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Il triste tramonto dei beni culturali
9 Febbraio 2010
Beni culturali
Un ampio e documentato dossier sul disfacimento del Mibac a cura di Luca del Fra e un articolo di Vittorio Emiliani, su L’Unità, 8 febbraio 2010 (m.p.g.)

Manager d'oro, esperti all'angolo: l'agonia della cultura

Luca Del Fra

«Se non lo visiti lo portiamo via»: recitava così la pubblicità presentata in pompa magna al Ministero dei Beni Culturali lo scorso dicembre, corredata da inquietanti immagini del Colosseo, del Cenacolo e del David di Michelangelo.

Una campagna voluta dal supermanager Mario Resca, chiamato dal ministro Sandro Bondi alla valorizzazione del patrimonio culturale, e sembra molto ben pagata ma a quanto pare risultata respingente. Di sicuro il messaggio conteneva inconsapevolmente una verità: lo smantellamento del Ministero dei Beni Culturali negli ultimi due anni, da quando Bondi regge le sorti di questo dicastero, ha subito una devastante accelerazione.

Saltano i compiti istituzionali come la tutela e la programmazione, il personale è scarso e mal pagato, demotivato di fronte all’arrivo di agguerriti manipoli di manager privati o commissari straordinari super pagati - alla faccia delle difficoltà economiche -, con la Protezione Civile che praticamente ha «agguantato» tutte le vere iniziative dei prossimi anni nei Beni Culturali - Pinacoteca di Brera, aree archeologiche di Roma e Ostia, di Napoli e Pompei, oltre alla ricostruzione del centro storico de L’Aquila -, attraverso commissariamenti che permettono appalti assai più disinvolti che nella normalità. Nel frattempo Giuseppe Proietti lascia la carica di segretario generale - il ruolo più alto “non politico” del ministero - e al suo posto arriva Roberto Cecchi: un archeologo è sostituito da un architetto e si assiste alla progressiva sparizione degli storici dell’arte dagli alti ranghi ministeriali.

Incapace di reagire ai feroci tagli economici operati da Giulio Tremonti, poco competente in materia, incline a intendere il suo ruolo in maniera censoria, decidendo lui cosa sia da finanziare e addirittura cosa sia bello e cosa no, vittima spesso di falsi luoghi comuni, Bondi si sta dimostrando un ministro non all’altezza neanche di confrontarsi con le categorie - agli incontri con i sindacati viene portato via sotto braccio dal suo capo gabinetto Salvo Nastasi con la scusa che non ha tempo. E non è tutto. «Bondi ha applicato meccanicamente il decreto Brunetta che manda in pensione i dipendenti dello Stato con 40 anni di contributi».

Questa la denuncia Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil per i Beni Culturali, che aggiunge: «Nei prossimi 4 mesi andranno via 6 direttori regionali e 16 soprintendenti o direttori di musei e archivi. L’idea di fare un ricambio generazionale nei livelli alti del ministero può anche essere condivisibile, ma non si fanno assunzioni: così tra qualche settimana ci troveremo con dirigenti che avranno 3 soprintendenze, altri con due regioni da seguire, oppure con una direzione centrale e una regionale».

Insomma il caos. La norma di Brunetta non era cogente e ogni ministro poteva applicarla in maniera più o meno rigida. Applicandola in maniera meccanica Bondi ha inferto un colpo mortale a un ministero già da tempo sotto organico: «Solo nella vigilanza dei musei mancano 6000 persone - insiste Cerasoli -, ma il fatto più preoccupante che porterà alla paralisi riguarda il settore tecnico-scientifico. Dal 1° gennaio la tutela del paesaggio è passata sotto il controllo dei Beni Culturali, ci sono soltanto 500 architetti già oberati di lavoro per affrontare le richieste di autorizzazioni paesaggistiche: ne occorrerebbe almeno il triplo. Senza considerare poi altri settori sotto organico e perciò in crisi: i tecnici e i restauratori».

Uno dei nodi scottanti è proprio la tutela del paesaggio: che in base al nuovo codice dei Beni Culturali spettasse alla direzione al paesaggio del Ministero dei Beni Culturali era stata salutata come una vittoria, e dopo molti rinvii da quest’anno la cosa è operativa. «Forse una vittoria di Pirro - osserva amaramente Maria Pia Guermandi di Italia Nostra -: le regioni che prima si opponevano hanno mollato la presa perché sanno che la situazione si è ammorbidita. Il Ministero ha abbassato la guardia perché mancano le risorse soprattutto umane e culturali.

Oltre a un personale scarsissimo è mancato il salto di qualità: un’occasione unica per passare dal funzionario borbonico, il burocrate che nuota nelle carte, al tecnico che entra nel merito. I piani regionali sono lettera morta, e i governatori si guardano bene dall’avviarli, poiché sanno che poi tutto dovrebbe svolgersi in quella cornice, anche i piani regolatori. Preferiscono il regime transitorio, con le soprintendenze regionali non in condizione di controllare realmente la situazione, con la direzione al paesaggio del Ministero degradata sotto le Belle Arti e senza più autonomia». S’alza in crescendo la musica delle betoniere del cemento armato nella grande partitura varata dal governo e intitolata “Piano casa”.

In questi ultimi 18 mesi spesso si è sentito parlare di commissariamento a proposito di molte aree d’interesse culturale: in realtà a essere “commissariato” è lo stesso ministro Bondi, considerando che perfino nelle attività culturali la presidenza del consiglio gli ha scippato la legge sul cinema. Tuttavia la politica perseguita dal governo di concedere superpoteri ai super commissari della protezione civile non sta avendo risultati positivi: l’ultimo caso è Brera, dove oggi si trovano l’Accademia di belle arti e la Pinacoteca. Entro il 2015 si dovrà trovare una nuova dimora per la scuola e trasformare l’intera sede in spazio espositivo per la Pinacoteca, e i lavori di ristrutturazione sono stati affidati al commissario straordinario Mario Resca. Già l’anno scorso la sua nomina a direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale aveva destato molte perplessità: Resca è manager di notevole esperienza nel settore privato, tra cui McDonald’s, ma per sua ammissione di pochissima esperienza nella cultura, come non bastasse siede attualmente nel Cda Mondadori - da cui dipende Electa che fornisce servizi al Ministero e anche alla Pinacoteca di Brera -, dunque secondo molti in palese conflitto d’interessi.

La Uil conti alla mano sostiene che Resca per il solo commissariamento di Brera percepirà un compenso di circa 2,5 milioni di euro: una cifra spropositata per i nostri beni culturali e che nessun dirigente del Ministero, anche al massimo della sua anzianità e con molteplici funzioni, ha mai percepito. Inoltre Resca finora ha presentato un piano di grande vaghezza, asserendo che in 90 giorni sarebbero partiti i lavori seguendo il progetto dell’architetto Bellini. Al di là della disinvoltura che occorrerà per concedere appalti in così breve tempo, quello di Bellini è uno schema di progetto, che andrebbe sviluppato con cura, magari in accordo con i tecnici della Pinacoteca per capire a fondo le esigenze dello spazio. Come molti commissari di questo governo, Resca sembra più motivato ad aprire cantieri per milioni di euro, senza porsi troppi problemi sulla congruenza dei lavori.

Cultura al tramonto

Vittorio Emiliani

Sul sito del Ministero per i Beni culturali il faccione curiale di Sandro Bondi non compare più: ha smesso di recensirvi libri, il suo congedo dal Collegio Romano è vicino. Nemmeno gli anni di Giuliano Urbani, segnati dalla tremontiana Patrimonio SpA (facciamo cassa coi gioielli di famiglia), erano stati gloriosi, Ma, almeno, Urbani aveva cercato di tenersi fondi e competenze. Bondi si è comportato come un guardaportone: «Prego, accomodatevi». Chi si accomoderà ora al suo posto? L’ultima ipotesi che gira è Guido Bertolaso uno dei più potenti fra gli uomini di Berlusconi.

Bondi ha fatto entrare le accette di Tremonti amputando i già magri fondi del Mi.BAC: 1/3 in meno per la tutela del paesaggio; pura sopravvivenza per Soprintendenze, Istituti e Musei; servizi ridotti nell’archeologia e ipotesi di chiusure; indebolimento generale delle biblioteche; meno investimenti per i derelitti archivi; addio formazione e perfezionamento. Su queste macerie si è stagliato un sorridente Super Mario Resca nuovo direttore generale, ex McDonald’s, ex Casinò di Campione, tuttora nel CdA di Mondadori (controllante di Electa che fa business nei musei, e chi lo schioda?), presidente di Finbieticola e altro ancora. Incaricato di valorizzare, valorizzare e valorizzare, ha lanciato la campagna “terroristica” «Se non lo visiti, lo portiamo via» e si vedono degli operai che portano via il povero Cenacolo, un livido Colosseo smontato, il David. Che genio comunicativo! Intanto l’Istituto Centrale per il Restauro, gloria planetaria, lo portano via davvero da San Pietro in Vincoli, sfrattato dai frati Paolotti.

In compenso i bocconi migliori del patrimonio vengono sottratti alla regia del Ministero e commissariati con elementi spesso esterni: meno controlli, fondi propri, via libera agli appalti. Prima l’area archeologica di Roma e di Ostia (col Colosseo che pompa euro) col pretesto che il Palatino crolla, una mezza bufala: per buttare fuori la Soprintendenza e metterci il plurimedagliato Bertolaso. Poi, l’impegno aquilano e la compatta protesta (l’unica, temo, in tutta l’Amministrazione) degli archeologi romani ci hanno messo una pezza. Commissariata Pompei, altra rendita: subito in pensione il bravo Piero Guzzo. Commissariata Brera dove si spenderanno 50 milioni di euro (2,5 per Super Resca). Una vera e propria Amministrazione parallela. Ricca però. A fronte di un Ministero impoverito, frustrato, con stipendi da travet. E ora entra in funzione il Codice per il Paesaggio, con regioni inerti e altre, come la Sardegna, dove i piani salvacoste di Renato Soru sono stati subito cancellati dalla destra, i cementificatori ringraziano e ogni tecnico della tutela ha già 4-5 pratiche al giorno da sbrigare.

Emma Marcegaglia vuol portare al 20%, cioè raddoppiare, il Pil del turismo che in buona parte viene dal turismo culturale. Ma come si fa, se paesaggi, città d’arte, ville e parchi storici vengono assediati e imbruttiti da quell’edilizia che solo Berlusconi, rimasto all’800, considera il motore del mondo? Spunta la parola d’ordine salvifica: Eventi! Ma che mediocrità provinciale.

Dirigenti e funzionari la sperequazione degli stipendi

Luca Del Fra.

Gli stipendi nel settore del Ministero dedicato ai Beni Culturali presentano una netta scissione tra dirigenti e funzionari: entrambi dovrebbero avere competenze specifiche, ma i primi sono di nomina politica - alcuni non sono entrati in graduatoria ai concorsi -, mentre i secondi tutti assunti per concorso pubblico lavorano sul campo. Gli stipendi dei funzionari, che svolgono anche compiti di dirigenza di musei e scuole, sono bassissimi, in media un terzo delle altre realtà europee: a fine carriera il direttore di un museo celeberrimo come gli Uffizi o la Galleria Borghese arriva a prendere 1700 euro al mese, un dirigente dell'istituto superiore del restauro 1500.

I NEO ASSUNTI Singolare appare anche il compenso dei tecnici appena assunti: con paghe che superano di poco i 1000 euro al mese: molti di loro si troveranno a dover affrontare le pressioni esterne, come nel caso del controllo del paesaggio dove pesano gli interessi delle grandi imprese edili. In questo panorama non poche perplessità e polemiche ha destato lo stipendio di Mario Resca, l'ex manager di McDonald's nominato direttore alla valorizzazione dal ministro Bondi: l60mila euro all'anno cui aggiungere, secondo la Uil, 2,5 milioni di euro per la ristrutturazione della pinacoteca di Brera, un compenso mai elargito dal Ministero à nessuno dei suoi dipendenti.

RESTAURO - Rissotto «Restauri sfrattati e senza più sede»

Luca Del Fra

L'Onu ha descritto i nostri restauratori come i Caschi blu della cultura: quella italiana è una lunga tradizione che ha raggiunto risultati epocali. Ennesimo tassello del disfacimento dei Beni culturali italiani, oggi l'Istituto Superiore Centrale del Restauro (Iscr) di Roma è sotto sfratto e gli sarebbe stata data un'altra sede, al San Michele: «Dove non esiste lo spazio per essere operativi» esordisce secca Lidia Rissotto. «Quello che chiediamo - prosegue - è un posto che permetta di lavorare e di non essere annientati». Direttore coordinatore presso l'Iscr, distaccata come direttore alla scuola di Alta formazione e restauro di Venaria (Torino), Rissotto descrive così la situazione: «Dopo che le regioni hanno istituito una miriade di corsi in conservazione, non sempre ineccepibili, magari dando l'illusione di un attestato che avesse un valore, l'art. 182 dice che tutti coloro che non hanno frequentato Iscr o l'Opificio delle pietre dure devono dimostrare di avere una esperienza sul campo di 8 anni o sostenere un esame.

La cosa ha creato malumori, soprattutto tra i privati che sono soggetti a una anacronistica legge sugli appalti analoga a quella edilizia: le gare le vincono le grandi ditte, sul campo più aggressive, e poi subappaltano a loro per pochi soldi». La creazione di un albo dei restauratori con regole precise fa presagire l'ennesima sanatoria che contenti tutti. «La formazione di un restauratore - continua Rissotto - è fatta di un 50% di teoria e un 50% di laboratorio. Poi c'è la pratica sul campo accanto a un maestro di esperienza. La mancanza di personale a cui si aggiungono i pensionamenti forzati sta creando un vuoto di trasmissione, pericoloso. Il restauro, che era un nostro fiore all'occhiello, sta appassendo».

«Ressa di privati dopo i tagli»

Luca Del Fra

«I Beni Culturali sono un Ministero a forte vocazione tecnica. Il danno epocale che stanno causando la scarsità di personale e la valanga di pensionamenti decretati dal tandem Brunetta-Bondi è presto detto: senza il progressivo ricambio attraverso gli affiancamenti del personale si colpisce il cuore delle competenze. «Quello che chiamiamo restauro dei monumenti e siti archeologici è, o almeno dovrebbe essere, manutenzione sistematica, conservazione preventiva: insomma basarsi su una programmazione». Così Irene Berlingò, presidente di Assotecnici che riunisce le competenze tecnico-scientifiche del Ministero descrive quel diuturno lavoro di chi conserva i nostri beni architettonici: «Tuttavia - continua -, il drastico taglio dei fondi operato in questi anni ha avuto come conseguenza due il restauro sia finalizzato a degli eventi. Si chiamano gli sponsor per avere fondi e poi vista la scarsità del personale e la necessità di finalizzare il lavoro entro una data ci si affida essenzialmente ai privati, senza adeguati studi preventivi». Le parole pacate e misurate di Berlingò fanno intravvedere il tramonto di una grande tradizione italiana negli scavi archeologici che il mondo ci invidia, o forse ci invidiava. Il caso di Pompei è emblematico: nell'area archeologica vicino Napoli il 14 gennaio è avvenuto un crollo presso la casa dei Casti amanti, probabilmente causato anche dalla fretta. In altri tempi, quando a Pompei cadeva una tegola scoppiava il finimondo, con lunghi articoli su tutti i giornali. Ma oggi il sito è commissariato dalla protezione civile, ed è stato fatto di tutto per seppellire la gravità dell'incidente sotto la lava del segreto.

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