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Alessandro Dal Piaz
Ischia. Tra abusivismo e alti prezzi, schiacciato il diritto alla casa
11 Giugno 2009
Le contraddizioni di un’area ambita dal turismo di lusso: servono strumenti d’intervento pubblico nel mercato immobiliare. Scritto per eddyburg

Nella primavera del 2009 l’isola d’Ischia ha vissuto tensioni rilevanti a causa della determinazione della magistratura di procedere direttamente alle demolizioni di molti degli edifici abusivi non condonabili, soprattutto perché in contrasto con le norme del vigente piano territoriale paesistico.

I sindaci si sono rivolti al governo chiedendo di trovare una soluzione che scongiuri l’ “emergenza sociale” che l’attuazione delle demolizioni provocherebbe, mentre il vescovo dell’isola esortava a “trovare vie d’uscita alla mancanza di case, una delle cause che conduce, forse per necessità, all’illegalità delle case abusive” (Corriere del Mezzogiorno, 20 maggio 2009).

La situazione è grave ad Ischia, e non soltanto lì, ma – come spesso accade – la sostanza delle cose viene celata dalle dichiarazioni e dai proclami, mentre l’esame dei fatti reali è essenziale per definire i termini dei problemi e cercar di assumere posizioni e orientamenti adeguati.

Per dirla con chiarezza, le vicende di Ischia e di territori consimili dimostra esemplarmente la portata delle contraddizioni fra democrazia e capitalismo (specie nelle versioni di enfatizzazione neo-liberista). Secondo i principi della democrazia quello alla casa è un diritto basilare dei cittadini. Secondo i criteri capitalistici la casa è soltanto una merce.

La logica di mercato ha frequentemente indotto, soprattutto in territori molto appetibili come le più pregiate zone turistiche, un processo sequenziale di questo tipo: le case esistenti potevano vendersi a ricchi forestieri a prezzi più che lucrosi; chi possedeva una casa l’ha venduta arricchendosi, ne ha costruito un’altra (o più altre) e ha continuato ad arricchirsi; il meccanismo ha intrinsecamente prodotto un insaziato fabbisogno abitativo, anche perché ha messo fuori mercato i (pochi) residenti non abbastanza ricchi per competere con i forestieri; e così più si costruisce, meno si soddisfa il diritto alla casa.

A queste contraddizioni si aggiungono altre inevitabili complicazioni. Il pregio ambientale e paesaggistico di tali territori è un valore primario, un bene comune, di cui la collettività deve continuare a godere: occorre perciò tutelarlo impedendone la distruzione e il degrado. Ma i vincoli comprimono le possibilità di edificazione rendendole ancora più rare (cioè di valore economico ancora più alto); dunque la costruzione abusiva è (blandamente) rischiosa, ma oltremodo remunerativa.

Il singolo abusivista non se ne dà pensiero, ma contribuisce a danneggiare pesantemente anche l’economia complessiva (quale futuro, alla lunga, per il turismo in un paesaggio degradato?) e ad aumentare l’insicurezza per tutti (quante frane, anche nell’isola d’Ischia, sono state indotte o aggravate da edificazioni abusive? che garanzie antisismiche o igienico-sanitarie fornisce l’edilizia abusiva, sottratta per definizione ad ogni controllo?).

Queste situazioni non si affrontano con giudizi di comodo né con provvedimenti di “semplificazione amministrativa”. Se in proposito non meraviglia la disponibilità a ricercare ulteriori soluzioni compiacenti da parte di forze politiche che hanno assunto come programma il ridisegno della legalità secondo preminenti interessi particolari, indigna invece la superficialità con cui portatori di supposti magisteri morali accreditano sveltamente la matrice di necessità del dilagante abusivismo che nasce e prolifera invece sulla base del meccanismo prima schematizzato. E le contraddizioni sono state esaltate dai ripetuti condoni o da annunci praticamente equivalenti, come il “piano casa” governativo del + 20 %, ora più o meno fedelmente moltiplicato nel caleidoscopio dei corrispondenti “piani casa” regionali. Continuare su questa strada significa rinunciare definitivamente ai diritti di cittadinanza, che includono insieme il diritto alla casa e il diritto all’ambiente integro e sicuro ed al paesaggio bello, per far crescere soltanto la giungla delle sopraffazioni di ogni tipo a vantaggio di ricchi e prepotenti.

Per superare queste contraddizioni occorrono invece politiche complesse e articolate, che giochino in modo coordinato su strumenti fiscali, norme urbanistiche e paesaggistiche, immediati interventi di repressione della illegalità, misure vere di sostegno al diritto alla casa.

Nel 1977 per l’area sorrentino-amalfitana, nel quadro di quello che – mutilato – sarebbe divenuto il piano urbanistico territoriale approvato con la legge regionale della Campania n. 35/1987, proponemmo che si promovesse una legge nazionale per istituire in territori di particolari pregio e appetibilità il diritto di prelazione a favore dei comuni nelle compravendite di edifici residenziali. In altri termini, proponemmo che in particolari territori la legge stabilisse che quando un proprietario che ha posto in vendita un’abitazione abbia trovato un acquirente e convenuto il prezzo, debba informarne il comune (ma potrebbe anche essere l’Iacp o la regione) che, entro un termine ragionevole ed equo, abbia facoltà di acquistare l’immobile al prezzo comunicato per gestirlo a fini di social housing. Nessun danno perciò ne verrebbe al venditore, mentre modestissimo sarebbe il rischio per chi è intenzionato a comprare (solo un’incertezza temporanea sull’esito della trattativa). Ma in cambio si avrebbero una possibilità strategica per la politica locale della casa, e – cosa non secondaria – una nuova trasparenza del mercato immobiliare, con grandi vantaggi pubblici (si pensi, ad esempio, alle entrate fiscali, oggi taglieggiate dalle dichiarazioni truffaldine sugli importi di compravendita).

Per quanto tardivo, un provvedimento del genere sarebbe ancora più che utile, e non soltanto nei territori turistici, ma probabilmente anche in contesti urbani con elevate tensioni sociali in tema di abitazioni. E in ogni caso esemplifica bene la necessità di proporre per problemi complicati strumenti davvero innovativi. Ovviamente in un quadro di assoluto rispetto (normale ovunque, meno che in Italia) della legalità: che dunque non può prescindere, innanzitutto, dalle demolizioni degli abusi non condonabili.

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