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Alfredo Oriani
Illusioni. A proposito dell'Agro Romano
17 Aprile 2004
Roma
Come cambiano le prospettive! Questo scritto di Alfredo Oriani è del 1903; descrive l'Agro romano come "una campagna calva e squallida, senza paesi e senza case, interrotta da lugubri stagni, solcata da rivoli morti", e discutendo "il sogno di ridurlo una campagna florida, ondeggiante di messi e di alberi, sparsa di case e di paesi, solcata da canali e da strade". E' tratto da Punte Secche, XVIII volume delle Opere di Alfredo Oriani, edito da Laterza, Bari 1921, ma era stato scritto quasi due decenni prima.

Trascorsero una guerra e un quarto di secolo prima che qual sogno si realizzasse. Quella della Pianura pontina fu una operazione di ingegneria territoriale, sociale ed economica (di pianificazione) confrontabile con quelle che, negli stessi anni, avvenivano negli USA, nel regime roosveltiano del New Deal, per reagire alla crisi del sistema capitalistico.

Oggi la terza fase della trasformazione dell'Agro romano avviene con gli interventi causali dell'esplosione metropolitana: una delle forme di "megalopoli"?

v. Illusioni.

La questione è rimasta giovane pur essendo vecchia di secoli.

Roma è cinta di un deserto, che l'avvolge come un sudario, dal quale la sua testa emerge magnifica di una bellezza immortale. Una poesia dolorosa sale da quella campagna calva e squallida, senza paesi e senza case, interrotta da lugubri stagni, solcata da rivoli morti, rigata da stecconati, dentro i quali mandre di buoi e di bufali, dall'occhio selvatico e dal pelo ispido, guardano sospettosi il raro viandante o si voltano fremendo al fischio della vaporiera. Il pensiero si turba e s'interroga attraversando quel deserto, così muto e così pieno di memorie, mentre nella nostra anima moderna si alza alteramente un nuovo problema di conquista e di creazione.

Può Roma, ridivenuta capitale d'Italia, una nazione giovane e ardente al lavoro, profonda d'istinti ed arsa da tutte le febbri della modernità, rimanere così separata dalla patria, che per giungervi si debba ancora attraversare una solitudine quasi preistorica difesa dalle febbri contro ogni imprudente temerità di lavoro? Può ancora la grande metropoli portare stretto sui lombi questo cinto di dolore e di miseria, mentre la sua vita si gonfia a tutti gli aliti di una nuova primavera, e un'altra grandezza si prepara alla sua opera di capitale che può contenere il Papa e il Re, tutto quanto ancora ci resta di universale nello spirito delle genti e di più individuale nel monarca che unificò la sua storia e incarna la sua vita politica?

Qualche giorno fa la Camera discusse il problema dell'Agro.

Il sogno è di ridurlo una campagna florida, ondeggiante di messi e di alberi, sparsa di case e di paesi, solcata da canali e da strade; gli oratori si smarrirono fra le illusioni del passato e quelle dell'avvenire, ricostruendo su scarsi ed incerti frammenti di autori latini la storia agricola dell'Agro, o fantasticando dietro qualche affermazione di autore moderno sulla prossima ubertosità del suo deserto ancora consacrato ai silenzi della morte. Una dialettica monca ed aspra battaglia nel problema, a seconda dei partiti, si accusa tutto e tutti, dai barbari delle invasioni ai pontefici che pur :mantennero a Roma un primato universale, dai feudatari del medioevo ai latifondisti di oggi, dimenticando che il problema ha caratteri ben più originali e difficoltà più profonde.

Qualunque possa essere stata ai tempi belli della repubblica e dell'impero l'ubertosità dell'Agro, questo è ben certo, che i romani non furono mai un popolo agricolo e che intorno a Roma, troppo ingrossata di ricchezze e di vizii, la campagna non poteva avere che una vita riflessa del suo fasto e delle sue dovizie. Non si sa bene che intorno a Roma vi fossero città importanti e viventi di una propria prosperità industriale ed agricola: vi erano forse più ville che paesi, più schiavi che cittadini, più splendore di eleganze che vivacità di prodotti, più letizia di arte e gloria di monumenti che effervescenza di libero lavoro e originalità indigena di produzione.

Infatti bastò che Roma cadesse, perché tutto rovinasse nell'Agro senza speranza di resurrezione. Evidentemente le condizioni naturali di questo erano tristi e difficili, se un contraccolpo di sventura politica poté tutto isterilirvi; e quando, dopo l'invasione dei barbari, assodata la sua lava, ricominciò per tutta Italia, nell'epoca dei Comuni, il nuovo lavoro di fecondazione, l'Agro rimase ancora un deserto. Feudatari potenti e feroci vi si combatterono, ma il Comune non poté, come altrove, assorbirli e digerirli; i Pontefici avvicendarono sul loro trono tutta la varietà dei temperamenti e degli ingegni, dei vizi e delle virtù; ma da Roma non una irradiazione di fecondità arrivò alla campagna, oda questa una originalità di lavoro a Roma. Mancava nell'Agro la vita comunale e quella agricola e l'altra dell'industria e del commercio; il suolo era malato, e i radi paesi vi parevano appena fortezze o ospedali per un popolo d'infermi. L'infallibile istinto della vita lasciò stendersi sui campi la zolla pratile come un tegumento protettore; la popolazione si rarefaceva, e quindi i possedimenti si allargavano; il lavoratore ridiscendeva verso la barbarie della preistoria, non essendo oramai più che un pastore o un mandriano, mentre il padrone a Roma, senza personalità di cittadino nella città dei Papi, non aveva altri legami colla terra che quelli di una sovranità territoriale o di una curiosità di cacciatore.

Così Roma arrivò sino ai nostri giorni. Se lo stato pontificio era un muraglione cinese che impediva il contatto fra il Nord e il Sud d'Italia, e adesso l' inferiorità civile del Mezzogiorno non ha forse spiegazione più vera di questa, a Roma la politica dei Pontefici faceva un cinto d'ignoranza col misoneismo, e intorno a Roma l'Agro raddoppiava quel cinto col proprio deserto di morte.

Come improvvisarvi oggi una campagna ubertosa quanto la Lombardia, o ingegnosa quanto la Toscana? Invece vi manca il personale agricolo e cittadino; mancano le case dei coloni, i loro centri di scambio, i focolari d'interessi e d'idee, l'amore della terra e la fede nel lavoro. I latifondisti, a che accusarli? Non potrebbero improvvisamente mutare se stessi in industriali agricoli, mancando per questa improvvisazione nella medesima misura di capitali intellettivi ed economici; l'acqua e l'aria sono del pari insalubri; la poca gente non vi ha alcuna tradizione di campo o di bottega: Un governo che sappia, e sappia veramente volere ciò che sa, deve adesso guardarsi sopratutto dal sogno di una improvvisazione territoriale, giacchè vita e civiltà non s'improvvisano; non deve accusare nè il passato nè il presente, né i padroni nè gli operai, mentre l'antico problema è maggiore d'ambidue. Nessun provvedimento di legge o esenzione d'imposta o lusinga di premi o minaccia di pene può affrettare l'ora del risveglio: la legge non inventa e non crea, non muta l'animo o l'intelletto della gente, non suscita paesi, non affolla un popolo rado, vagante, muto e livido, per un deserto.

L'illusione legislativa è antica nelle democrazie che rappresentarono sempre piuttosto l'immaginazione e il sentimento che l'intelletto delle nazioni; è antica ed immortale. Come resistere, essendo voi stesso un legislatore improvvisato, all'illusione di potere col proprio pensiero e col proprio voto cangiare la faccia della terra e della gente?

La legge, invece, non è che istinto nel popolo, che la segue prima che sia formulata, od esperienza nel legislatore, che finalmente la formula per regolarizzare un ordine già esistente.

Non lo chiedete al ministro Baccelli; egli è di coloro che bevono da più lungo tempo alla coppa delle illusioni parlamentari; bevono e credono al miracolo della loro parola.

Non diventò forse, e per questo soltanto, ministro di agricoltura?

16 marzo 1903.


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