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Alberto Asor Rosa
La battaglia di Monticchiello
27 Ottobre 2006
Toscana
Un riepilogo degli eventi provocati dalla denuncia dell’agosto 2006. Da la Repubblica del 27 ottobre 2006

Toscana in bilico Insomma, dopo due mesi di appassionate discussioni, le cose stanno più o meno così: l’insediamento immobiliare speculativo, che sta sorgendo sulla collina del borgo medievale di Monticchiello e che io ho chiamato, suscitando in taluni scandalo, un «ecomostro» (la Repubblica, 24 agosto), è stato in seguito definito «uno schifo» (Riccardo Conti, assessore regionale all’Urbanistica, il Tirreno, 29 agosto), così sbagliato da auspicare che «in futuro un caso Monticchiello non accada più» (Claudio Martini, Presidente della Regione Toscana, Corriere di Siena, 5 settembre), «un intervento fuori scala e inopportuno, un clamoroso errore» (Erasmo D’Angelis, Presidente della Commissione Ambiente del Consiglio regionale toscano, 10 settembre).

Ancor più rilevante istituzionalmente e politicamente, l’intervento di Francesco Rutelli, Ministro dei Beni Culturali. Invece di far finta di niente, come sovente capita, manda un’ispezione, ne deduce la gravità della situazione, tratta con l’Amministrazione comunale di Pienza perché a due architetti di chiara fama sia affidato il compito di «correggere e mitigare» l’insediamento di Monticchiello (20 settembre). A mio giudizio, è stato finora poco apprezzato, nella sua significatività, questo intervento. Tutti si sono affrettati a lodarlo (chi criticherebbe un Ministro?), ma pochi hanno osservato che si tratta della prima volta che il Ministero, di cui Rutelli è titolare, lancia un messaggio forte di questo tipo: un insediamento, quando è particolarmente distruttivo (e questo evidentemente lo è, altrimenti perché il Ministro avrebbe dovuto muoversi?), può esser rimesso in discussione e corretto e modificato anche quando, in base a un percorso più locale, sia già stato autorizzato e addirittura iniziato. C’è un altro clima, è quello che per cominciare avevamo chiesto.

Nel frattempo, tuttavia, i lavori in atto sono stati sospesi solo per i corpi di fabbrica non ancora iniziati (tre su undici, se non erro), continuano allegramente invece su tutti gli altri, determinando pesantemente il risultato finale. Comincio da qui per tentare un aggiornamento del discorso. E’ corretto aspettare a questo punto che i due architetti si pronuncino. Tuttavia, proprio perché le indicazioni ministeriali vengono così apertamente disattese, torna lecito chiedersi di nuovo come sia possibile tollerare che venga comunque portato a compimento un insediamento che, non io, ma voci tanto autorevoli hanno definito «uno schifo», qualcosa di cui ci si augura che in futuro non accada più, «un clamoroso errore». Dunque esistono anche gli «ecomostri» con tanto di autorizzazione?

Se le concessioni sono in regola (ultima linea di difesa di tutti coloro che non vogliono rimettere in discussione l’obbrobrio, nonostante le sue evidenti e conclamate deformità), assisteremo inerti al fatale sviluppo degli eventi come nel finale di una tragedia greca? Non riesco a persuadermene. Ho già chiesto e torno ora a chiedere la creazione di un fondo nazional-regionale di «rientro dall’errore» (o, in altri casi, di «premio alla virtù»), che consenta di salvare il salvabile finché si è in tempo (e che serva da ammonimento preventivo a tutti i furbetti che cercano di approfittarsi di volta in volta o della eccessiva flessibilità o della eccessiva rigidità delle leggi).

Il discorso, però, come tutti possono vedere, si è impetuosamente allargato da quell’apparentemente minuscolo punto di partenza. Sembra che di casi Monticchiello ne esistano, in Italia e in Toscana, ovunque. Spero che questo contribuisca a sollevare dalle mie spalle il peso, non piacevole, della prima denuncia (mi sono trovato inaspettatamente a fronteggiare in provincia, per quel mio moderatissimo articoletto iniziale, sia le stilettate di un certo stalinismo di ritorno, sia le volgarità di un incipiente leghismo pseudo-rosso). Ci sono evidentemente problemi di fondo, di cui il caso Monticchiello è stato il detonatore. Cercherò di dirlo nella maniera più semplice, ma sento il bisogno di fare due dichiarazioni preliminari intorno alla Toscana (di cui a quanto sembra resto un semplice ospite temporaneo, nonostante la mia lunga e appassionata permanenza nel tempo).

1) La Toscana è una delle regioni al mondo più ricche di beni artistici, culturali, paesistici. Ho già detto in altra occasione che, in un ragionamento spinto fino all’estremo, l’UNESCO potrebbe assumerla in quanto tale nell’elenco dei siti «Patrimonio mondiale dell’umanità»; 2) la Toscana presenta un livello più elevato che altrove di salvaguardia del suo patrimonio culturale e ambientale, di cui l’Istituzione Regione è stata finora la principale garante.

Questo sfondo è innegabile, ed è giusto chiedere che non sia dimenticato. Su questo sfondo, però, si sono aperte nel corso dell’ultimo decennio (approssimativamente) molte smagliature. In particolare, nel corso degli ultimi anni l’attacco del cemento si è enormemente moltiplicato (si vedano i servizi del Tirreno e il recente articolo di Giovanni Valentini, sempre su la Repubblica), ed è diventato una vera e propria strategia. Ciò è perfettamente comprensibile. Il capitale speculativo che affluisce da tutte le parti, si concentra attualmente nell’immobiliare, e anche il più disinformato dei lettori capirebbe il perché. Il capitale immobiliare, come le mosche intorno al miele, corre là dove l’investimento è più appetibile e sicuro: in Toscana, ad esempio, che miriadi di articoli, saggi e libri hanno descritto come la «Regio felix» e, ancor più smaccatamente, là dove si può esibire l’esistenza, per quanto illusoria, di un Parco e la patente di «Patrimonio mondiale dell’umanità» conferita dall’UNESCO, come nel caso Monticchiello, cui qui si fa riferimento in forma emblematica.

Ma il caso è ripetibile anche altrove, in tutte quelle situazioni in cui si può succhiare sangue dalla vicinanza di un grande bene culturale o artistico (per esempio, la grandiosa speculazione immobiliare progettata sulle sponde del lago di Mantova, denunciata in un articolo di Francesco Erbani, la Repubblica, 12 ottobre). Siamo di fronte al diffondersi di una pratica, che definirei il «vampirismo» della attuale speculazione immobiliare.

Allora il ragionamento di fondo a me pare di una chiarezza cristallina. I beni culturali e artistici e il paesaggio non sono facilmente riproducibili, le «aggiunte» o le «modifiche» di segno positivo contemporanee rarissime.

Insomma, la storia dell’uomo è andata così, ci si potrebbe scrivere un libro, per ora basta prendere atto delle sue conclusioni. In questi nostri anni si gioca, in definitiva e, ahimè, per sempre - ripeto: per sempre, - il patrimonio di famiglia: un patrimonio millenario, che sta prevalentemente alle nostre spalle e che è compito della modernità conservare e al tempo stesso rendere fruibile.

Questo è il circolo virtuoso della modernità: la fruizione non deve mettere in crisi la conservazione, la conservazione deve rendere possibile il meglio e il più a lungo possibile la fruizione. Se la conservazione entra in crisi, non c’è e non ci sarà più fruizione. La speculazione spezza brutalmente e per sempre questo circolo virtuoso. Se ne frega al tempo stesso dei nostri progenitori e dei nostri discendenti; pensa solo al proprio profitto, e distrugge alla maniera dei vandali i beni altrui (il bene, intendo, dei mantovani, dei monticchiellesi, dei capalbiesi, dei versiliesi, e così via, ma in ultima analisi degli italiani e degli europei, perché tutti tali siamo, non bisognerebbe mai dimenticarselo). In questo processo negativo, anzi catastrofico, oggi la Toscana mi sembra in bilico, l’Italia gravemente malata: ma - non lo dico per concludere positivamente questa perorazione, - né in un caso né nell’altro in modo irreparabile. Qui sta il compito, - gravissimo per la sua effettiva decisività, - dei politici e delle assemblee elettive in questa fase.

Vorrei concludere tornando a Monticchiello. A Monticchiello, posto bellissimo e altamente civile (è per questo che merita d’essere difeso), non c’è omertà. C’è la sofferenza e forse l’imbarazzo di una piccola comunità stretta fra l’innegabile violenza dell’«ecomostro» e il clamore altissimo, positivo in sé ma forse per certi aspetti disturbante, che ne è seguito. Se se ne parla ora adottando Monticchiello quale proscenio nazionale di un ragionamento ambientalista, come del resto è nella vocazione teatrale di questo borgo, questo non è un processo, è un riconoscimento, e con questo spirito dev’essere, da una parte come dall’altra, accolto e praticato.

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