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Andreina- Zitelli
La chimica a Porto Marghera
20 Agosto 2005
Vivere a Venezia
La corsa alla omologazione della più moderna città del mondo alla "modernità" del mondo industriale (oggi in crisi in tutt'Europa) ha accumulato sul bordo della Laguna di Venezia un enorme potenziale di distruzione. Per capirne qualcosa ho posto alcune domande a un'esperta. L'intervista è del febbraio 2005

D. Da tempo la chimica a Porto Marghera è sotto accusa. Si è addirittura parlato di una possibile caso Bhopal nella Laguna veneziana: una strage di dimensioni catastrofiche a Venezia, a pochi chilometri da Padova e Treviso, in un’area densamente popolata dalla “città diffusa” del nordest, Che fine ha fatto, e che validità ha, l’accordo tra produttori, lavoratori, governo, regione ed enti ocali di qualche anno fa?

L’Accordo per la chimica a Porto Marghera è del dicembre 1998. Uno strumento superato anche in ragione della sua genesi: un accordo tra produttori e sindacati, accolto dal governo sia regionale che nazionale, senza una reale consapevolezza delle parole colà contenute.

L’Accordo prevedeva il raggiungimento di una ipotetica condizione finale, con la produzione del prodotto TDI (il toluendisocianato, una plastica) senza la produzione intermedia del fosgene, il potenziamento, chiamato bilanciamento, delle produzioni del CVM con il PVC del CVM e di parti degli impianti di polimerizzazione dl PVC. A dieci anni dal raggiungimento di questi obiettivi si prevedeva la dismissione del polo petrolchimico.

la produzione di un TDI senza fosgene è ancora un traguardo lontano, nessun produttore mondiale ha depositato un brevetto, il passaggio dalla fase sperimentale a quella industriale richiederebbe poi almeno 5-6 anni dalla fine della sperimentazione pilota.Quando arrivasse il TDI senza fosgene, ma siamo lontani da questo obiettivo, si potrebbero formulare assetti produttivi senza cloro, senza fosgene, senza CVM. Ma questo è molto lontano, anzi irrealistico .

D. Che cosa suggerisce il quadro europeo?

R.Le incalzanti direttive e/o raccomandazioni europee rispetto alle lavorazioni industriali presenti in aree perturbane obbligano a definire scenari futuri di compatibilità per le aree industriali periurbane.

In realtà lo scenario finale previsto dall’Accordo non teneva conto né della vetustà degli impianti, nè della compatibilità territoriale di lavorazioni rischiose e dichiaratamente dannose per la salute né, a livello economico, della globalizzazione delle produzioni.

Io ritengo più realistici passi intermedi per guidare la dismissione del polo petrolchimico limitando le ripercussioni occupazionali e trasformando la dismissione con le bonifiche ed il risanamento delle aree in una opportunità di lavoro. Per diminuire il rischio d’area è necessario guidare la transizione. Possono e devono essere pensati diversi scenari progressivi, considerando che attorno al 2007, in base alle normative europee, si dovrà in ogni caso arrendersi a diverse ragioni ambientali ed anche economiche.

D. Che cosa pensa si debba fare per entrare nel vivo dell'Accordo per la Chimica a Porto Marghera dal punto di vista tecnico?

R. Le autorità preposte, i Ministeri dell ’Ambiente e della Salute, la Regione Veneto e la Provincia di Venezia ed il Sindaco, che rimane l’autorità prima a tutela dei cittadini, dovrebbero sentire la responsabilità di una azione straordinaria.

Vi è innanzitutto la necessità di ricostruire quale sia il reale assetto attuale che si è determinato nell'emergenza di molti e diversi, ma tutti consistenti, incidenti ad alto rischio che si sono verificati a Porto Marghera dal 1998 in qua.

Andrebbe ricomposto il quadro esatto delle azioni già compiute dalle imprese per continuare le produzioni degli impianti coinvolti negli incidenti.

Bisogna anche evitare che le imprese ricorrano ad aggiustamenti, bypass, emissioni , ecc. ecc. in condizioni non controllate.

Ciò sarebbe necessario anche per definire il transitorio e per valutare quale possa essere l'assetto del prossimo futuro degli impianti interconnessi.

Siamo di fronte ad una impotenza preoccupante mentre la popolazione è esposta a rischi continui per emissioni incontrollate massive di cancerogeni e sotto l’incubo di un incidente definitivo, come quello che potrebbe avvenire al deposito del fosgene.

D. Come sono secondo lei le condizioni della sicurezza?

R. Gli incidenti recenti in molti comparti del Petrolchimico e soprattutto nei reparti della cosiddetta “filiera del cloro” hanno messo in luce come la balcanizzazione del Petrolchimico, con la cessione a soggetti multinazionali, abbia aggiunto alla vetustà di gran parte degli impianti, il crollo della sicurezza.

Quello che deve preoccupare è che è venuta meno la capacità degli stessi lavoratori di percepire il rischio cui sono esposti e cui è suo malgrado esposta la popolazione generale. Il numero di particolari tumori (leucemie, mielomi, alla trachea, al polmone, al fegato) all’interno della popolazione veneziana è di molto superiore al numero di casi attesi per la popolazione del Veneto a significare che vi è una particolare azione ambientale che si sovrappone alle normali condizioni di esposizione ( traffico, fumo, pesticie ecc. ecc.).

In un certo senso siamo di fronte ad un distacco psicologico dalla realtà complessiva, in una difesa cieca dello status quo, mascherato dietro la questione occupazionale. Viviamo tempi molto diversi dal quelli dove “la salute in fabbrica” era non solo uno slogan di lotta ma anche occasione di crescita culturale delle masse operaie e del sindacato.

D. Il nocciolo della questione, e il punto critico della sicurezza, mi sembra che sia la filiera del cloro. Che cosìè precisamente?

Per filiera del cloro si intende un insieme di impianti chimici tra loro interconnessi e che usano il cloro come materia di trasformazione: l’impianto successivo dipende dagli scarti di lavorazione o sottoprodotti del precedente.

A Porto Marghera in testa alla filiera c'è l’ impianto Cloro Soda ( sigla CS) che produceva cloro, partendo dal salgemma, per gli utilizzatori a valle: l’impianto TDI produce toluendisocianato,ed a valle di questo gli impianti per la produzione del CVM e del PVC che utilizza l’acido cloridrico, sottoprodotto del TDI. E’ quindi della filiera del cloro nel suo complesso che ci si deve occupare nell’affrontare parte della riconversione di Porto Marghera.

La capacità produttiva media di Porto Marghera è di circa 190.000 tonnellate /anno di cloro gas, 116.000 tonnellate/anno circa di acido cloridrico, 156 tonnellate/anno di fosgene, di cui ben 13 sono stoccate in due serbatoi fuori terra, contenuti in un edificio senza alcuna caratteristica di sicurezza particolare. Dall’acido cloridrico sottoprodotto del TDI si ottengono 250.000 tonnellate/anno di CVM e 200 tonnellate /anno di PVC.

Gli impianti per la produzione del CVM sono poi fuori norma da tempo. A seguito dell’incidente del 28 novembre 2002, avvenuto in prossimità dei serbatoi del Fosgene si è sfiorato una tragedia. Ma con l’incidente la catena si era interrotta. Il TDI era fermo. Il cloro-soda limitava la fornitura del cloro, per es. ai reparti DL1 per la produzione del dicloroetano ( DCE), la produzione del CVM, era scesa del 30%.

Si era determinato uno scenario obbligato di bassa produzione, e forse di minor rischio. Con la sosta forzata per l’inchiesta della magistratura quello era il momento adatto per pensare al futuro. Cosa che non si è fatta.

D. Ripartire, ma verso quale direzione? In altri termini, convertire “questa” Porto Marghera sarà possibile?

R. Bisogna avere le idee chiare: vi sono aspetti ambientali, economico/industriali ed occupazionali. La conversione pretende una strategia: da dove cominciare per arrivare a dove?

Ritengo che il comparto della filiera del cloro sia quella che comporta maggiori rischi sanitari e ambientali; gli impianti sono in gran parte di vecchia concezione, difficilmente riconvertibili al rispetto delle norme. Molte parti sono usurate ed obsolete: l’inserimento di nuove parti o componenti porta ad una risposta dissonante delle porzioni più vetuste.

Il fosgene da una parte e il CVM ( il Cloruro di Vinile Monomero è un cancerogeno umano accertato) dall’altra in seno alla realtà urbana di Marghera, Malcontenta e Mestre e Venezia rappresenta una realtà incompatibile sia dal punto di vista sanitario che ambientale.

L’Accordo della Chimica a Porto Marghera stipulato alla fine del 1998, invece di disincentivare queste produzioni e ridurre i grandi rischi ad esse legati, ne prevedeva il potenziamento, assoggettato comunque al parere positivo di Valutazione di Impatto Ambientale espresso in sede nazionale. Era quindi la Valutazione di Impatto Ambientale il riferimento fondamentale per le decisioni da prendere.

D. Ma la VIA non è stata negativa? E che cosa è successo dopo? Per colpa di chi?

R. Vi è stato un concorso di responsabilità del Ministro dell’Ambiente Matteoli che non ha tenuto conto del parere negativo di VIA relativo alla richiesta di potenziamento dell’impianto per la produzione di CVM e PVC, nonostante la attuale situazione degli impianti sia accompagnata da frequenti emissioni massive di cancerogeni in atmosfera.

Vi è la responsabilità Ministero dell’Ambiente e della Regione Veneto a riavviare, senza alcuna motivazione, una procedura tecnica conclusasi con un giudizio negativo.

S deve registrare anche una confusione dei gruppi di pressione sull’Amministrazione Comunale di Venezia che ha votato a maggioranza un O.d.G. assolutamente contraddittorio che inoltre denuncia una scarsa conoscenza o informazione tecnica.

D. C’è chi sostiene che la sostituzione delle celle a mercurio con le celle a membrana nell’impianto cloro-soda sia un progresso ambientale

In effetti, venti anni fa la membranizzazione dell’ impianto Cloro-Soda poteva rappresentare un miglioramento ambientale; ora rappresenta solo un pretesto per conservare la produzione del cloro e conseguentemente delle sue lavorazioni.

Chiedere, come fa l’Amministrazione Comunale di Venezia, contemporaneamente la membranizzazione dell’ impianto cloro-soda e l'abbandono del fosgene nella produzione del TDI è chiedere paradossalmente due cose antitetiche. Cosa serve la membranizzazione se poi a valle non ci sono i grandi utilizzatori del cloro?

Le contraddizioni in sede politica permangono, non più tardi di un mese fa si deve registrare il parere di VIA positivo del Consiglio Provinciale sul progetto di membranizzazione del Cloro Soda, la votazione è avvenuta mentre i consiglieri del polo rosso-verde uscivano dall’aula ed il loro assessore all’ambiente non ne ha tratto le dovute conclusioni.

D. Quale pericolo vede?

R.Il pericolo è che il "VIA IL FOSGENE" possa rivelarsi solo uno slogan, con il rischio di non modificare la situazione attuale e di balcanizzare ulteriormente Porto Marghera. Puntare su di una ipotesi lontana senza controllo, senza un nuovo Accordo per la Chimica, non consentirebbe di evitare che, le decisioni possano precipitare irrversibilmente, anche senza un ulteriore allarme.

D. Quali ad esempio?

R. Se si vuole la produzione del TDI, nel medio periodo non sembra possibile eliminare il fosgene in quanto non esiste attualmente la possibilità di produrre TDI, su scala industriale, senza questo prodotto intermedio. Per contenere il rischio d ‘area si deve pensare ad un diverso bunker per il fosgene e ad un assetto con le produzioni di CVM progressivamente ridotte sino ad azzerarle.

In questo caso l’acido cloridrico, sottoprodotto dell’impianto TDI, potrebbe essere inviato a un nuovo impianto a membrana "di rimonta dell’acido cloridrico" per la produzione di cloro di dimensioni molto più contenute. Il cloro necessario per completare l’esigenza delle produzioni sarebbe quindi prodotto in quantità molto minore e da un diverso e molto più piccolo nuovo impianto a membrana.

Ma sono possibili anche altri scenari

D. Quali?

R. Produrre CVM e il PVC a minori quantità, rinunciando al TDI: in questo caso si evita la produzione del fosgene.

Dopo l’ncidente del 28 novembre 2002 la produzione del CVM risulta diminuita del 30%. Nei fatti un bilanciamento del CVM con il PVC è già ottenuto a capacità produttive di CVM attuali, inferiori rispetto alle precedenti. Questa ipotesi andrebbe comunque verificata. Personalmente ritengo molto difficile rendere ambientalmente compatibile questi impianti con l’aumento delle possibilità di assicurare la combustione ed il ricovero delle emissioni fuggitive dagli impianti EVC secondo le BAT.

Va ricordato che la VIA sul potenziamento a 280 kt/anno di CVM e 260 Kt/anno di PVC è stata negativa, sulla base delle condizioni attuali degli impianti, sulla base di una incompatibilità territoriale e sanitaria relativa al quadro emissivo a causa dei molti incidenti e dei fuoriservizio del termocombustore.

Ad ogni scenario corrisponde insomma un assetto produttivo del cloro. La membranizzazione dell’ impianto cloro-soda va fatta in base alle reali esigenze di cloro gas a valle dello stesso. Se in una prospettiva piuttosto vicina ci fosse, come pare dica la Dow Chemical, un impianto per la produzione industriale di TDI senza fosgene, quindi senza cloro che ne è il precursore, perchè spendere una grande quantità di denaro per realizzare un grande impianto membranizzato?

D. Come procedere?

R. Per il transitorio non aumentare le produzione di CVM e PVC, poi bisognerebbe confrontare i rischi che possono derivare da queste due ipotesi: rinunciare al TDI via fosgene da subito o rinunciare al CVM, con sollievo da una fonte più sistematicamente pericolosa per l’ambiente e la salute della popolazione generale.

Per uscire dall'impasse le ipotesi possibili che io ho esaminato, in considerazione delle esigenze di ridurre progressivamente l’occupazione in questi settori, sono:

da subito: ridurre la produzione di CVM 30% rispetto alle attuali quantità; tenere bilanciata la produzione PVC accompagnata dall’ aumento della sicurezza delle emissioni: queste condizioni sono più difficili da realizzare; realizzare un vero bunker sotterraneo per il fosgene; limitare al quantità di fosgene bunkerata.

entro 5 anni: due alternative possibili.

O fermare il CVM, produrre ancora TDI via fosgene, limitando ulteriormente le quantità di quest’ultimo e rimonta dell’acido cloridrico; oppure fermare il TDI via fosgene e tenere bilanciata la produzione CVM e PVC alle quantità ridotte. Entrambi le soluzioni comportano una diminuzione della produzione di cloro.

Oppure valutare se il progetto di membranizzazione si debba veramente realizzare e debba riguardare un nuovo e molto più piccolo impianto cloro soda utile al reintegro del solo cloro necessario o se l'impianto attuale, a ranghi ridotti posa economicamente sostenersi in base alle caratteristiche che il Polo potrebbe assumere per i prossimi 4 – 5 anni in base alle ipotesi precedenti.

La prima ipotesi è quella che da i maggiori risultati ambientali aumentando ovviamente al massimo la sicurezza. In questo modo si può traguardare il 2007 e le norme europee.

Ma la condizione finale di questo percorso è la dismissione totale di queste produzioni.

Andreina Zitelli è professore associato di Igiene Generale ed Appicata all’università IUAV di Venezia. Già membro della Commissione Nazionale per le Valutazioni di Impatto Ambientale, dal 1997 al 2002, è stata commissario referente per i Progetti di Porto Marghera relativi agli impianti del TD12, CVM, Cloro Soda. E’ stata rimossa, insieme ad altri 23 membri, dalla Commissione per un’azione di spoil system intentata dal Ministro dell’Ambiente Altero Matteoli. Ha vinto il ricorso al TAR contro il provvedimento di decadenza; la sentenza è stata confermata dal Consiglio di Stato. Il Ministero non ha comunque dato esecutività alla sentenza ed il data 14 gennaio 2004 il parlamento, a maggioranza, ha modificato la legge sulla VIA al fine di non reintegrare i Commissari indebitamente rimossi.

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