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Valentina Porcheddu
La bellezza infranta
3 Maggio 2014
Beni culturali
«I siti archeologici delle antiche città romane subiscono un degrado inarrestabile, complice anche l'ideologia nazionalista post-indipendenza che rimuove la storia».

Il manifesto, 3 maggio 2014 (m.p.r.)

L’identità di un popolo si fonda, da una parte, sul vin­colo di valori comuni e, dall’altra, sull’ accet­tazione di un pas­sato con­di­viso. La memo­ria cul­tu­rale fa da ponte con l’oggi, favo­rendo – secondo la defi­ni­zione dell’egittologo tede­sco Jan Ass­man – la «strut­tura con­net­tiva» di una società. La rimo­zione del ricordo, dun­que, ci rende non solo più poveri di sapere ma ci con­danna a una pena ben più one­rosa: la per­dita del senso di appar­te­nenza, l’incapacità di tra­sfor­mare l’immagine del sé in noi. Tale pro­cesso, osser­va­bile anche nell’Italia che boi­cotta gli studi clas­sici e svi­li­sce il suo patri­mo­nio storico-artistico, è ancor più accen­tuato in paesi dove una tri­ste sequenza di con­flitti e atti ter­ro­ri­stici ha lasciato ferite aperte e traumi inde­le­bili, che si vor­reb­bero can­cel­lare con l’artificio della menzogna.

Camus in cerca di radici.
In Alge­ria, l’instaurazione di un’ideologia nazio­na­li­sta post-indipendenza, ha por­tato al disco­no­sci­mento dell’eredità romana, nega­ti­va­mente asso­ciata alle esplo­ra­zioni otto­cen­te­sche delle truppe fran­cesi e al rap­porto – spesso infe­lice – tra il Magh­reb e l’Europa. Il rifiuto delle radici latine è fun­zio­nale all’elaborazione di un’identità fit­ti­zia, che prende le distanze dal colo­nia­li­smo ed esclu­dendo dalla pro­pria Sto­ria i non-arabi e i non-musulmani, pro­voca una muti­la­zione cul­tu­rale. Quella che Albert Camus – agli inizi della sua car­riera let­te­ra­ria – ebbe l’ansia di col­mare, resti­tuendo la con­so­la­zione dei miti a un popolo che sem­brava esau­rirsi nel pre­sente. Le parole del cele­bre filo­sofo esi­sten­zia­li­sta risplen­dono su una stele ele­vata dai suoi amici sullo sfondo del monte Che­noua, tra l’azzurro del mare e il giallo caldo delle pie­tre di Tipasa: «Io com­prendo, qui, ciò che chia­miamo glo­ria: il diritto di amare senza misura».
Fu infatti nell’essai Nozze a Tipasa (1938) – nar­ra­zione nostal­gica della gio­vi­nezza tra­scorsa in Alge­ria – che Camus esaltò lo spo­sa­li­zio delle rovine con la pri­ma­vera, nella cui armo­nia con­fessò di aver tro­vato la misura pro­fonda di sé. In un suc­ces­sivo rac­conto – pub­bli­cato nel 1953 e inti­to­lato Ritorno a Tipasa – affiora invece la disil­lu­sione dinanzi alla scon­fitta della bel­lezza, al filo spi­nato soprag­giunto a cir­con­dare i ruderi alla stre­gua delle tiran­nie, della guerra e della morale, venute a chiu­dere per sem­pre l’età dell’innocenza. Inse­rita dal 1982 nella lista del patri­mo­nio dell’umanità, l’antica città romana di Tipasa – impian­ta­tasi sul luogo di un empo­rio feni­cio – si sta­glia su due col­line roc­ciose, sepa­rate dal porto di epoca moderna.
La sparizione di Tipasa.
Una rigo­gliosa vege­ta­zione arbo­rea adorna strade e monu­menti, accom­pa­gnando il visi­ta­tore sulle alture del foro e fino al pro­mon­to­rio che guarda a Occi­dente. Là, verso l’orizzonte del Medi­ter­ra­neo, si affac­ciano alteri i resti della Villa degli Affre­schi e le arcate delle basi­li­che paleo­cri­stiane: «c’è un tempo per vivere e un tempo per testi­mo­niare di vivere», scri­veva ancora Camus in Nozze. Ed è amaro con­sta­tare come, a Tipasa, il valore della testi­mo­nianza non sia ade­gua­ta­mente pre­ser­vato. Nel 2002, a causa del degrado e della cre­scente spe­cu­la­zione edi­li­zia, il sito venne segna­lato dall’Unesco fra quelli in peri­colo di dispa­ri­zione e a tutt’oggi il rischio non è stato scon­giu­rato. All’ingresso del parco, la costru­zione di un risto­rante insi­nua con pre­po­tenza le volte di un com­plesso ter­male. Nell’attiguo giar­dino archeo­lo­gico, stele riverse, bas­so­ri­lievi sfi­gu­rati e capi­telli sor­mon­tati da rifiuti mostrano la mise­ria del van­da­li­smo e dell’incuria. Sulla col­lina orien­tale – detta di Santa Salsa, dal nome della mar­tire che, secondo la leg­genda, vi fu sepolta nel IV sec. d.C. – si svi­luppò una delle più vaste necro­poli della tarda anti­chità: un’immensa distesa di sar­co­fagi aperti al vento, ora meta indi­stur­bata di bivacchi.
Lace­rata dalle distru­zioni e dagli scon­vol­gi­menti urba­ni­stici dell’occupazione fran­cese, anche la città numida di Iol – riba­tez­zata Cae­sa­rea da Giuba II in onore dell’imperatore Augu­sto e capi­tale della Mau­re­ta­nia Cesa­riense sotto Cali­gola – sem­bra aver ceduto l’anima all’oblio. Per­sino le sta­tue delle divi­nità che ne deco­ra­rono un tempo i son­tuosi edi­fici, sof­fo­cano nel cel­lo­fan di restauri mai ulti­mati. Stessa sorte – nella dimen­ti­canza – affligge Lam­bae­sis, for­ma­tasi nel I secolo d.C. come distac­ca­mento della legione III Augu­sta e sede del comando mili­tare romano in Africa. Il muni­ci­pium di vete­rani, dive­nuto colo­nia sotto Set­ti­mio Severo, è asse­diato da cespu­gli e rovi che ne occul­tano muri e mosaici.
A metà del XIX secolo, sulle vesti­gia del castrum fu edi­fi­cato un peni­ten­zia­rio e oggi solo il cosid­detto pre­to­rio si eleva gran­dioso dalle ster­pa­glie, quasi a sfi­dare l’indifferenza. Con cadenza annuale, i siti di Cuicul/ Dje­mila e Tha­mu­gadi/Timgad – entrambi insi­gniti del pre­sti­gioso «mar­chio» Une­sco – bal­zano invece agli onori della cro­naca. Attra­verso l’organizzazione di eventi musi­cali, il Mini­stero della Cul­tura per­se­gue uffi­cial­mente l’obiettivo di sen­si­bi­liz­zare le popo­la­zioni locali alla pro­te­zione del patri­mo­nio archeo­lo­gico. Il discu­ti­bile scopo peda­go­gico di tali ini­zia­tive ha però avuto, fino adesso, esiti controproducenti.
L’installazione di un’impalcatura di metallo e cemento sul piaz­zale dei Severi durante il Festi­val di Dje­mila ha arre­cato danni incom­men­su­ra­bili. Il più cla­mo­roso è il crollo par­ziale della sca­li­nata del tem­pio dedi­cato alla gens Sep­ti­mia.Mal­grado nel 2012 le pro­te­ste di nume­rosi atti­vi­sti della società civile por­ta­rono alla delo­ca­liz­za­zione della ker­messe nella vicina Sétif, nel 2013 gli spet­ta­coli si sono svolti nuo­va­mente a Cui­cul. E se per il Camus de Il Vento a Dje­mila (1939) il mondo fini­sce sem­pre per vin­cere sulla Sto­ria, di «que­sto grande grido di pie­tra che Dje­mila getta tra le mon­ta­gne, il cielo e il silen­zio» sen­tiamo anche noi la dispe­ra­zione e la malin­co­nica poesia. Nono­stante le appas­sio­nate bat­ta­glie che l’archeologa Nacéra Ben­sed­dik porta avanti da decenni, un destino di cemento si è abbat­tuto sul sito di Tha­mu­gadi, che dal lon­tano 1967 acco­glie il Festi­val di Tim­gad. Col pre­te­sto della sicu­rezza (un rap­porto dell’Unesco datato al 2009 sot­to­li­neava già i rischi di un afflusso mas­sic­cio di visi­ta­tori in occa­sione della ras­se­gna) una copia della scena del tea­tro romano è stata innal­zata su un’area non sca­vata, pre­giu­di­cando future ricerche.
Labili tracce.
Non meno gra­ve­mente, l’abuso edi­li­zio ha sfi­gu­rato il pae­sag­gio pre­de­ser­tico dei monti Aurès che incor­ni­ciano la colo­nia di Tra­iano, una fra le più mae­stose e sedu­centi Roma d’Africa. Nes­suna indul­genza nean­che per Ippona – cele­brata col nome di Hippo Regius, la Reale – dove s’incamminarono gli ultimi passi del vescovo Ago­stino, dot­tore e padre della Chiesa. Pro­prio qui, nel 1996, fu tra­fu­gata la maschera in marmo bianco di una Gor­gone di tre­cen­to­venti chi­lo­grammi di peso. Ritro­vata nel 2011 in Tuni­sia nell’abitazione di Sakhr el Materi, genero del depo­sto dit­ta­tore Zine El-Abidine Ben Alì, la scul­tura non ha ancora fatto ritorno nel luogo di origine.
Fin dal 1972, l’Algeria ha rati­fi­cato la Con­ven­zione sulla pro­te­zione del patri­mo­nio mon­diale adot­tata dall’Unesco ma l’incoerenza nell’applicazione del codice non si mani­fe­sta sol­tanto a svan­tag­gio delle città romane. Nel Sahara occi­den­tale, le pit­ture e inci­sioni rupe­stri del Tas­sili n’Ajjer risa­lenti al neo­li­tico stanno scom­pa­rendo per la man­canza di pro­te­zione dagli agenti atmo­sfe­rici e dai cri­mini di deva­sta­zione volon­ta­ria, men­tre a Nord i carat­te­ri­stici mau­so­lei numidi di Imed­ghas­sen, La Chre­tienne e Siga subi­scono l’onta dell’abbandono.
Se in que­sti ultimi casi è evi­dente il disprezzo dello stato alge­rino per le cul­ture tua­reg e ber­bera con­si­de­rate estra­nee alla «purezza» araba, nella Casbah di Algeri – luogo sim­bolo della bat­ta­glia per l’indipendenza – ben cin­que­cen­to­cin­quan­ta­quat­tro edi­fici ver­sano in stato di degrado avan­zato e centottant’otto sono in con­di­zioni di estrema pre­ca­rietà. Sem­pre nella capi­tale, la costru­zione di una fer­mata della metro­po­li­tana nella Place des Mar­ty­res ha com­pro­messo lo stu­dio e la con­ser­va­zione delle già labili tracce dell’antica Ico­sium, abbat­tuta dai con­qui­sta­tori otto­mani e poi fran­cesi. Esclusa dalle recenti rivo­lu­zioni arabe, l’Algeria ha man­cato la sua pri­ma­vera. I risul­tati delle pre­si­den­ziali del 17 aprile, con la rielezione-farsa di Abde­la­ziz Bou­te­flika – al potere dal 1999 e assente dalla scena pub­blica dal 2012 a causa di una malat­tia – hanno inferto l’ennesimo colpo alla spe­ranza di una svolta democratica.
Il forte asten­sio­ni­smo e le vio­lente con­te­sta­zioni scop­piate in occa­sione del voto nella regione della Kaby­lia get­tano nuove ombre sull’avvenire. Anche per que­sto la tutela del patri­mo­nio dovrebbe essere affi­data, ancor prima che a leggi effi­caci, a un revi­sio­ni­smo delle radici. Una libe­ra­zione com­piuta, che renda gli alge­rini depo­si­tari coscienti e respon­sa­bili del pro­prio passato.
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