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Dario Di Vico
Il Veneto sott'acqua cerca le colpe
4 Novembre 2010
Veneto
Il Corriere della Sera, 4 novembre 2010, constata il disastro, ma poi coinvolge, chissà perché (?) un sociologo puntualmente sviluppista

L’eccellenza è finita sott’acqua. E i veneti si sono scoperti d’improvviso umani e vulnerabili, come ha osservato Ferdinando Camon. Proprio loro che, grazie a un modello di business applaudito in tutto il mondo, avevano dimostrato come si può uscire a tappe forzate dalla povertà e diventare i tedeschi della situazione, ora sono costretti a leccarsi le ferite. La furia della pioggia li ha messi in ginocchio e ha spinto qualcuno addirittura all'autocritica. Roberto Zuccato, presidente degli industriali di Vicenza, la provincia più colpita, ha dichiarato alla Stampa che «stiamo pagando il prezzo della cementificazione e del boom».

E la sortita ha creato più d’un imbarazzo tra gli imprenditori. Così come qualche mal di pancia è venuto fuori per l’articolo sulla Padania di Marco Reguzzoni, capogruppo leghista a Montecitorio. Il pezzo recitava: «In questi giorni, diversamente da quanto purtroppo accaduto in altre zone del Paese, a Varese il fiume Olona non è esondato, grazie alla nostra diga di Malnate». E letto da Vicenza suonava così: «Noi leghisti di Varese le opere di risanamento idrogeologico le abbiamo fatte e voi invece?». Romeo La Pietra è di Udine, presiede il centro studi del Consiglio nazionale degli Ingegneri e non ha remore a convenire che «il territorio in Veneto è stato sollecitato senza una strategia ben definita». È mancata una visione integrata, «una cultura che programmasse lo sviluppo assieme all’equilibrio idrogeologico».

Pur nella melma i veneti non cedono quanto a patriottismo e da qui le facili battute su cosa sarebbe capitato se Giove Pluvio se la fosse presa con la stessa cattiveria non con il Nord Est ma con la Sicilia. Un leghista, il senatore vicentino Paolo Franco, ha trovato persino il tempo per polemizzare con i giornali nazionali rei di aver dato più spazio all’immondizia di Terzigno che all’alluvione di Caldogno e di Casalserugo. «Il Veneto non fa parte della nazione. Esiste solo per essere spremuto». Anche nel giorno più difficile per i propri elettori, Pdl e Lega hanno trovato il modo di far baruffa. L’onorevole Fabio Gava ha attaccato gli alleati sui consorzi di bonifica: a suo dire sono tutt’altro che dei carrozzoni inutili da abolire come pensa e chiedono gli uomini di Umberto Bossi.

In tempo di revisionismo sul modello di sviluppo nordestino gli industriali colleghi di Zuccato stanno in campana. La Grande Crisi morde ancora e come si fa a dire agli associati, che rischiano di dover licenziare i propri dipendenti, «stiamo pagando gli errori di quando siamo cresciuti troppo»? Così chi ha buoni dati da comunicare se ne infischia del revisionismo. Ieri ad esempio la Confindustria patavina ha fatto sapere, per bocca del suo presidente Francesco Peghin, c he nel secondo trimestre 2010 il made in Padova ha segnato +34,6% di export rispetto al 2009, molto più della media veneta (+21,5%). E Andrea Bolla, numero uno degli imprenditori veronesi, chiede un time out. «Di fronte ai disastri e agli sfollati c’è il rischio di tirare conclusioni affrettate». Evitiamo, dunque, l’allarmismo e le analisi cotte e mangiate.

«La fase di sviluppo caotico del Nord Est si è fermata da anni e quindi ci sarebbe stato ampiamente lo spazio temporale per una gestione del territorio più oculata. Si è fatto poco o niente. E se le polemiche di questi giorni possono servire a qualcosa di costruttivo, aggiunge il saggio Bolla, «facciamo partire una nuova fase che tenga insieme la bonifica e l’innovazione». Il presidente veronese è infatti tra i più convinti sostenitori che il Nord Est, se vuole davvero rivedere il suo modello di sviluppo, abbia bisogno di due elementi di modernità: l’alta velocità e la banda larga.

L’equazione troppi capannoni uguale argini che cedono non convince affatto il sociologo Paolo Feltrin. «Diciamo la verità: l’imprevisto esiste e non c’è programmazione che tenga. Se ci sono precipitazioni piovose in eccesso e i mari non riescono a ricevere tutta l’acqua si verificano le alluvioni con le conseguenze che possono avere su una delle zone più popolate d’Europa. Da noi è successo nel ’52, nel ’66 e in questi giorni». Ma non perché abbiamo costruito troppo. « L’urbanizzazione crea problemi ma anche la sua mancanza ne produce. Non esiste la ricetta perfetta». Sono almeno tre i fenomeni socio-economici che non sono stati previsti: lo sviluppo impetuoso, l’alta immigrazione dal terzo mondo e l’allungamento della vita media. Con il risultato che il Veneto nel ’70 aveva 2,1 milioni di abitanti e oggi ne conta 4,9. «Che facciamo? Li deportiamo?».

Smesso il ruolo del sociologo bastian contrario, Feltrin pensa anche lui che si debba migliorare il territorio. La crisi «ce lo consente» perché non abbiamo la pressione della domanda, non servono più manufatti, nuove industrie e nuovi centri direzionali. Anzi, caso mai si tratta di riqualificare quelli che ci sono. A cominciare dai mitici capannoni che si potrebbero rottamare come hanno fatto a Montebelluna e S. Donà di Piave. È vero che per ridisegnare il paesaggio nordestino occorrerebbe avere un’idea più definita di cosa sia un terziario moderno. Ma questo è un discorso da fare con calma. Ora soccorriamo gli sfollati.

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