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Impuniti gli autori della Guantanamo italiana
15 Luglio 2008
Italiani brava gente
Nelle sintesi di Marco Preve (la Stampa) e di Paolo Colonnello (la Repubblica) il racconto dell’operato dei mascalzoni in uniforme, oggi a piede libero. 15 luglio 2008

La Stampa
"Pestaggi, umiliazioni e torture quella vergogna non sarà mai sanata"
di Marco Preve

GENOVA - E´ la memoria la vera condanna per i responsabili dei fatti di Bolzaneto. «Dunque in quei giorni si sono verificati comportamenti nei rapporti tra le Forze dell´Ordine e i cittadini italiani e stranieri, che, se anche dovessero incontrare la prescrizione, tuttavia difficilmente potranno essere dimenticati». Comincia così la parte conclusiva della requisitoria finale dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Nessuno andrà in carcere, le pene verranno cancellate, le richieste di risarcimento si trascineranno per anni. Ma nella monumentale quantità di materiale del processo, i verbali di interrogatorio e le centinaia di testimonianze serviranno a tramandare la storia del carcere speciale. Una prigione che ancor prima che luogo di violenze, abusi e umiliazioni è un luogo di confusione. «Il numero complessivo sicuramente accertato delle persone private della libertà transitate nella struttura di Bolzaneto giunge quindi a 252 persone - scrivono i pm -. Tuttavia deve essere ribadito che la mancata tenuta di un registro d’ingresso nella struttura e l’accertata assenza di un elenco ufficiale dei fermati per identificazione rendono questo dato non sicuro potendo il numero anche essere superiore». Frasi che la dicono lunga sulle capacità organizzative di varie amministrazioni: quella penitenziaria che manda sul campo i propri vertici e i nuclei d’elite; quella delle forze dell’ordine che si dividono la gestione delle varie fasi di registrazione degli arrestati, e quella della magistratura che alla vigilia, consentendo il differimento di 24 ore del colloquio con i legali, non si rende conto di partecipare alla realizzazione di una "mostruosità" giuridica, un buco nero del diritto, dove agli arrestati viene impedito di contattare un avvocato ben oltre i termini previsti, così come di telefonare alla propria ambasciata o ai famigliari, dove i fermati non si rendono neppure conto di quello che stanno firmando. E così capita che nella ricostruzione delle parti civili almeno quattro siano i detenuti fantasma. Giovani manifestanti che non compaiono nel registro dei fermati. Ma le tracce del loro passaggio a Bolzaneto sono state scoperte dagli inquirenti spulciando brogliacci ed elenchi della scientifica o di altri uffici.

Un caos organizzativo in cui gli abusi trovano un humus ideale. Altro che l’invito che il magistrato coordinatore del Dipartimento penitenziario, Alfonso Sabella, racconta di aver rivolto al personale quel 19 luglio 2001, giorno dell’anniversario della morte del giudice Borsellino: «Dovrete essere per i detenuti di Bolzaneto come "i caschi blu dell’Onu». «Non c’è giustificazione» scrivono i due pubblici ministeri. Non c’è per «il taglio di ciocche di capelli per E. Taline, per M. Teresa e per C. Pedro; per lo strappo della mano per A. Giuseppe; per l’umiliazione di B. Marco costretto a mettersi carponi e ad abbaiare come un cane; per il pestaggio di T. Mohamed, persona con un arto artificiale; per le profonde offese ad A. Massimiliano, per la sua bassa statura; per gli insulti razzisti ad A. Francisco Alberto per il colore della sua pelle; per la sofferenza di K. Anna Julia cui alla Diaz per le percosse hanno fratturato la mascella e rotto i denti, persona neppure in grado di deglutire; per il disagio di H. Jens che nella scuola Diaz per il terrore non è riuscito a trattenere le sue deiezioni e al quale non fu consentito di lavarsi; per l’umiliante foggia del cappellino imposto ad H. Meyer Thorsten (un cappellino rosso con la falce ed un pene al posto del martello); per l’etichettatura sulla guancia per i ragazzi arrestati alla Diaz; per i colpi sui genitali, per molti». Non c’è giustificazione per tutto questo.



Colpevoli o innocenti comunque impuniti

di Paolo Colonnello

Quella sera Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo della Polizia di Stato, si fece portare il giovane Giuseppe Azzolina nell’infermeria della caserma di Bolzaneto dopo aver saputo che lo avevano prelevato dall’ospedale San Martino dove era andato a farsi medicare dopo gli scontri di via Tolemaide. Gli altri agenti erano adrenalinici e dicevano che un carabiniere era stato ucciso. Così l’assistente Pigozzi prese l’anulare e il medio della mano del ragazzo e iniziò a divaricarli sempre più forte, finchè tra le grida disumane del giovane, non arrivò a spaccargli le ossa lacerandogli perfino la carne tra le due dita. Azzolina svenne. Si risvegliò poco dopo nella stessa infermeria mentre un medico della polizia penitenziaria lo stava ricucendo senza anestesia. Il giovane si lamentava, chiedeva se potevano dargli «qualcosa». Gli misero uno straccio in bocca e il medico gli disse di non urlare. Ieri Pigozzi è stato condannato, uno dei 15 «colpevoli» (su 45) per gli orrori di Bolzaneto.

Il peggio di questa sentenza non è l’indulto che cancellerà ogni residuo di pena entro gennaio del prossimo anno. E non è nemmeno l’esiguo numero di anni chiesto simbolicamente dall’accusa come condanna per gli imputati, tutti poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici. Il peggio di questa sentenza è che condanna e assolve senza cogliere il vero senso di quanto accadde in quel luglio 2001 nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della Polizia di Stato, meglio nota come «caserma di Bolzaneto». E’ che consegna tutto all’oblio, senza poter riconoscere che anche da noi, nella civilissima Genova, a un passo dall’Autostrada che tutti i week end percorrono frenetici migliaia di milanesi e di torinesi, è accaduto qualcosa che pensavamo potesse succedere solo in America latina, solo nei paesi in guerra o del Terzo Mondo. Bisognerà attendere le motivazioni, ovviamente. Ma in quei tre giorni di autentica follia, nella casermetta in cima alla collina di Bolzaneto, due anni di processo e 326 persone ascoltate, per i giudici hanno dimostrato solo in parte che si consumò uno dei reati più odiosi che si possano concepire contro degli individui: quello di tortura. Che un colpevole vuoto legislativo non contempla nel nostro codice, obbligando i pubblici ministeri a contestare reati da niente, come abuso d’ufficio, abuso di autorità, violenza privata, con l’inevitabile condono e quindi la prescrizione.

Ma quando ti spezzano le dita lacerandoti la carne, quando ti picchiano sui genitali con dei grossi insaccati, ti costringono a dormire tra le tue feci, oppure a rimanere in piedi per ore senza bere nè mangiare, a passare tra corridoi di manganellate, a urlare «Viva il Duce», «Viva Mussolini», a girare nuda o nudo tra nugoli di agenti sghignazzanti, quando ti costringono a tutto ciò e a molto di più, allora non è più soltanto «abuso». Non è più semplice «violenza». E’ tortura, è rinuncia obbligata alla propria dignità umana. E’ degrado, è violazione dell’articolo 13 della Costituzione: «La libertà personale è inviolabile. E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà».

E’ quanto hanno ricostruito i pm Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello nella loro requisitoria durata due giorni nel febbraio scorso. Tanto c’è voluto per raccontare quanto accadde tra il 20 e il 22 luglio dietro i muri e le reti metalliche del «centro temporaneo di detenzione» per giovani arrestati durante le violente manifestazioni anti-G8. Ed è bastato appena per restituire almeno con il racconto, con la parola viva, un po’ di giustizia a Anna Julia Kutschkau che a causa della rottura dei denti e della frattura della mascella «non fu in grado di deglutire per settimane»; a Thorsten Meyer Hinrric, costretto a girare nel piazzale della caserma con «un cappellino rosso con la falce e un pene al posto del martello»; a A.F schiacciata con la faccia contro un muro mentre le urlavano: «Troia, devi fare pompini a tutti»; a M. che aveva bisogno di un assorbente e alla quale gettarono giornali appallottolati e che si «arrangiò così» strappandosi un lembo della propria maglietta. Tutti nudi, tutti «perquisiti», insultati, calpestati, minacciati da ufficiali, semplici guardie, poliziotti, carabinieri, medici perfino.

Uomini e donne in divisa che avrebbero dovuto garantire un minimo di legalità e trasformarono invece la caserma in un «Garage Olimpo» argentino. Tutti ancora in servizio, tutti impuniti. E probabilmente ancora convinti di aver compiuto, al massimo, «qualche abuso».

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