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La città col ponte levatoio
20 Gennaio 2011
Articoli del 2011
L’avanzata dell’anticittà. Non è cominciata da oggi: nessuno se ne era accorto? È irrefrenabile? Dipende anche da noi. Jenner Meletti e Vittorio Zucconi, la Repubblica 20 gennaio 2011, con postilla (f.b.)

Nei quartieri blindati

di Jenner Meletti

Sembra lontano, il mondo degli altri. È là in fondo, oltre il muro di cinta, oltre la nebbia. Questo è «un luogo magico e nascosto», un rifugio scelto da chi vuole «cambiare vita e proteggere i propri figli». Piazza del Duomo è appena a quindici chilometri, ma sembra in un altro continente. «Qui ci sono sicurezza assoluta, tranquillità, silenzio», dice Stefano Fierro, che cura la vendita di 146 case e appartamenti in questa cascina Vione, gated community - ovvero comunità chiusa da cancelli - sulla strada che porta a Pavia. «Ci sarà vigilanza armata, ci saranno telecamere sul muro di cinta e sensori elettronici antintrusione. Potranno entrare solo i residenti e gli ospiti dei residenti, dopo l’identificazione».

Stanno nascendo anche in Italia, le città blindate. Vione aprirà il Primo Maggio, con la consegna delle chiavi di casa (elettroniche) a medici, avvocati, manager, impresari… Età compresa fra i 35 ed i 50 anni, tutti con famiglia, quasi tutti con bambini. Spenderanno almeno 4.200 euro al metro quadro per appartamenti che vanno dagli 80 ai 250-300 metri quadri.

Dovranno poi pagare forti spese «condominiali» per vigilanti, giardinieri, custodi. Le vendite vanno bene perché «Vione - è scritto nel sito che propone l’investimento - non è solo un luogo ma un modo di pensare e di vivere». Le promesse sono impegnative. «Si potrà, come una volta, vivere tranquilli lasciando aperta la porta di casa». «Potrai passeggiare come faresti a Portofino o Capri, ma senza il turismo».

Certo, il panorama non è lo stesso. Attorno ci sono le risaie che offrono nebbia in inverno e zanzare in estate. «Ci saranno zanzariere ovunque. Il "panorama" sarà dentro la cascina stessa, perché stiamo ristrutturando edifici secolari, che sono tutelati dalla Soprintendenza ai Beni culturali, e lo facciamo con ogni cura. Questa "grangia", che è un borgo fortificato, era abitata già nel 1300 dai monaci cistercensi. Oltre a quelli privati, ci sarà anche un grande giardino storico, del ‘700». Pollai, stalle e case dei braccianti sono già diventati appartamenti di lusso, appena meno prestigiosi di quelli ricavati nella villa padronale. Chi arriva qui - lo ha ripetuto cento volte prima di firmare il rogito - ha chiesto prima di tutto la sicurezza e ha avuto risposte esaurienti.

Non saranno tenuti lontano solo ladri o rapinatori ma anche gli «indesiderati». «In città - annuncia la pubblicità della cascina - ci sono traffico, inquinamento, aggressività, violenza e soprattutto troppe persone con origini e abitudini diverse». Qui non rischi di trovarti accanto il migrante che cucina con aglio e zenzero. «Verranno ad abitare qui persone con background culturale e lavorativo comune, ci sarà quel buon vicinato ormai perduto in città». L’asticella del reddito è posta ben in alto: chi vuole mettersi sopra il capo un tetto con antiche travi a vista deve infatti ripagare un investimento di almeno 60 milioni di euro per un «condominio» di circa 500 abitanti.

Un mulino diventerà una sala per mostre e convegni del Comune di Basiglio, ci sarà pure un ristorante con le stelle, ma chi li frequenterà non potrà entrare nella gated community. La strada provinciale che passava qui accanto è stata spostata: il rumore delle auto - il residente si infila in garage sotterranei poi si presenta a piedi davanti ai guardiani - non deve ricordare che fuori esiste una vita meno patinata. «Per quanto possa essere stata dura la tua giornata, quando sarai a casa nessuno ti disturberà e il resto del mondo resterà fuori dalla tua vita».

Cascina Vione, con le sue mura antiche, è a un tiro di schioppo da Milano 3, con centinaia di palazzine, parchi e una City di uffici e banche. Tanti altri quartieri, come l’Olgiata a Roma, sono stati costruiti come pezzi autonomi di città. «Insediamenti come questo, e soprattutto come Milano 2 - dice Agostino Petrillo, docente di Sociologia urbana al Politecnico milanese - più che gated communities sono definiti neighdourhood, ovvero quartieri, zone di vicinato. Sono piccole enclave urbane, non vere città indipendenti. Ce ne sono anche a Londra, ad esempio nella zona dei Docks. Sono "blindate" solo in certe ore, alla sera, e non c’è dunque un’auto segregazione completa. Milano 2, inoltre, più che come città chiusa nasce come città giardino e da un punto di vista architettonico è una piccola utopia. La sicurezza non è al primo posto, come nelle gated communities. Voleva essere una città modello, per famiglie, quadri, dirigenti. Ma la piccola utopia non si è realizzata. Le famiglie con figli sono oggi sempre meno presenti, e gli appartamenti sono occupati soprattutto da professionisti che lavorano in città e hanno trasformato Milano 2 in una città dormitorio. Gli spazi comuni, come i prati e i parchi, restano spesso deserti».

Fabrizio Rossitto, architetto, nella sua tesi di laurea ha raccontato le nascenti gated communities milanesi. «In particolare - dice - ho analizzato la Viscontina di Buccinasco. Settanta famiglie, di ceto medio alto, in 29 ville singole, 10 ville bi - familiari, 20 abitazioni a schiera. Quasi tutte le famiglie hanno figli, ci sono anche anziani ma non giovani coppie e tantomeno single. C’è una portineria con custode e telecamere di sorveglianza. In caso di visite, l’inquilino ospitante deve recarsi all’ingresso per ricevere e permettere di entrare all’ospite. I confini sono ben segnati da muri di cinta alti tre metri oppure da una fitta siepe di rovi. Si vive nello stesso spazio protetto ma non c’è vita comune: non vengono mai organizzate ricorrenze o festeggiamenti. Caratteristiche principali sono la tranquillità e la cura del verde: non a caso è stato girato qui uno spot del Mulino bianco della Barilla».

L’ex studente ha analizzato anche un altro complesso di Buccinasco, il Rovido. «Qui ci sono 380 famiglie, anche con giovani e single. Più che una gated community questo è un "vicinato difeso", con cancelli elettrici e telecamere e tanti cartelli. "Stop. Proprietà privata. Non sostare e non passare". "Area video - sorvegliata". C’è chi ha installato telecamere - a volte finte - anche davanti alla propria porta. Ma la voglia di sicurezza a volte è a doppio taglio. Anche un malvivente può cercare in un "vicinato difeso" il rifugio ideale. E proprio al Rovido è stato arrestato un latitante della ‘ndrangheta calabrese».

Una notizia, questa, che non meraviglia certo il professor Agostino Petrillo. «Negli Stati Uniti, dove le gated communities e gli insediamenti protetti ospitano oggi un americano su otto, si è scoperto che la criminalità all’interno di queste comunità con cancello non è diversa da quella che c’è fuori. Negli Usa le gated sono vere e proprie città costruite dalla metà degli anni ‘80 in poi. Con la crisi dell’agricoltura, ad esempio, sono stati abbandonati gli aranceti attorno a Los Angeles e in quelle grandissime aree vuote sono state costruite le città protette. A favorire questi nuovi insediamenti è stata, negli anni ‘90, anche la possibilità di poter lavorare a casa, con il computer.

Ma anche quelle comunità sono in declino, perché ci si è accorti che vivere con persone "uguali" a te è rassicurante ma anche noioso. E con la crisi si è capito che le città offrono più occasioni di lavoro. In Italia questi spazi ampi non ci sono, l’urbanizzazione è già altissima. Ma i nuovi progetti raccontano che anche da noi sta avanzando la voglia di cercare un’isola, un rifugio. C’è un’idea di salvezza personale che non passa più da una dimensione collettiva urbana. A spingere sono l’insicurezza e la paura, che sono il marketing di queste città blindate».

Alla cascina Vione c’è una chiesa, dedicata a San Bernardo. Anche questa è di proprietà dei nuovi abitanti. «È ancora consacrata. Si potranno celebrare matrimoni e battesimi. Pagando il servizio, magari si potrà chiamare un sacerdote la notte di Natale. Sarà bellissimo».

La Fortezza America ha moltiplicato solitudini

di Vittorio Zucconi

È la rivincita del ghetto sul sogno della città aperta, la vendetta della segregazione autoinflitta su chi aveva creduto nella speranza della comunità umana. Dal 1989, quando fu lanciata con enorme successo di vendite la prima edizione superesclusiva per milionari a Laguna Beach in California, la "gated community", il quartiere fortezza che si autorinchiude dietro mura, "gate", cancellate, sbarre, "rent-a-cop", i poliziotti a noleggio, si è riprodotta in migliaia di esemplari attraverso tutti gli Stati Uniti.

Ce ne sono per anziani e per coppie con bambini, per bianchi ricchi e inconfessabilmente ancora segregazionisti come per non bianchi che vogliono la rassicurazione della propria omogeneità e identità culturale. Ma il risultato è il patto con il diavolo che due urbanisti californiani, Ed Blakeley della Università della South California e Mary Snyder di Berkley hanno definito in una ricerca del 1997, «la nuova Fortezza America».

In cambio della - spesso falsa, dicono le statistiche - sensazione di sicurezza e di protezione, sta nascendo una nazione di tetri villaggi neo medioevali, di "castella" chiusi in loro stessi, angosciati dall’assedio di tartari là fuori. Sono soprattutto diffuse negli Stati del Sud, Georgia, Lousiana, Alabama, Texas, in un segnale indiretto ma assai indicativo di un rigurgito della voglia di "apartheid" tradito da nomi che spesso portano dentro la parola "plantation", la piantagione di cotone dello zio Tom. Ma ormai non mancano in nessun territorio, da Nord e a Sud, particolarmente in quella Florida, alla quale approdano gli anziani, per rinchiudersi fra loro nel loro tramonto.

Possono essere stupende, con vialetti alberati, praticelli curati da manicuristi dell’erba, piscina, campi di tennis, guardia medica 24/7 e l’obbligatorio golf, o molto più modeste, senza altre "amenities", senza speciali attrazioni che non siano le mura di recinzione attorno al villaggio e l’annoiatissimo poliziotto privato che dovrebbe controllare la "gate", il cancello.

L’epidemia di queste nuove, e insieme antichissime, forme di separazione dal resto della comunità urbana, dove oggi vive il 5% della popolazione americana, 15 milioni di persone, l’equivalente di una New York con le mura attorno, coincide con il panico da criminalità che ebbe negli anni ‘80 il suo picco. La risposta che gli autoghettizzati invariabilmente danno è infatti la paura del crimine, l’ansia di sentirsi al sicuro, il bisogno di omogeneità sociale, spesso razziale.

«Lo facciamo perché i nostri bambini possano crescere tranquilli» rispondono le famiglie. «Non vogliamo più tremare quando attraversiamo la strada come a New York, Chicago o Detroit» dicono gli anziani. E nei ghetti per vecchi, non ci sono bambini. Nipoti possono venire a trovare i nonni, ma poi, via, proibiti. Troppa vita, troppa vitalità nel ghetto dei quasi morti.

Le comunità con l’immaginario ponte levatoio, spesso autosufficienti, con generatori elettrici autonomi, scorte di alimentari e farmacia esclusive, microbus elettrici e servizi propri di raccolta dei rifiuti sono la degenerazione finale della fuga dalla città maledetta che cominciò nel 1951.

Nacquero allora i sobborghi pianificati, le Levittown, sviluppate dal costruttore Levitt in Pennsylvania, con le casette identiche, le famiglie identiche, le automobili identiche, le donne vestite e truccate tutte come le «Stepford Wives», le mogli clonate e disperate, e il senso di un Eden da mezze calzette pendolari dove tutti si conoscevano, non c’erano "colored" e nessuno chiudeva la porta di casa a chiave.

Dai sobborghi, anche per il costo dei terreni, la fuga si estese agli "exurbia" ancora più lontani e isolati dalla infetta metropoli, ma nessun luogo è mai abbastanza lontano dalla paura. Da qui, l’idea di creare queste Disneyland per l’introversione urbana, e proprio Disney, in Florida, ha creato il villaggio dei sogni, tra il parco divertimenti e il ghetto, che non è rimasto immune dal collasso immobiliare del 2008 e si è svuotato. Neppure l’illusione della sicurezza si è realizzata, al contrario. La certezza di sapere che oltre quelle mura comunque mai più alte di 180 centimetri - il massimo consentito dalla legge - ci sono soldi, ha funzionato spesso da calamita, secondo la vecchia legge del celebre gangster Willie Sutton che spiegava di «rapinare le banche perché lì ci sono i soldi». E se niente di materiale sarà rubato, la condanna di queste comunità chiuse, di questi ghetti volontari, è già inflitta: la loro desolata solitudine.

postilla

Niente da fare: è colpa nostra se nel terzo millennio fa ancora notizia, e con tanta ingenuità giornalistica da scoperta dell’acqua calda, l’idea del quartiere recintato. Perché è ovvio, il modello c’è, anche da noi, e da tempo, ed è chi si occupa più continuativamente di città e territorio ad avere la colpa di non comunicare a sufficienza, o farlo con eccessi di puzza sotto il naso, o col solito linguaggio compiaciutamente iniziatico che scoraggia chiunque alla terza riga.

Quando su queste pagine si parlava di Cascina Vione la gated community era evocata soprattutto per modo di dire: sia per motivi di dimensioni (è, appunto, una cascina, non una città: c’è una bella differenza), sia perché quel rifugio per paranoici antiurbani evocava soprattutto una specie di neo-idiotismo da vita rustica, giusto di fianco all’altro modellino di subliminale rincoglionimento suburbano: Milano 3.

Sono decenni, che in Italia in qualche modo – più aderente al modello originale – il quartiere recintato ha messo radici, e basterebbe ad esempio dare un’occhiata a tanti piani di cosiddetta “riqualificazione urbana integrata” (ovvero di iniziativa privata) recenti per vederne tutti i presupposti spaziali e organizzativi. Qualche cancelletto in più, telecamere, vigilanza, altro non sono che complementi di scelte condominiali a una struttura già solidamente definita e piazzata sul mercato. E se la sociofagia da un tanto al chilo, come per tante altre cose, “scopre” la gated community con Vione e annuncia al mondo la tetra novella: fatti suoi.

Noi dovremmo invece guardare in casa nostra, e capire dove abbiamo sbagliato: perché qualcosa non torna. Quando facevo le medie, nei lontani anni ’60, due miei compagni di scuola abitavano al Villaggio Brugherio, che anche senza le ispirate pagine del mancato laureato in sociologia era e resta un quartiere recintato, che si propone e vende in quanto tale. Anche le cittadelle anni ’70, da Milano 2 a San Felice e via dicendo, ricalcano il medesimo modello, e si mettono sul mercato proprio enfatizzandolo.

Comunque, speriamo che almeno questa sia la volta buona: ce le abbiamo, e proviamo a non tenercele più, invece di lanciare strali a vanvera (f.b.)

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