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Emma Duncan
Il riscaldamento è acceso
3 Dicembre 2007
Clima e risorse
Storia di copertina dell'Economist, 7 settembre 2006. Il riscaldamento globale: conoscenze scientifiche, protagonisti, polemiche, grandi strategie mondiali in una breve sintesi (f.b.)

Titolo originale: The heat is on – Scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini

Il clima mondiale si è modificato pochissimo dalla rivoluzione industriale. La temperatura è rimasta stabile nel XIX secolo, è salita molto lievemente nella prima metà del XX, ricaduta negli anni ’50-70, poi ha iniziato di nuovo a risalire. Negli ultimi 100 anni, è aumentata di 0,6°C.

E allora perché tutto questo trambusto? La ragione non è tanto l’incremento delle temperature. I cambiamenti precedenti nel clima mondiale erano determinati da viariazioni o nell’angolo di rotazione della Terra o nella sua distanza dal Sole. Stavolta c’è un altro fattore coinvolto: I “gas serra” prodotti dall’uomo.

Quando l’energia solare colpisce la Terra, gran parte di essa rimbalza nello spazio. Ma anidride carbonica e circa altri 30 gas serra, come il metano, contribuiscono a creare uno strato che intrappola il calore del sole, riscaldando così il pianeta. E, a causa della combustione di carburanti fossili, che contengono il CO2 che le piante originariamente respiravano dall’atmosfera, i suoi livelli sono saliti da 280 parti per milione (ppm) di prima della rivoluzione industriale, alle circa 380ppm di adesso. Gli studi sui nuclei del ghiaccio mostrano che non ci sono state concentrazioni tanto alte da quasi mezzo milione di anni. Al tasso di incremento attuale, si raggiungeranno le 800ppm entro la fine di questo secolo. Dato che la CO2 emessa oggi resta nell’atmosfera fino a 200 anni, abbassare le concentrazioni richiederà un lungo periodo.

La prima persona a cogliere il collegamento fra temperature e attività umane fu uno scienziato del XIX secolo, Svante Arrhenius. Valutava che le emissioni da attività industriali potessero raddoppiare i livelli di CO2 in 3.000 anni, riscaldando così il pianeta. Essendo svedese, pensava fosse un’ottima cosa. Nel 1938 un ingegnere britannico di nome Guy Callendar tenne una conferenza alla Royal Meteorological Society in cui affermava di aver scoperto che il mondo si stava riscaldando, ma fu considerato un eccentrico. L’idea del riscaldamento globale sembrava destinata alla pattumiera intellettuale.

Se l’interesse nel mutamento climatico era tiepido nella prima metà del XX secolo, diventò decisamente gelido con la seconda metà, per l’ottima ragione che il modo si stava raffreddando. Nel 1975 il settimanale Newsweek pubblicò come titolo di copertina Il mondo che si raffredda, presentando un “drastico declino nella produzione alimentare: con gravi implicazioni politiche praticamente per qualunque nazione della Terra”. Una previsione ripresa con comprensibile sollievo da chi sospetta che anche le preoccupazioni attuali siano una paura del genere.

L’irregolarità di metà XX secolo si rivelò poi essere conseguenza di un altro prodotto collaterale delle attività umane: lo zolfo, che insieme ad alter particelle sospese nell’aria riflette la luce solare prima che possa colpire la Terra, in controtendenza all’effetto serra. Entro la fine del XX secolo, gli sforzi per controllare questo inquinante iniziavano ad avere effetto. Il contenuto particolato nell’atmosfera stava diminuendo, e il mondo cominciò di nuovo a riscaldarsi. L’idea del riscaldamento globale fu recuperate dalla pattumiera, e diventò uno dei temi dibattuti più importanti della nostra epoca.

Il dibattito coinvolge scienziati, economisti, politici, e chiunque sia interessato al futuro del pianeta. É alimentato da un lato dalla convinzione che la vita così come noi la conosciamo sia minacciata, e dall’altro dall’idea che scienziati e socialisti stiano cospirando per buttare il denaro dei contribuenti per colpa di uno spauracchio da bambini. É un dibattito reso più aspro da una prospettiva morale: la sensazione, profonda all’interno del movimento ambientalista, che le conseguenza dell’egoismo individuale possano essere una condanna per la collettività. La mano invisibile come un pugno, e il peccato originale un fuoristrada.

Il litigio ha come protagonisti vistosi personaggi: James Lovelock, scienziato britannico convinto che il genere umano abbia fatidicamente squilibrato il delicato meccanismo del mondo che chiama Gaia; Bjorn Lomborg, iperattivo statistico danese che crede che gli scienziati stiano stiracchiando le cifre per spaventare la gente; Arnold Schwarzenegger, governatore della California, la cui missione è di terminare il mutamento climatico; o James Inhofe, presidente della commissione ambiente e lavori pubblici del senato americano, che dice sono tutte sciocchezze.

Purtroppo, le discussioni sono anche alimentate dall’ignoranza, perché nessuno sa con certezza quanto sta accadendo al clima. A livello macroscopico, costruire un modello di quello che è uno dei più complessi meccanismi del mondo, e proiettarlo su 100 anni, è molto complicato. Nei particolari, i singoli gruppi di dati si contraddicono l’un l’altro. A un ghiacciaio che si ritira può corrisponderne un altro che cresce; a un’area dove diminuiscono le precipitazioni può rispondere un’altra dove aumentano.

Ignoranza e paura hanno fatto nascere un intero settore di attività. Governi, burocrazie internazionali e università fanno lavorare molte migliaia di persone intelligenti su cosa sta accadendo. Fondazioni riversano denaro nella ricerca. Tutte le grandi imprese ora sono dotate di consulenti di alto livello sul mutamento climatico, con squadre di brillanti giovani che si aggirano qui e là per scoprire cosa pensano gli scienziati e cosa vogliono fare i politici.

L’istituzione di un Intergovernmental Panel on Climate Change sotto gli auspici dell’ONU, è finalizzata ad attenuare i contrasti, e a fornire ai decisori una linea condivisa su cosa ci prepara il futuro. Ma visto quanto poco si sa, sia sulla sensibilità del clima alle emissioni di gas serra, sia riguardo ai livelli di emissioni future, la cosa si è rivelata difficile. Non sorprende, il fatto che l’ultimo rapporto IPCC, pubblicato nel 2001, proponga un’ampia oscillazione nelle previsioni di aumento della temperatura entro la fine del secolo: da 1,4°C a 5,8°C.

Una enorme oscillazione che limita l’utilità dei risultati IPCC per chi decide le politiche. Né l’esistenza di questo comitato ha tacitato le discussioni. Lo scetticismo rispetto ai fondamenti scientifici, e soprattutto rispetto a quelli economici, ha portato numerose persone a dissentire sui risultati. Alcuni contestano l’esistenza stessa del riscaldamento globale; altri la accettano, ma sostengono non valga la pena di tentare di far nulla a proposito.

Da quel rapporto IPCC di cinque anni fa, la scienza tendenzialmente ha confermato che sta avvenendo qualcosa di grave. Negli anni ’90 i dati dal satellite tendono a contraddire quelli terrestri che mostrano un aumento delle temperature. Un divario che ha disorientate gli scienziati e alimentato lo scetticismo. I dati dal satellite, è poi emerso, erano sbagliati: dopo essere stati corretti, ora convergono con quelli terrestri che indicano un riscaldamento. Le osservazioni su quanto sta accadendo al clima tendono a confermare, o a superare, quanto previsto dai modelli. Il ghiaccio delle calotte artiche, ad esempio, si sta sciogliendo in modo inaspettatamente veloce, il 9% in un decennio. Anche i ghiacciai si sciolgono in modo sorprendentemente veloce. E c’è una serie di fenomeni, come l’attività degli uragani, precedentemente ritenuti senza connessioni al mutamento climatico, e che ora viene sempre più ad esso legata.

La nostra rassegna [ questo articolo dell’Economist introduce una serie di contributi sul tema, n.d.t.] sostiene che nonostante le incertezze della scienza, le probabilità di gravi conseguenze sono sufficientemente elevate da giustificare la spesa delle (non esorbitanti) somme necessarie a tentare di contenere il mutamento climatico. Indica anche che, anche se gli USA, la maggior fonte mondiale di CO2, hanno girato le spalle al protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, ci sono probabilità che prenderà alcune misure per controllare le proprie emissioni. E se si muove l’America, c’è la prospettiva ragionevole che faranno lo stesso anche altri grossi produttori di CO2.

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