sua strumentalizzazione, attraverso le Ong e altre «comunità di base»

Con questi esercizi di stile il neoliberismo strumentalizza la politica in due modi : la deregolamentazione economica e sociale, la governance tecnico-razionale delle persone e delle cose, dove l’una e l’altra servono a legittimare il disimpegno dello Stato

3) La città neoliberale esiste infine come prodotto di un sistema normativo. Esso discende sia dalla globalizzazione che dall’ideologia neoliberale. Attenzione però: si tratta di una ricetta per la quale ci sono anche i rimedi. Le conseguenze sono particolarmente pesanti nei paesi in via di sviluppo, dove gli aiuti sono sempre più legati a condizionalità .

Anche in questo caso è la Banca mondiale a fornire gli esempi più lampanti di strumentalizzazione delle politiche urbane in senso neoliberale, applicando nuovi modelli d’intervento soprattutto nelle metropoli dei paesi cosiddetti emergenti, per farne dei modelli a vocazione universale.

Produttrice al tempo stesso d’ideologia e di modalità d’intervento nelle città dei PVS, la Banca mondiale utilizza precisi criteri per la selezione delle città cui destinare l’aiuto allo sviluppo, sia per i propri prestiti che per fornire le garanzie necessarie per ottenere prestiti sul mercato finanziario. Le città devono dar prova di una adeguata competitività, valutata prima di tutto in termini di infrastrutture adeguate per gli investimenti esteri. Devono mostrare di seguire modelli di “good governance, in buona sostanza di essere capaci di raccogliere le risorse a livello locale e di controllarne l’allocazione eliminando ogni forma di sovvenzione ai servizi o alla casa, lasciando al mercato la loro getsione. Infine le città devono mostrare una sufficiente capacità di strumentalizzare la «società civile» nella prospettiva di un approccio fintamente partecipativo..

In questo quadro, la pianificazione strategica, nella quale tutti gli attori locali hanno qualcosa da dire, ha rimpiazzato la pianificazione urbana. Si tratta – ci dicono – della democrazia locale contro la tecnocrazia centralista.

Qusto modello di gestione dello sviluppo urbano e l’ideologia che vi è sottesa sono stati sperimentati in numerose città dei paesi in via di sviluppo sottoposti all’aggiustamento strutturale e al condizionamento dell’aiuto internazionale, il che significa che non avevano scelta. Una volta sperimentato, il modello si è propagato ai paesi occidentali, da cui provenivano gli economisti che l’hanno concepito. I nostri politici l’hanno compreso assai bene e da qualche anno ormai stanno cercando di applicarlo anche nei nostri paesi. Ma su questo terreno sipotrebbero accendere nuove forme di conflitto urbano, come mostrano bene quelle che si sono accese in questi anni intorno alla privatizzazione dei servizi pubblici.

Annik Osmont

La ville du néo-libéralisme.

La ville du néo-libéralisme existe, et cela de trois manières principales :

- comme produit bien réel de la mondialisation dominée par l’évolution d’un capitalisme de plus en plus soumis aux marchés financiers et aux volontés des actionnaires des multinationales et aux fonds de pension. Dans ce mouvement qui affecte le monde entier, il y a les villes « utiles », et celles qui ne le sont pas. Les premières sont celles qui offrent des infrastructures urbaines, en termes de voies rapides, d’aéroports, de services urbains de haute qualité, susceptibles d’attirer à bon compte les investisseurs ; celles aussi qui offrent des promesses de productivité de la main-d’œuvre et de quelques garanties de paix sociale ; s’agissant des pays émergents, les villes qui bénéficient de la sollicitude de l’aide internationale, sélectionnées pour leurs potentialités, reçoivent une aide conditionnelle pour leur permettre de réaliser une mise à niveau acceptable.

Mais la médaille (Sao Paulo, Shanghai…) a son revers, fait d’un cortège de désagréments qui souvent remettent en question, voire annulent d’un coup, une phase éphémère de développement : l’éclatement d’une bulle financière en même temps que foncière (ce fut le cas à Djakarta et à Bangkok en 1997-98) ruinent du jour au lendemain des couches intermédiaires fragilisées et laissent sans solution les citadins déjà laissés pour compte dans la période de « développement ». L’extrême précarité de l’emploi, les délocalisations brutales contraignent un nombre croissant de citadins, de jeunes notamment, à l’errance, au gré de relocalisations souvent temporaires . Il faut ajouter à cela d’autres facteurs d’insécurité sociale, entraînée par la destruction des quelques acquis en matière de droits urbains, dans les pays développés qui ont connu des luttes sociales, notamment urbaines, importantes au 19 ème et au 20 ème siècles : privatisations de services urbains (transports, énergie, poste, bientôt santé, éducation), report de charges sur les collectivités locales, donc augmentation des impôts locaux. Plus largement, les villes du néo-libéralisme doivent être compétitives pour attirer les investisseurs : à elles de supporter la charge de moderniser les équipements d’infrastructures (ports, aéroports, voies rapides d’accès…). Cela ne peut se faire qu’au détriment d’investissements dans les services urbains. C’est l’insécurité sociale urbaine, et la fin programmée du droit à la ville.

- La ville néolibérale existe comme idéologie, destinée à légitimer l’intérêt porté aux villes économiquement intéressantes, modernes vitrines d’une mondialisation censée être porteuse de progrès. Un taux de chômage à 5 % viendra légitimer la flexibilité de l’emploi et mettra au second plan la précarité et l’insécurité sociale. La compétitivité féroce entre villes est le maître-mot de cette idéologie, ainsi que la régulation par le marché, qui légitime la nécessaire mise en concurrence dans la fourniture et la gestion des services urbains et du logement.

Parce qu’elle une fonction générale affichée de régulation économique et sociale par le marché, cette idéologie qui construit l’image de la ville néolibérale est bien dans le droit fil du « consensus de Washington » élaboré au début des années 90, et destiné à légitimer le vaste mouvement de réformes économiques et institutionnelles de l’ajustement structurel, Celui-ci étant considéré comme la fondation incontournable de la libéralisation complète de l’économie de marché, il est indispensable que l’édifice idéologique affiche de manière continue sa solidité et sa cohérence.

Les mots de cette idéologie sont aussi nombreux que volontairement indéfinissables, bien qu’ils soient donnés comme des concepts, ayant la force de l’évidence théorique : la décentralisation qui inclut la privatisation, la gouvernance qui devient bonne gouvernance, interchangeable avec démocratie, le développement durable, incantation vide de réalité, ou encore l’environnement, qui peut-être aussi bien physique qu’institutionnel. Il n’est pas jusqu’aux services publics devenus « services communs d’intérêt général » qui ne participent à ce foisonnements de mots qui cachent en fait le changement très réel du statut des services publics et de la perte d’un droit de cité, les citadins devant se contenter d’équité (dans le meilleur des cas), au lieu d’égalité de droits. La société civile est un mot valise parmi d’autres qui cache les réalités de son instrumentalisation, à travers les ONG et autres « communautés de base ».

A travers ces exercices de style, le néolibéralisme instrumente le politique dans deux sens : la dérégulation économique et sociale, la gouvernance technico-rationnelle des gens et des choses, les deux légitimant le discours sur le désengagement de l’Etat.

- La ville néolibérale existe enfin comme produit d’un système prescriptif. Il découle et des situations liées à la mondialisation et de l’idéologie néolibérale. Mais qu’on ne s’y trompe pas : il s’agit d’une ordonnance accompagnée des remèdes. Les conséquences opérationnelles sont particulièrement importantes dans les PED, en raison de la conditionnalité de l’aide.

Là encore, c’est la Banque mondiale qui nous fournit les meilleurs exemples de l’instrumentalisation néolibérale des politiques urbaines, en expérimentant de nouveaux modes d’intervention centrés de manière privilégiée sur les métropoles dites émergentes, pour en faire des modèles opérationnels à vocation universelle.

A la fois productrice d’idéologie et de modes d’intervention sur les villes des PED, la Banque mondiale se fonde désormais sur des critères de sélection des villes susceptibles de recevoir l’aide au développement, soit par des prêts directs de cet organisme, soit en obtenant sa garantie pour l’obtention de prêts sur les marchés financiers. Les villes sélectionnées doivent avoir fait la preuve de leur compétitivité, mesurée notamment par leur capacité à adapter leurs infrastructures pour attirer les investissements étrangers. Elles doivent aussi faire la preuve de leur bonne gouvernance, c’est-à-dire, pour l’essentiel, de leur capacité à améliorer la collecte des ressources et à mieux contrôler leur allocation, en cessant de subventionner l’habitat et les services urbains, pour les abandonner finalement à la gestion privée. La capacité des villes retenues à instrumentaliser la « société civile » dans une mise en scène participative est également prise en compte.

Dans ce paysage, la planification stratégique, dans laquelle tous les acteurs locaux ont en principe leur mot à dire, a remplacé la planification urbaine. C’est, nous dit-on, la démocratie locale contre la technocratie centraliste.

Ce modèle de gestion du développement urbain et l’idéologie qui le sous-tend a été testé dans nombres de métropoles et de grandes villes des pays en développement, soumis à l’ajustement structurel et à la conditionnalité de l’aide, ce qui fait qu’ils n’avaient guère le choix. Une fois expérimenté, le modèle s’est propagé vers les pays occidentaux d’où venaient les économistes qui l’avaient conçu. Nos dirigeants l’ont plutôt bien intégré, et tentent de l’appliquer depuis quelques années. Cette situation pourrait fort bien remettre à l’ordre du jour de nouvelles formes de luttes urbaines, celles qui concernent les services publics étant un bon exemple.

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