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Karl Marx, un patrimonio ritrovato
21 Ottobre 2010
Recensioni e segnalazioni
Due percorsi per il recupero di alcune verità politiche dell’analisi di Marx, in due libri segnalati da Fabio Raimondi e da Mauro Trotta. Il manifesto, 21 ottobre 2010

Una idea chiamata comunismo

di Fabio Raimondi

Da poco uscita in Francia, una raccolta di interventi a cura di Alain Badiou e di Slavoj Zizek, rivela quanto possano essere differenti e fertili le letture che si danno oggi del concetto di comunismo

L'eterogeneità dei materiali raccolti in L'idée du communisme, a cura di Alain Badiou e Slavoj Zizek (Lignes, Paris 2010, pp. 352, euro 22) è indicativa - sebbene non esaustiva - della varietà di posizioni sul tema del comunismo distribuite nel mondo intellettuale. Per questo il volume, che raccoglie gli interventi pronunciati alla Conferenza di Londra l'anno passato, si rivela particolarmente utile a dare il polso del dibattito in corso sull'«idea di comunismo». Cosa si debba intendere con ciò è spiegato da Badiou nell'intervento che apre il volume, ed è riassumibile nel fatto che, a dispetto delle apparenze, l'idea di comunismo non è esclusivamente intellettuale, ma è una «potenza affermativa», che necessita di «tre componenti primitive: una politica, una storica e una soggettiva».

Narrazioni a posteriori

La prima componente è «una verità politica: cioè una sequenza concreta e datata in cui sorgono, esistono e spariscono una pratica e un pensiero nuovi dell'emancipazione collettiva»: procedura che necessita di un «Soggetto» irriducibile all'individuo. La seconda indica la «dimensione storica di una verità», il suo essere localizzata nel tempo e nello spazio umani. Quanto alla terza, essa indica «la possibilità per un individuo di decidere di diventare parte di una procedura di verità politica», di diventare un «militante»: questa scelta comporta «soggettivazione (ossia) il movimento tramite il quale un individuo fissa il posto di una verità rispetto alla propria esistenza e a quella del mondo». Idea, dunque, «è una procedura di verità, un'appartenenza storica e una soggettivazione individuale: un'incorporazione», che va giocata contro lo Stato. Da quando nel 1956 Chruscëv denunciò i crimini di Stalin, senza però condurre il suo attacco «in modo rigoroso, dal punto di vista della politica rivoluzionaria», quindi senza criticarlo davvero, si è creato a poco a poco il «letto in cui i nouveaux philosophes dell'umanismo reazionario si sono coricati» assieme ai corifei dell'anticomunismo. Contro costoro bisogna avere - senza chiedere più nulla né allo Stato né a un Partito - il coraggio della «Idea, ossia l'affermazione che una nuova verità è storicamente possibile». Se la storia esiste solo come narrazione a posteriori, il futuro dipende dal pensare e dall'agire che si riesce, in assenza di garanzie, a produrre ora.

Nell'intervento che chiude il volume, Zizek tenta invece di definire alcune pratiche in grado di riattivare un agire comunista, individuandone cinque. In primo luogo occorre «accettare l'immersione profonda e senza complessi nel corpo sociale» abbandonando «tutti i pregiudizi liberali» in una sorta di rito «pagano», affinché i sintomi totalitari si annullino «in uno spazio ideologico realmente totalitario». Sarà allora possibile «riappropriarsi della disciplina e dello spirito di sacrificio» e recuperare «lo spazio universale e freddo del pensiero razionale»; solo questo potrà generare «l'intimità collettiva comunista» che si traduce, come nella musica di Satie, in «un ordine minimalistico sostenuto da una disciplina dolce», capace, se necessario, di ricorrere alla «violenza» (anche quella dell'ironia e del sarcasmo), perché il «potere politico è fondato sulla (minaccia della) violenza», come se, in occidente, un salario di mille euro al mese fosse meno violento di una contestazione. Bisogna perciò liberarsi dall'ideologia liberale per cui non ci sono «nemici», cioè non c'è lotta di classe, perché questo significa che coloro che non sono d'accordo sui principi liberali «sono esclusi dal campo dell'umanità»: per riconoscere l'umanità - anche del nemico - bisogna «accettare il fatto che in politica si deve inevitabilmente prendere una parte» e, dunque, «che non c'è una terza via al di sopra della lotta».

Nessuno è neutrale, mai.

Le questioni del Partito e dello Stato accomunano poi una serie di interventi, che concordano nell'affermare la necessità di un'organizzazione delle lotte, ma non nella forma Partito, ormai del tutto asservita alle dinamiche dello Stato capitalistico; al suo posto, bisogna istituire «un luogo politico organizzato secondo altre idee, principi e valori» (Judith Balso), in cui la volontà (Peter Hallward) occupa indubbiamente un posto preminente, per quanto non esclusivo, dato che necessitano anche nuovi saperi. Più che la critica vale l'urgenza di dar vita a pratiche non capitalistiche, che sappiano costruire davvero un'alternativa possibile allo sfruttamento: un futuro «per tutti» (come scrivono Balso e Alessandro Russo).

In questo senso gli interventi di Michael Hardt e Toni Negri ribadiscono la loro via al comunismo attraverso la capacità di produrre «un'appropriazione non-appropriativa» del «comune». Beni comuni come l'acqua e la terra, ma anche come le idee e la conoscenza, sono sempre più di frequentemente svenduti ai privati a causa del fallimento gestionale delle classi dirigenti di molti paesi, come se fossero proprietà di cui chi governa può disporre liberamente. Si tratta dunque di «accumulare contro-potere», senza affidarsi solo «alle emergenze aleatorie della ribellione» (come quelle dei «comunisti senza comunismo» di cui fa l'apologia Jacques Rancière), perché «l'evento è sempre un risultato e non un'origine». Se «essere comunisti significa essere contro lo Stato», allora non solo il «capital-parlamentarismo», ma anche il «socialismo» sono nemici che vanno sconfitti creando nuove «istituzioni», che Negri chiama «moltitudine», frutto della «indignazione».

Secondo Russo, è stata la Rivoluzione culturale cinese (della Cina di oggi e del suo «neoliberismo» tratta nel volume Wang Hui) ad avere inaugurato la possibilità di pensare il comunismo al di fuori del Partito e dello Stato, e che, al di là del suo esito storico, ha posto fine all'«episteme politica» fondata su «tre pilastri»: «il partito-Stato quale luogo esclusivo della politica; la visione della politica e dello Stato imperniata sulle classi; il valore politico dell'inclusione dell'operaio nello Stato». Metterli in discussione significa praticare e pensare una politica nuova che necessita, per la sua elaborazione teorica, della «filosofia», la quale, per quanto posizionata su un livello specifico, incongruente con quello politico, è «una risorsa intellettuale per rinforzare le invenzioni politiche».

Produttività e antagonismo

Sulla scia dell'intervento di Jean-Luc Nancy bisognerebbe poi cominciare a ricostruire storicamente l'evoluzione dell'idea di comunismo e quella delle sue realizzazioni storiche, al fine di stabilire che «comune non ha nulla a che vedere con comunità, perché designa l'apertura dello spazio tra le cose e la possibilità indefinita, forse infinita, che questo spazio si apra e si riapra da se stesso». Ma non solo. Conoscere la propria storia è indispensabile anche per non cadere in forme di pseudocomunismo, gauchisme, esaminate da Bruno Bosteels nel suo contributo: l'una rimpiazza la lotta di classe con la coppia «masse/Stato», cadendo «in giganteschi festival di buona coscienza»; l'altra, invece, sostituisce alla «rottura» tra capitalismo e comunismo, la «virtualità del comunismo all'interno del capitalismo», la sua «immanenza», segnalata da fenomeni di «resistenza», per cui basterebbe togliere il potere al capitale per avere il comunismo.

Ma l'attenzione al passato non basta: c'è anche una nuova congiuntura. Se «solo il materiale ci può emancipare dal materiale», come scrive Terry Eagleton, allora il comunismo è un compito paradossale, perché è «simultaneamente il frutto di una produttività intensa e il suo antagonismo implacabile». Bisogna dunque «riconoscere che la libertà, la giustizia, l'uguaglianza, la cooperazione e l'autorealizzazione necessitano di certe condizioni materiali favorevoli e che lo stato di devastazione del nostro pianeta fa di queste condizioni materiali un bene raro che ci impedisce di tornare a una ingenuità pre-ecologica».

Mai come ora bisogna riabilitare l'idea di progresso in un senso nuovo, che sappia coniugare produzione di nuovi saperi, conservazione materiale delle condizioni della vita, abolizione dello sfruttamento capitalistico dell'umano e del naturale.



Intrecci tra la teoria marxiana

e la decrescita ipotizzata da Latouche

di Mauro Trotta

Una proposta formulata da Marino Badiale e Massimo Bontempelli in un volumetto edito da Abiblio

È possibile, ma, soprattutto, è utile coniugare le teorie legate alla decrescita con il pensiero di Marx? E, d'altro canto, chi, sulla scorta delle idee marxiane, vuole fuoriuscire dal sistema capitalistico dovrebbe forse richiamarsi alla decrescita? A queste domande, schierandosi apertamente per il sì in entrambi i casi, intende dare una risposta il recente Marx e la decrescita. Perché la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx di Marino Badiale e Massimo Bontempelli (edizioni abiblio, 2010, pp. 46, euro 8). È un libro lungo meno di cinquanta pagine, agile e scorrevole, in cui si esaminano le ragioni per cui le teorie della decrescita e quelle del pensatore di Treviri dovrebbero entrare in contatto e contaminarsi vicendevolmente. Gli autori hanno scelto consapevolmente di dedicare poco spazio alle idee di Latouche e concentrarsi soprattutto su quelle dell'autore del Capitale. Questo perché la decrescita appare loro un sistema teorico chiaro e coerente, esente da tutte quelle distinzioni interpretative che hanno attraversato e attraversano l'opera del «Moro». Gli autori si limitano quindi a una breve descrizione della decrescita, mettendone in evidenza il carattere strutturalmente anticapitalista insito nel suo rifiuto di ogni idea di sviluppo, rivolgono l'attenzione alle tematiche legate all'ambiente, e infine al suo aspetto conviviale, non pauperistico. Il discorso si complica quando si passa alla disamina delle teorie marxiane. Badiale e Bontempelli ne individuano essenzialmente tre: il materialismo storico, la teoria della rivoluzione comunista e quella del modo di produzione capitalistico. A loro parere è proprio quest'ultima teoria che si rivelerebbe utile, anzi indispensabile, al movimento della decrescita. Perché adottandola, vedendo il capitale come rapporto sociale, affrontando senza mascherarli gli sconvolgimenti che deriverebbero dall'applicazione delle sue idee, questo movimento non solo si troverebbe ad allargare e approfondire la propria base teorica ma sarebbe davvero in grado di passare compiutamente dal livello intellettuale e morale a quello propriamente politico.

Dall'altra parte, per il marxismo, la contaminazione con le teorie della decrescita risulterebbe più che salutare poiché queste, secondo gli autori, rappresentano oggi l'unica prospettiva di lotta anticapitalista nei paesi occidentali: «il fattore capace di far esplodere la contraddizione fondamentale del capitalismo e di far nascere una nuova, non predeterminata, forma di società». Insomma, «solo dall'incontro fra il pensiero di Marx e la decrescita può nascere un anticapitalismo che sia capace di confrontarsi, sul piano teorico e politico, con la realtà del capitalismo attuale». Libro davvero interessante, scritto in maniera chiara, Marx e la decrescita sembra però aprire più problemi di quanti non ne risolva. Da un lato, anche per la sua brevità, sembra non andare completamente a fondo dei tanti nodi del pensiero marxiano che affronta, dall'altro pare tralasciare alcuni aspetti fondamentali, come ad esempio quello della soggettività rivoluzionaria o quello dell'organizzazione politica. Sembra dunque che questo testo possa rappresentare l'inizio di un percorso, che andrà però approfondito e chiarito. E sta qui il suo più grande pregio, nel fatto di indurre a discutere e approfondire i vari problemi affrontati nel volume dai due autori.

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