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Benedetto Vecchi
Il valore di scambio dell'impero
3 Novembre 2007
Recensioni e segnalazioni
L’impero non cancella i poteri nazionali: li plasma e li utilizza. Una tesi interessante per chi vuole comprendere il mondo, che tutti ci comprende. Da il manifesto del 2 novembre 2007

Un pianeta assoggettato a un unico modo di produzione che ha bisogno degli stati nazionali per continuare ad esistere. È questa la tesi che Ellen Meiksins Wood sviluppa ne Imperi del capitale (Meltemi, pp. 223, euro 18,50), un volume finito di scrivere quando i carri armati statunitensi scaldavano i motori prima di entrare in Iraq .L'autrice, che si è formata nella «Monthly Review» di Paul Sweezy e Harry Magdoff, considera insufficiente a spiegare che l'invasione dell'Iraq doveva servire a mettere sotto controllo le riserve di petrolio. La guerra di conquista, sostiene Ellen Meiksins Wood, oltre ad appropriarsi del petrolio iracheno serviva anche a rimuovere un ostacolo alla riproduzione del capitale e prevenire la formazione di un polo capitalista musulmano.

La parte più interessante del libro è tuttavia quella dove Ellen Meiksins Wood elabora una vera e propria tassonomia degli imperi che si sono succeduto nel mondo, mettendone in evidenza le ripetizioni, ma soprattutto le differenze. Per l'autrice abbiamo visto il formarsi e il declino di «imperi della proprietà», «imperi del commercio» e «imperi capitalistici» accomunati da una vocazione «universale», ma sostanzialmente diversi per quanto riguarda l'appropriazione della ricchezza dei paesi soggetti al potere imperiale. Una tassonomia, quella di Wood, capace di spiegare perché per Roma, Pechino, Madrid, Lisbona la conquista territoriale è stata essenziale per l'appropriazione della ricchezza, mentre per gli imperi costruiti dall'Olanda, da Venezia, Genova il dominio veniva esercitato attraverso il controllo e il governo del flusso delle merci. Da questo punto di vista, la parte del volume che l'autrice dedica alle opere di Grozio e a quelle di John Locke sono tra le più pregnanti per comprendere il punto di svolta nella «forma-impero».

Grozio è considerato il fondatore del diritto internazionale, mentre Locke è il filosofo che meglio di altri ha elaborato il moderno diritto di proprietà. Ma l'autrice ricorda anche che Grozio è un olandese che con i suoi scritti ha teso a legittimare la vocazione imperiale dei commercianti di Amsterdam, mentre Locke ha legittimato le enclosures perché rispondevano ad astratti criteri economici. In altri termini, tanto il filosofo olandese che quello inglese non giustificano il colonialismo per la superiorità morale degli «esportatori della civiltà» e la conseguente inferiorità dei «popoli incivili», ma perché risponde alle necessità economiche dei paesi conquistatori.

E se gli imperi olandesi e inglesi sono gli antenati dell'imperialismo, il problema nasce quando il fattore extra-economico, cioè l'uso della forza militare, sostituisce il potere del capitale di espandersi su scala planetaria. L'autrice parla di «eccesso di imperialismo», ma non nasconde che ci troviamo di fronte a una crisi che non riesce più ad essere risolta all'interno del modo di produzione. La «guerra senza fine» è dunque una risposta alla crisi dell'imperialismo. Una guerra che cancella il diritto internazionale, ma che deve rivalutare - quei la critica alle tesi di Michael Hardt e Toni Negri presenti in Impero - lo stato-nazione in quanto garante dello sviluppo capitalistico.

E tuttavia quello promosso dalla «guerra senza fine» è comunque uno stato nazionale a sovranità limitata, visto che è sottoposto a vincoli squisitamente economici definiti all'interno di una rete di altri stati nazionali, organismi sovranazionali e imprese multinazionali in cui è vigente una asimmetria di potere che spesso esautora la sovranità nazionale. In fondo le guerre in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq non sono la cancellazione o la messa in minorità di realtà nazionali in nome di un ordine mondiale che rivendica l'esercizio di una sovranità imperiale.

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