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La battaglia per l’acqua pubblica è ancora in piazza
27 Novembre 2011
Clima e risorse
Tre articoli (di Gaetano Azzariti, Pierluigi Sullo e Silvio Messinetti) sulla grande manifestazione di Roma. Il manifesto, 27 novembre 2011

LA DEMOCRAZIA VIOLATA

Il doppio raggiro sul voto di giugno

di Gaetano Azzariti

«Si può continuare ad applicare una norma abrogata per via referendaria?». Hans Kelsen avrebbe giudicato priva di senso una simile domanda, bollandola come contradictio in adiecto. E poi, basta aprire un qualunque manuale di diritto costituzionale per leggere che l'unico effetto giuridico certo prodotto dal voto è appunto quello di rendere non più applicabile la norma oggetto del referendum. A dispetto di ciò, sebbene il 12 e 13 giugno del 2011 la maggioranza del corpo elettorale abbia eliminato la disposizione che stabiliva una «adeguata remunerazione del capitale investito» da garantire ai gestori dei sistemi idrici, questa norma è ancora applicata. L'elusione dell'esito referendario appare evidente. Secondo alcuni l'ultrattività della norma abrogata sarebbe giustificata dal permanere della necessità di garantire la copertura dei costi e le correlate ragioni di profitto per le aziende che gestiscono il servizio. Quest'argomentazione non ha fondamento alcuno. A dirlo è stata la Corte costituzionale, quando ha ammesso il referendum escludendo che ciò potesse incidere sulla nozione di "rilevanza" economica del servizio idrico integrato. L'eliminazione della voce «remunerazione del capitale» - ha scritto a chiare lettere la Corte - non presenta elementi di contraddittorietà, poiché se da un lato persegue chiaramente la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell'acqua, dall'altro non incide sulla nozione di tariffa come corrispettivo, la quale assicura «la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio».

Si può evidentemente non essere d'accordo nel merito della questione: per questo s'è svolta la consultazione referendaria e tutti coloro che hanno votato no al referendum evidentemente non erano concordi. Ma il referendum ha avuto un esito inequivocabile, e ora non rimane che dare seguito alla volontà del corpo elettorale. L'inerzia e la conservazione dei vecchi contratti di gestione per il servizio idrico si configurano come un grave vulnus al dettato costituzionale, che non dovrebbe essere accettato da nessuno, neppure da coloro che si sono democraticamente opposti, con il voto contrario, all'abrogazione della norma sulla remunerazione del capitale. È alla base del vivere democratico accettare le scelte della maggioranza (del corpo elettorale nel caso dei referendum, dei membri del Parlamento nel caso delle leggi). Tutti i soggetti politicamente responsabili dovrebbero, dopo il referendum, imporre alle aziende regole di gestione estranee alle logiche del profitto.

V'è poi un secondo raggiro compiuto ai danni del referendum. Uno dei due quesiti aveva a oggetto una norma (l'art. 23 bis del decreto Ronchi) relativa alle modalità di affidamento di tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica. Come ha chiarito anche in questo caso la Corte costituzionale, l'abrogazione richiesta ha riguardato una disciplina generale, relativa dunque non solo al servizio idrico. Eppure nella manovra di agosto il governo allora in carica ha reintrodotto la medesima normativa, fatta salva l'acqua; in tal modo violando il divieto di reintroduzione della normativa abrogata. Alcune regioni (la Puglia), e lo stesso comitato promotore dei referendum vogliono proporre la questione dinanzi alla Consulta, sollevando un conflitto tra poteri dello Stato. Ma, al di là delle ragioni giuridiche e costituzionali che sostengono i ricorsi, c'è da chiedersi se non vi sia anche una questione politica e di democrazia.

Al governo Monti tutti riconoscono una profonda diversità di stile: non più le sguaiatezze del populismo berlusconiano, ma un atteggiamento rigoroso che legittima - anche politicamente - la "tecnica" di governo. Questo stile - se non vuole essere solo una forma apparente - dovrebbe anzitutto esprimersi nel rispetto della lealtà costituzionale e delle leggi. Ed è proprio il problema di lealtà costituzionale e di rispetto delle leggi che oggi pongono i promotori del referendum sull'acqua pubblica. Il passato governo ha adottato comportamenti e compiuto atti tendenti a invalidare l'esito referendario. Si tratta ora di rimediare.

LA PIAZZA

Una frazione del 99 per cento

di Pierluigi Sullo

Pochi avrebbero scommesso un soldo bucato sulla manifestazione nazionale per l'acqua convocata ieri a Roma. Invece per strada si è vista, come dicono gli organizzatori, la «persistenza» del movimento per l'acqua. CONTINUA|PAGINA3 Come dire: c'è stata la grande ondata, abbiamo vinto il referendum, la scelta di 26 milioni di cittadini è stata sostanzialmente ignorata da chi aveva il dovere di rispettarla, eppure non siamo tornati a casa.

È già un gran risultato, che in piazza si sia mostrata una frazione per niente secondaria del 99 per cento, come dicono gli occupy statunitensi: perché a soffiare contro non era solo la disperante sensazione che affliggeva anche quel tale della mitologia greca, che faceva quel che subito dopo veniva disfatto e così via all'infinito. C'è stata la disgraziata manifestazione del 15 ottobre, che ha lasciato scorie nell'animo della moltissima gente senza targa che l'aveva affollata all'inverosimile. Ma, ben più in profondo, nell'animo delle moltissime persone che si industriano a tutelare ciò che è "comune" - dall'acqua al paesaggio, dal lavoro alla democrazia - si è insediato un sentimento negativo, una sospensione depressiva, qualcosa che assomiglia alla paura. Beninteso, potrei sbagliare completamente e al contrario potremmo essere in una situazione di enorme effervescenza e voglia di inventare - facendola in pratica - una società del tutto differente da questa.

Perché è a questa soglia che siamo arrivati. E però, mi pare, la scomparsa del nemico domestico e la crisi di quello globale hanno spiazzato ogni genere di movimento sociale. Come se - ed è naturale che sia così - sia più facile riconoscersi nello specchio rovesciato di ciò che si vorrebbe cancellare.

Il nemico domestico, l'apparentemente immortale Berlusconi, è stato di colpo sostituito da qualcosa che è, se possibile, ancora più inflessibile, come avversario della società. Si ha un bel dire che le buone maniere e l'etica privata dei "tecnici" ora al governo sono un sollievo. È vero. Ma con il governo Monti si è affermata una post-democrazia che non finge più neppure di ricavare la sua legittimità dal "popolo". E il mantra, il rumore di fondo ossessivo che accompagna il professor Monti, scava nell'animo pubblico, vi deposita uova di terrore. Spread, bund, Mib, Bce, rating e le molte altre parole contudenti che vengono ripetute ogni giorno, per tutto il giorno, a noi che precipitiamo verso la Grecia, a noi che perdereno la nostra moneta, l'euro, senza saper immaginare quel che verrà dopo, mentre la crisi mastica posti di lavoro e redditi, scuole e università, spesa pubblica e servizi sociali.

Perfino i riflessi condizionati di ogni persona assennata di sinistra, quanto meno democratica, vengono contraddetti: se viene un governo di centrosinistra andrà meglio? E cosa potrà fare la sinistra dentro il centrosinistra? La "maggioranza" che sostiene Monti, e che comprende il Pd e il partito di Berlusconi, e i furbissimi democristiani di Casini, è la rappresentazione plastica di quel che i movimenti sociali degli Stati uniti sanno da sempre, salvo sperare per quale mese in un candidato presidenziale giovane e nero: che la politica è andata altrove, ostaggio dei consigli di amministrazione delle banche e dei fondi pensione che speculano sui titoli di borsa. Che, appunto, la democrazia che abbiamo conosciuto, con tutti i suoi pregi e difetti, ha cessato di esistere.

Se le cose stessero così, la domanda più importante sarebbe questa: come mai in Italia la frazione importante del 99 per cento che era in strada per l'acqua non riesce a mescolarsi davvero con le altre frazioni: che so, studenti e ricercatori, comunità che difendono il territorio dalla "crescita" Passera-style, sindacati che resistono alla tempesta della produzione finanziarizzata e globalizzata, reticoli di altra economia e di welfare autoprodotto, ecc. Una miscela da cui, come negli Stati uniti o in Spagna o adesso in Gran Bretagna, potrebbe nascere l'aspirazione concreta, e ottimista e sicura di sé e vaccinata dalle illusioni elettorali, a una democrazia dei beni comuni. Dicono gli occupy di San Francisco: «Questa rivoluzione non sarà privatizzata».

BENI COMUNI

«Obbedienti civili» per l'acqua pubblica

di Silvio Messinetti

Lucarelli presenta la rete europea delle città per i beni comuni. Napoli è la capofila I comitati chiedono di togliere il 7% dalle bollette e minacciano il boicottaggio

Centocinquanta giorni dopo, il popolo dell'acqua si ritrova ancora alla Bocca della Verità. Il 13 giugno festeggiava lo straordinario successo referendario. Oggi è di nuovo qui per non farsi scippare il voto popolare. «Quella che lanciamo da questo palco è una lettera di risposta alla Bce, ai poteri forti, alle multinazionali, alle banche, che vorrebbero privatizzare e liberalizzare servizi pubblici e beni comuni - urla dal palco Simona Santini del Coordinamento romano dell'acqua - perché non si svendono beni primari, e in quanto tali inalienabili, per far cassa». Che l'acqua non sia una merce lo hanno ben chiaro le decine di migliaia di persone che nel primo pomeriggio partono dall'Esedra. Il percorso lambisce in parte quello del 15 ottobre. Ma è una giornata di festa e non di scontri. E te ne accorgi dalle bandiere dell'acqua che sventolano da un palazzo di via Labicana dirimpetto a quella caserma dismessa del ministero della Difesa andata a fuoco 40 giorni fa. Lungo le vie dell'Esquilino e del Celio scivola il fiume di attivisti e militanti. Eterogeneo, multicolore, trasversale. Dalle parrocchie ai centri sociali, dai sindacati(Cgil, Cobas, Cub, Usb) ai partiti(Prc, Pdci, Sinistra Critica, Pcl, poche le bandiere di Verdi e Sel),dalle associazioni (Arci, Wwf, Legambiente) ai tanti senza bandiere : rappresentanti di piazza di quei 27 milioni di persone che chiedono che il voto vada rispettato. Altrimenti sarà "obbedienza civile", dicono all'unisono: una campagna dal basso che il Forum nazionale lancerà dal prossimo giugno.

Oggi gli "obbedienti" sono davvero in tanti. Provenienti da ogni lembo dello Stivale. Dalla Basilicata («280 mila sì in Lucania e guai a chi li tocca») alle valli piemontesi, dall'Abruzzo alla Liguria, dalla Sicilia all'Emilia. Nutrito lo spezzone campano col gonfalone del comune di Napoli e Alberto Lucarelli, assessore ai Beni comuni, bardato di fascia tricolore. «Siamo orgogliosi che il primo caso di ripubblicizzazione dell'acqua e di gestione pubblica e partecipata dei servizi idrici sia proprio quello partenopeo» esclama Concilia Salvo del Forum campano. Il riferimento è ad ABC Napoli, istituita dall'amministrazione De Magistris il 26 ottobre scorso. Ma non son tutte rose e fiori. Perché le multinazionali non mollano l'osso così facilmente. Prendiamo un caso di scuola, quello laziale. «Acqualatina, con l'avallo del presidente della provincia pontina Cusani (Pdl), ha convocato una riunione dei sindaci che hanno deliberato un aumento del 7% delle tariffe in spregio ai referendum - ci spiega Alberto Bianchi del Comitato acqua pubblica Latina - e contro i comuni che non hanno aderito il presidente ha avuto l'ardire di presentare (invano) ricorso al Tar e poi appello al Consiglio di Stato. Se l'aumento tariffario non verrà ritirato, e se si ostineranno a non rispettare il suffragio popolare, lanceremo un boicottaggio di massa, facendo saltare il banco non pagando le bollette».

Ma i "vampiri dell'oro blu" sono tanti. E non solo in Italia. Il Forum Palestina ricorda che «Israele sottrae l'80% dell'acqua proveniente dalle falde sotterranee della Cisgiordania ed il 100% di quella che scorre nel fiume Giordano negandone l'accesso ai palestinesi il cui 84% della popolazione non ha accesso alla quantità minima d'acqua raccomandata dall'Oms». C'è poi Veolia, il colosso francese di acqua e rifiuti, che fa il bello e il cattivo tempo in giro per l'Italia. Come in Calabria dove è socio privato della Sorical, la società idrica che gestisce i servizi idrici, «e dove l'aumento delle bollette ha superato il 20% - affermano Delio Di Blasi e Giuseppe Tiano del Coordinamento acqua pubblica Bruno Arcuri - con un assurdo e antieconomico spezzatino laddove l'adduzione dell'acqua spetta a Sorical, la gestione ai comuni e la depurazione viene data in appalto a ditte su cui stendiamo un velo pietoso considerato i danni che provocano all'ambiente in termini di inquinamento».

Insomma, la speculazione su acqua e beni comuni va avanti. Nonostante il responso del 13 giugno. Anzi, il governo uscente ha inserito in Finanziaria una nuova e più drastica serie di privatizzazioni, «per far pagare a tutti noi un debito odioso e illegittimo - dicono gli universitari di Atenei in rivolta - che noi non abbiamo creato, tutelando invece gli interessi degli artefici di questa crisi ossia banche e grandi imprese». Sia chiaro, dunque, che «l'acqua non è debito», gridano i manifestanti. Anzi «noi siamo in credito di trasporti, beni comuni e servizi pubblici perché li privatizzano».

Il messaggio è diretto anche a Mario Monti e ai suoi progetti di aumentare i tagli ai servizi pubblici, accelerando i processi di privatizzazioni e liberalizzazioni. «Acqua,rifiuti ed energia, i privati devono andare via" denunciano, inoltre, gli attivisti di Rifiuti Zero Lazio, perché il business sui rifiuti è florido quanto quello dell'acqua, e lanciano la manifestazione di sabato prossimo.

Costeggiando il Circo Massimo si nota poi lo spezzone dei migranti della campagna Welcome. «Siamo in piazza perché la partecipazione è un diritto di tutti» hanno pennellato sul loro striscione. E oggi a Roma c'era tanta fame di diritti ma soprattutto tanta sete di democrazia «perché i 27 milioni di sì all'acqua pubblica devono contare». Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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