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Lawrence Downes
Il terribile, orrendo, incombente disastro nazionale … che l’immigrazione non è
18 Agosto 2006
Scritti su cui riflettere
I sostenitori della "linea dura" con gli immigrati, sono dei poveri stupidi, incattiviti, terrorizzati. The New York Times, 20 giugno 2006 (f.b.)

Titolo originale: The Terrible, Horrible, Urgent National Disaster That Immigration Isn't - Scelto e tradotto per eddyburg_Mall (http://mall.lampnet.org) da Fabrizio Bottini (scaricabile anche in PDF)



Parte Prima: Cosa non va con “Andarci duri con l’immigrazione”

I. L’immigrazione, molto semplificata. Troppo

Le argomentazioni degli osservatori favorevoli all’approccio duro sull’immigrazione, sono semplici in modo deprimente, e ciò le rende solo deprimenti.

Stringi stringi si riducono a questo: i problemi con l’immigrazione che abbiamo oggi, e una gran varietà di altri, cominciano e finiscono con gli immigrati stessi, con chi ha commesso il reato di star qui illegalmente: o semplicemente di star qui, e basta, in quantità indesiderabili, con abitudini indesiderabili, con effetti indesiderabili sulla salute del paese.

La loro presenza è vista soprattutto, quando non del tutto, come un male, imperdonabile offesa inferta ai cittadini americani.

Con questa prospettiva, il problema non si risolverà di certo mettendo ordine in un complesso sistema di leggi e norme sull’immigrazione, aggiustando i meccanismi economici alla ricerca di una migliore coincidenza fra domanda e offerta di lavoro, o con una maggiore attenzione ad applicare le norme esistenti sui posti di lavoro e le assunzioni. Certamente, il problema non si risolverà diventando più creativi o umani nell’accoglienza agli immigrati, in modi che li ripaghino del duro lavoro e del desiderio di partecipare in modo più pieno al sistema.

Si risolverà, solo, tenendoli fuori, e sbattendoli fuori. Fatelo, insisitono i restrizionisti, a avremo iniziato a risolvere una serie di altri problemi: l’invasione di quartieri e angoli di strada da parte di latini; la crescita delle bande organizzate e dello spaccio di droga; la congestione e lo sprawl urbano; il traffico di esseri umani; la crisi dei valori dell’Europa bianca; il carico sul sistema carcerario, ospedaliero e scolastico, e la minaccia alla stessa stabilità degli Stati Uniti.

Nessuna meraviglia, se qualcuno ha paragonato i lavoratori immigrati alle locuste, ai batteri, a un esercito invasore. Se si trovasse da qualche parte un americano di 250 anni disposto a discutere il problema, lui o lei racconterebbero quanto suona familiare tutto questo. Argomentazioni identiche sono state sostenute via via riguardo ai lavoratori cinesi, giapponesi, cattolici, irlandesi, italiani, e i primi poco amati – anche se ben documentati – estranei, afroamericani. Per non parlare degli Indiani d’America.

II. L’interferenza della Paura

Molti di coloro che sono favorevoli a un approccio duro all’immigrazione non amano vedere le proprie ragioni derise, la loro tolleranza messa in dubbio. Detestano essere gettati nella squallida pattumiera insieme al Colonnello Custer, a quelli Io-Non-Sapevo o al Ku Klux Klan.

É comprensibile. Ma la xenofobia non si limita a qualche frangia estrema dentro al movimento antimmigrazione. Sono state sostenute ragioni dettate dal panico, sull’immigrazione, da parte di persone apparentemente ragionevoli: compresi rappresentanti della Camera degli Stati Uniti e del Senato, delle assemblee statali, di contea, delle amministrazioni locali in tutto il paese. Il deputato degli Stati Uniti Tom Tancredo del Colorado probabilmente è il più conosciuto rappresentante xenofobo del Congresso. Ha costituito un caucus sull’immigrazione per sviluppare le sue prospettive arroventate. Ora esso conta circa 100 appartenenti, e un sito web dove si trova di tutto per quanto riguarda le argomentazioni anti-immigrati venate di paura.

Uno dei componenti del gruppo di Tancredo è John Culberson di Houston, che ha pubblicato un “ Border Security Alert” lo scorso ottobre, avvertendo che “ Terroristi di Al Qaeda e nazionalisti cinesi si stanno infiltrando nel nostro territorio da ogni parte a proprio piacimento, da Brownsville a San Diego”. Inoltre, prosegue, “ un vasto numero di individui di religione islamica si è trasferito in abitazioni di Nuevo Laredo e sta imparando lo spagnolo per assimilarsi alla cultura locale”.

Perciò, conclude Culberson, “ É in atto una guerra su larga scala lungo il nostro confine meridionale, e tutto il nostro stile di vita è a rischio, se non vinceremo la battaglia di Laredo”.

L’immagine dell’America come nazione assediata ha condotto lo scorso dicembre la Camera degli Stati Uniti ad approvare un progetto di legge sull’immigrazione, sostenuto da James Sensenbrenner del Wisconsin, che vede il problema totalmente dal punto di vista della repressione. Rende reato federale il risiedere illegalmente negli Stati Uniti, trasformando così milioni di immigrati in criminali, privi di diritto a qualunque status legale. Trasforma anche in reato, per le chiese e i servizi sociali, dar rifugio o sostegno agli immigrati illegali. Il dibattito sull’immigrazione al Senato ha avuto i suoi momenti di basso profilo, come il passaggio dell’emendamento del senatore James Inhofe dell’Oklahoma per dichiarare l’inglese lingua nazionale del paese: esplicito schiaffo agli immigrati latini e alla loro presunta riluttanza all’assimilazione. Un programma per i lavoratori-ospiti all’interno del progetto di legge del Senato è stato bruscamente ritirato dopo che la Heritage Foundation, think tank conservatore, aveva pubblicato un rapporto dove si dichiarava che, se fosse stato approvato quel testo, il paese sarebbe stato alluvionato da 193 milioni di nuovi immigrati legali entro 20 anni. La cifra, superiore alle popolazioni di Messico e Centro America sommate, era istericamente ridicola. Il progetto di legge è stato emendato in tutta fretta, e la stima rivista a un ancora surreale cifra di 66 milioni, 47 contando solo i nuovi arrivi, non chi è già qui e verrebbe legalizzato (per contro l’Ufficio Bilancio del Congresso, calcola 8 milioni netti di immigrati nei prossimi 10 anni col progetto di legge del Senato. La National Foundation for American Policy, calcolando nuovi venuti e immigrati già presenti, ha studiato il progetto di legge e ottenuto una cifra di 28,48 milioni in 20 anni, ovvero 1,42 milioni l’anno. Sono tanti, ma molto meno dei numeri che questi pugili dell’antimmigrazione avrebbero voluto far credere).

Se si scava nelle argomentazioni più discusse, che collegano gli immigrati a cose come la rampante sovrappopolazione o la crisi della lingua inglese, si ritrovano le influenze delle molte organizzazioni votate alla linea dura restrizionista. Tolte di mezzo queste, sotto di solito si trovano delle bufale. Non ci sono molti gradini, di solito, a dividere esteriormente razionali, spesso citate organizzazioni come la Federation for American Immigration Reform, che si definisce strutture senza scopo di lucro e, non di parte, dedicata alle ricerche e studi politici, e gente come il suo co-fondatore John Tanton. Il Southern Poverty Law Center, che studia gruppi che fomentano l’odio, dice che Tanton, oculista del Michigan in pensione, “Negli Stati Uniti è ampiamente riconosciuto come il personaggio di punta nei movimenti anti-immigrati e per l’Inglese Ufficiale”.

Un suo profilo sul sito web del Center recita: “ Oltre alla FAIR, di cui è ancora membro del comitato direttivo, Tanton gioca un ruolo centrale in una serie di gruppi e istituzioni inti-immigrati e nazionaliste, quali Pro English, U.S. Inc., Center for Immigration Studies (CIS), U.S. English, e Numbers USA.

Chi è, questo Tanton? Qualcuno che ha definito gli immigrati latini come un’orda di cattolici, con l’allarmante tendenza a riprodursi, di dubbia “educabilità”, uno che gestisce una casa editrice, la Social Contract Press, che commercializza titoli sul tema quali The Camp of the Saints, denunciato come indecente e razzista.

La Anti-Defamation League, in un rapporto del 2000 sulla FAIR, ne individua le radici originarie e propone quello che definisce “ uno sguardo su come la libertà di pensiero possa superare il confine di una tendenza alla divisione, alla ricerca di capri espiatori in chi è nato all’estero”. Vale la pena di leggerlo.

La FAIR e i suoi alleati non sono per niente gli unici nemici ostinati dell’immigrazione, ed esistono altre opinioni ancora più irriferibili, che verrebbero animosamente respinte dalla gran massa delle persone all’interno del campo dell’approccio repressivo. Ma la loro influenza resta significativa: le argomentazioni riflettono alcuni passaggi di molti esponenti conservatori. E mostrano quanto l’attuale panico non trovi la propria origine nel cervello della gente, ma nelle sue viscere.

III. Una serie di soluzioni troppo costose

I restrizionisti propongono una varietà di soluzioni drastiche. Ma le rassicurazioni che offrono a chi è preoccupato per l’immigrazione sono false, per un motivo semplice: il cartellino del prezzo segna una cifra troppo costosa perché la si possa seriamente prendere in considerazione. Chiunque le proponga seriamente sta facendo qualcosa di peggio che della demagogia.

Consideriamo la soluzione preferita dei restrizionisti: deportiamoli tutti. É un argomento indifendibile in qualunque dibattito, perché solo qualche urlatore da talk-show televisivo sarebbe disposto a pagarne il conto: 200 miliardi di dollari o più, almeno il doppio del bilancio del Department of Homeland Security. E ciò senza calcolare il costo psicologico per la nazione, del veder strappare gli immigrati dalle loro case, posti di lavoro, scuole, per buttarli fuori. E tanto improbabile la disponibilità a pagare questo prezzo una volta, tanto più a ripagarlo ancora e ancora, dato che arriverebbero nuovi immigrati a rimpiazzare quelli che abbiamo rimandato a casa.

Poi, c’è l’altra soluzione di gran moda tra i fautori della linea dura: fortificare il confine, che come qualunque restrizionista vi dirà è la priorità più urgente nelle riforme sull’immigrazione. Si sono già riversati miliardi sul confine meridionale - California, Arizona, New Mexico eTexas - in muraglie, sorveglianza e tecnologie. A partire dal 1986, il bilancio della vigilanza sulla frontiera è stato aumentato di dieci volte, il numero degli agenti in servizio di pattuglia cresciuto di otto volte. La Camera dei Deputati, nel suo inquietante progetto di legge da approccio duro all’immigrazione, vuole realizzare un muro di mille chilometri, che servirà a ingrassare pochi potenti appaltatori di parecchi milioni, difficili da calcolare, e il Presidente Bush ha già mobilitato la Guardia Nazionale.

Questi cartellini del prezzo sembreranno anche più esosi, paragonati ai risultati.

Abbiamo già speso parecchio in repressione, e abbiamo davvero molto poco di valido da mostrare. Un editoriale del Wall Street Journal dal titolo “Le Brigate di Confine” nota che “ La polizia U.S.A. per l’immigrazione, almeno dopo la legge Simpson-Mazzoli del 1986 e di certo dopo gli anni ’90, ha posto l’accento sulla ‘sicurezza’ sopra ogni altra cosa”. Ma ciò non ha rallentato minimamente l’immigrazione illegale. Il Pew Hispanic Center riporta che la popolazione degli immigrati illegali negli ultimi anni mostra una “crescita stabile”, ad essere cauti. Nel 1986, nell’ultima occasione in cu il paese fu logorato da un dibattito sulla riforme dell’immigrazione, la popolazione di illegali era stimata a 3 milioni. Oggi, è di 11-12 milioni.

Chi ha sposato la logica del pugno di ferro è contrario a qualunque riforma che allenti la pressione al confine, come un programma per lavoratori temporanei, o la garanzia di visti per legalizzare chi è già qui e i suoi familiari che attendono di entrare. Non lo ammetteranno, o non lo capiscono, che stanno semplicemente insistendo nel buttare denaro sonante per cause perse.

IV. Odi e paure locali

Il modo di avvicinarsi all’immigrazione dell’America dovrebbe essere quello di una nazione costruita dagli immigrati, orientate all’idea di eguaglianza. Purtroppo, le azioni intraprese a livello locale – dove succede la gran parte delle cose – appare come un gran cumulo di prepotenza e bigotteria.

Città e contee della California, Arizona, New York e altrove hanno deliberato ordinanze che colpiscono i lavoratori giornalieri, i più visibili e umiliati componenti della popolazione immigrata. Ciò non significa che non si usi il lavoro degli immigrati illegali. Vuol dire semplicemente che la pubblica amministrazione sta rendendo la loro dura vita ancora più dura. I lavoratori giornalieri sono stati sottoposti a maltrattamenti della polizia e sgombri illegali. Senza parlare dell’ostilità spontanea e degli abusi commessi da datori di lavoro in nero, cittadini regolari, gruppi di protesta e vigilanti come il Minuteman Civil Defense Corps.

In alcuni casi ci si concentra sullo strappare da tessuto sociale la figura dell’immigrato: approvando norme che impediscono alla società a cui essi danno un contributo di aiutarli. In aprile, il Governatore della Georgia Sonny Perdue ha firmato una delle leggi più dure anti-immigrazione del paese, un pacchetto di restrizioni che fra le altre cose richiede ai maggiorenni richiedenti sostegno statale di dimostrare di essere qui legalmente, e agli uffici dello stato di verificare la condizione riguardo all’immigrazione di ogni dipendente. Non conta il fatto che gran parte della vitalità economica della Georgia nasca dagli immigrati che lavorano nelle sue fabbriche tessili, che raccolgono le sue pesche, che preparano i suoi pasti e puliscono i suoi diffusi suburbi.

Alcune di queste sparate sono semplicemente stupide. A Danbury, Connecticut, il sindaco se l’è presa con la pallavolo, uno dei passatempi preferiti degli immigrati ecuadoregni. A Nashville hanno tentato di proibire i furgoncini che offrono i tacos ma non, e questo vuol dire qualcosa, i chioschi di hot dog. Stupidi, ma cattivi.

V. Usare la Polizia

Altre misure locali sono più gravi. Il più perverso degli impulsi a reprimere è quello di ricorrere alla polizia cittadina per applicare le leggi sull’immigrazione. Gli agenti odiano questi compiti. Consigli cittadini e comandi di polizia resistono ai tentativi di far loro carico di qualcosa che è, e dovrebbe restare, una responsabilità federale.

Per esempio, sindaci e capi della polizia di Minneapolis e St. Paul si sono espresso contro la proposta del governatore del Minnesota di utilizzare le forze locali per queste funzioni: e hanno parlato per conto di molti altri sindaci e capi della polizia che hanno le stesse idee. Il comandante John Harrington del St. Paul Police Department ha dichiarato al St. Paul Pioneer Press che i poliziotti locali erano già oberati da altro lavoro – come la lotta alla criminalità violenta – più urgente, del controllo dei documenti di immigrazione della gente.

La città di St. Paul non ha abbastanza agenti per gestire il carico di lavoro corrente, come applicare le norme cittadine o colpire i gravi reati federali – traffico di droga, sequestri, rapine in banca – che ha ora” ha detto il Capo Harrington. Controllare gli immigrati, continua, toglierebbe uomini dal lavoro su crimini più gravi come le violenze sessuali. Sostiene anche che il costo di mandare per sei mesi 550 agenti a formarsi allo Immigrations and Customs Enforcement potrebbe servire meglio a combattere i reati in città.

C’è un altro aspetto della repressione sugli immigrati che danneggia, anziché contribuire alla lotta alla criminalità. Come hanno sottolineato il capo Harrington e molti altri, i poliziotti locali – a differenza dei loro colleghi federali – hanno bisogno dell’aiuto della comunità per svolgere il proprio compito. Gli immigrati illegali sono già una popolazione nascosta. Rivolgere contro di loro la polizia locale li spingerebbe ancor più nell’ombra. Ciò rallenterebbe le indagini, coi testimoni che spariscono, e la criminalità che, imprendibile e impunita, prospera.

Parte Seconda: La via più difficile, ma preferibile

I. Un tentativo di far meglio, di 796 pagine

Se i fautori della linea dura, che cercano di eliminare qualunque riforma generale dell’immigrazione, sono un coro disciplinato che canta la medesima tonalità, chiara e sonante, l’altro schieramento assomiglia più a una folla che tenta di mettere insieme una messa cantata in uno stadio. Un’alleanza di poveracci e potenti, di dichiarati Repubblicani come i Senatori John McCain e Lindsey Graham, insieme al vecchio leone liberal, Edward Kennedy. Sono compresi interessi di impresa, alcuni sindacati, editoriali giornalistici come questo e altre pagine giornalistiche molto diverse da queste. Anche un diffidente Presidente Bush ha tentato di trovarsi un posto da qualche parte.

Quello che unisce questa variopinta alleanza, e la distingue dalla linea dura, è il capire che una immigrazione abbondante è una manna: una manna composita, ma comunque una manna. É il tentativo di risolvere il problema, che manca di chiarezza. Ci si districa fra le contraddizioni. Il lavoro, incarnato nel mattone da 796 pagine che è il progetto di legge del Senato, è al tempo stesso perdono e punizione. Butta soldi lungo il confine, ma comprende anche un percorso verso la cittadinanza per molti, anche se non per tutti, gli immigrati illegali già presenti. Spiana la strada ad altri milioni, le cui speranze di entrare nel paese sono state sbarrate, talvolta per decenni, da ostacoli burocratici.

I critici della legge l’hanno definita impraticabile e incomprensibile. Non hanno torto. Ma per quanto lacunoso, il progetto del Senato è l’unico che riconosca e tenti di enfatizzare il contributo degli immigrati all’economia e alla cultura di questo paese. É l’unico che tenti di comprendere immigrati attuali e futuri, illegali o meno, nell’opera di miglioramento di questo paese. E quindi è l’unico con qualche speranza, nell’incredibilmente difficile soluzione della complessa equazione costi/benefici a risultato positivo.

II. Quanto abbiamo bisogno di loro

Come collettore di lavoratori verso questo paese, l’attuale sistema di immigrazione è in forte squilibrio sul versante della domanda. Il percorso legale per un lavoratore generico che entra negli Stati Uniti significa uno dei 5.000 visti rilasciati a questo scopo ogni anno, il che significa che il percorso legale non esiste. L’economia del paese si è adeguata, naturalmente, occupando lavoratori temporanei e illegali a milioni. La mano invisibile del mercato non chiede carta d’identità alle circa 500.000 persone che entrano illegalmente ogni anno.

Gli immigrati – legali e illegali – occupano una nicchia vitale dell’economia americana. Sono il 12% della popolazione degli Stati Uniti, ma il 14% della forza lavoro, secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso. Dal 1994 al 2004, afferma l’ufficio in un rapporto dello scorso dicembre, il numero di lavoratori nati all’estero è cresciuto da 13 sino a 21 milioni, un’ascesa che conta per oltre la metà dell’aumento complessivo della forza lavoro USA. Secondo la American Immigration Lawyers Association, gli immigrati coprono il 40% di tutti i posti di lavoro nei settori agricolo, della pesca e forestale del paese, il 33% nella cura di edifici e proprietà, 22% nella preparazione di alimenti e il 22% nelle costruzioni. Strappare circa un terzo di questi lavoratori, quelli illegali, dalla propria fonte di sostentamento e dalle famiglie, sarebbe rovinoso per l’economia, in particolare per i agricolo e del turismo in stati come la California.

Scordiamoci l’idea che gli immigrati siano parassiti fiscali. Al contrario. Pagano di più in tasse di quanto non consumino in servizi. Gli illegali che utilizzano numeri della sicurezza sociale falsi per essere assunti, pagano trattenute e imposte sul reddito, ma non ricevono servizi e non hanno diritto al Medicaid. La quantità di versamenti non rivendicati per la Sicurezza Sociale è più che raddoppiata dagli anni ‘80, fino a raggiungere quasi i 189 miliardi di dollari. Dato che gli immigrati tendono ad essere più giovani e sani dei lavoratori nati qui, usano con più parsimonia il servizio pubblico. Uno studio generale sull’immigrazione e i suoi effetti economici – The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal Effects of Immigration, di James Smith e Barry Edmonston, per il National Research Council del 1997 – reassume le proprie conclusioni in questo modo: visto che gli immigrati in media sono meno istruiti di chi è nato qui, guadagnano meno e pagano meno tasse. Ma consumano anche molti meno servizi. Di conseguenza: l’immigrato medio paga circa 1.800 dollari di tasse in più di quanto non costi in servizi, anche tenendo conto dei costi di istruzione per i suoi bambini.

Il rapporto pone l’enfasi sul fatto che il modo adeguato di considerare questa spesa è in quanto investimento nel futuro del paese. In una nazione che assorbe circa un milione di nuovi arrivati l’anno, ciascun flusso annuale di immigrati paga 80 miliardi in più di tasse, nell’arco di una vita, di quanto non consumi in servizi. In altre parole, non c’è alcuna crisi economica provocata dall’immigrazione: potrebbe essercene una se l’immigrazione si arrestasse.

La scorsa settimana, è girata su internet una lettera aperta al Presidente Bush e al Congresso. Firmata da oltre 500 economisti specializzati in vari settori, compresi cinque vincitori del Premio Nobel, sostiene che l’immigrazione rappresenta una guadagno netto per l’America e i suoi cittadini, “ il più grandioso programma contro la povertà mai immaginato”.

III. Bisogna riconoscere i costi

Sarebbe sbagliato sostenere che un più rigido controllo non abbia spazio, in una attenta politica di riforma dell’immigrazione, o che il fenomeno non porti con sé una serie di problemi. Ci sono molte cose che anche i sostenitori dell’immigrazione dovrebbero e devono ammettere. Non sono soltanto buoni lavoratori dai piedi piagati e famiglie affamate, a riversarsi oltre il confine. Arrivano anche droghe, merci contraffatte e armi. Non si sa di terroristi entrati dal Messico, ma potrebbe anche succedere. Se c’è un modo realistico di sigillare il confine per quanto riguarda spacciatori di droga, criminali e terroristi, vorremmo certamente prenderlo in considerazione. Ma non c’è. Il controllo deve essere vigilante su tutti questi aspetti, ma non è al confine che si vince la battaglia.

C’è un aspetto problematico dell’immigrazione illegale, molto concreto: il costo che impone a chi compete con i lavoratori generici illegali. É ragionevole: come fa un mercato del lavoro ad assorbire tante persone nuove senza vedere cadere le retribuzioni? Uno studio citato spesso di due economisti di Harvard, George J. Borjas e Lawrence F. Katz, ha rilevato che fra il 1980 e il 2000, un’ondata di immigrazione illegale dal Messico ha ridotto le paghe i chi non ha un diploma dell’8,2%.

Ma questa ricerca potrebbe dare solo un’immagine parziale. Non tiene conto della crescita economica generate dagli immigrati: i molti posti di lavoro creati dal suo basso costo, e la lacuna demografica che si viene a colmare. Come ha sottolineato Eduardo Porter sul Times in aprile, “ Nello scorso quarto di secolo, la quantità di persone senza un’istruzione da college, compreso chi ha abbandonato gli studi, è diminuita drasticamente. Ciò ha ridotto il bacino di lavoratori più vulnerabili alla concorrenza da parte degli immigrati”.

La cosa non consola il portinaio di Los Angeles che ha visto scomparire il proprio posto di lavoro, o l’imprenditore corretto che non riesce a competere con quelli con meno scrupoli che usano a vagonate – e sottopagano e sfruttano – lavoratori giornalieri illegali. Qualunque tentativo serio di riforma sull’immigrazione deve misurarsi col fatto che molti americani – tra gli altri i giovani neri – esclusi ed emarginati dal mercato del lavoro per generazioni, continueranno ad essere esclusi. Ciò è particolarmente vero con l’economia che brulica di energie di immigrati, di cui molti illegali. Se il fenomeno fa diminuire il costo del lavoro e aumenta la ricchezza nazionale, dobbiamo trovare modi per cui questo guadagno sia condiviso da chi sta ai gradini più bassi della scala economica.

IV. La rabbia spontanea

Farmingville, una città operaia di Long Island molto bruscamente trasformata dall’immigrazione latinoamericana, è un ottimo esempio di come una fiorente immigrazione possa porre sfide e suscitare risentimento. Gli abitanti di lunga data si sono accorti loro malgrado della presenza di decine di latini agli angoli delle strade, o ammucchiati dentro ad appartamenti trasformati illegalmente in pensioni. É un chiaro esempio di globalizzazione con effetti locali, e secondo molti a Farmingville i suoi costi sono evidenti, e inaccettabili. Giovanotti che affollano il parcheggio del 7-Eleven, molestano donne e ragazze con epiteti sessualmente aggressivi. Uomini che orinano per strada, vagabondano e in generale sono fonte di disturbo. Non si può parlare con loro, non si può mandarli via.

Sono la manifestazione visibile della rottura dei confini, e qualcuno offeso ha pensato di risolvere il problema da sé. Hanno picchiato gli immigrati, e lanciato bottiglie incendiarie sulle loro case. Hanno preso i cartelli e sfilato. Hanno maltrattato e interrogato i lavoratori giornalieri, hanno scritto lettere, tenuto assemblee.

Il conflitto di Farmingville si replica, in modi diversi, in varie città degli Stati Uniti. Ma gli attivisti anti-immigrati di Farmingville non hanno ottenuto nulla, a meno che non consideriamo un successo la lotta contro la creazione di uno spazio per l’assunzione dei lavoratori giornalieri. Cinque anni dopo l’esplosione del furore, da cui è nato un documentario ben fatto, Farmingville ha tanti lavoratori giornalieri quanti ne aveva prima. Ma non ha un posto dove ingaggiarli.

V. I costi all’estero

Ci sono molti libri che documentano le difficoltà dei latini che migrano verso El Norte. Il libro Coyotes di Ted Conover, giornalista bianco con la passione di vivere direttamente le proprie storie, è un buon lavoro. Nei villaggi da cui gran parte dei giovani uomini vanno all’estero, la conseguenza è di poter contare su un flusso di rimesse regolari - in totale 25,5 miliardi di dollari nel 2003, secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso – che rappresentano una risorsa vitale di reddito nei paesi poveri.

Ma significa anche che le comunità, in particolare quelle piccolo nel sud del Messico e in America Centrale, perdono i propri membri più vivaci, gli uomini e le donne più validi, per mesi o anni. Le energie che potrebbero essere spese per far crescere la comunità o per far prosperare attività locali, se ne vanno in un altro paese, e se i soldi sono benvenuti, spesso sono un povero sostituto all’impossibilità di avere coniugi e figli a casa, come attesta il prezzo in termini di famiglie separate.

VI. Possibilità e incertezze

L’attuale “sistema” per l’immigrazione, se si può chiamare così, è fallito. É pieno di perversioni. Lo è anche il tentativo di mettere rimedio.

Il progetto di legge della Camera è semplicemente dannoso. L’alternativa del Senato ha delle gravi lacune. Cerca di dividere la popolazione degli immigrati illegali in tre gruppi, ed è relativamente accogliente con alcuni, e più dura con altri, a seconda degli anni di presenza qui. Milioni fra I nuovi arrivati dovrebbero andarsene volontariamente dal paese: di fatto una deportazione. É difficile immaginare che una quantità significativa lo farà mai. Ma in ogni caso, sembra assai improbabile che complessivamente il Congresso possa, nel clima attuale, approvare qualcosa buono come il progetto del Senato.

Una quota notevole di gruppi a favore degli immigrati ha già concluso che il non far niente – non approvare alcun progetto di legge quest’anno – sarebbe meglio che approvare un ibrido fra i progetti della Camera e del Senato.

Potrebbero aver ragione. Con le elezioni che si profilano per novembre, l’orientamento della linea dura potrebbe risultare vincente. É quello sostenuto dalla maggioranza della Camera, e appoggiato dai gruppi di base che hanno fatto migliaia di telefonate e spedito mattoni (sì: veri mattoni) ai loro rappresentanti eletti per ottenere un risultato. Ma è sciocco pensare che chiudere l’America dentro a una muraglia, e riformare l’immigrazione solo attraverso la polizia, non sia qualcosa di diverso da sconfitta auto-inflitta.

Non solo perché i costi della sicurezza sono tanto elevati, o perché i contributi degli immigrati, legali e illegali, al paese sono positivi. Chi si è impegnato tanto come i sostenitori della linea dura per chiudere questo paese alle persone che vengono a cercare lavoro e un futuro, ha una visione incredibilmente ristretta di cosa dovrebbe essere la nazione. Militarizzare il confine, trasformare gli immigrati illegali in criminali, significa tentare di ribaltare la polarità della calamita americana, a respingere chi ha lottato, sognato, è morto, per venire qui.

Significa trasformare questo paese unico, in una delle tante potenze industriali con un tasso di nascita in calo, e un autolesionista antagonismo nei confronti di chi è nato all’estero. Vuol dire stabilire cosa vuole l’America, non importa quale possa essere il prezzo in termini economici, di tradizioni, e valori, e statura morale.

É pericoloso. Non è razionale. Ma le argomentazioni dei restrizionisti non nascono dalla razionalità. Nascono dalla paura.

Nota: vedi tra l'altro sullo stesso tono anche gli articoli di Robin Hoover e William H. Frey ; di seguito il PDF scaricabile (f.b.)

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