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Claudio Malacrino
Il progetto di Corso Marche. Dalla Città al marketing urbano
30 Aprile 2010
L’analisi di un nuovo progetto per densificare Torino. Come se tutti avessero già, vicino a casa, gli spazi pubblici e il verde che spetterebbero a ciascuno per legge.

0. La Provincia di Torino ha affidato ad Augusto Cagnardi il compito di studiare un’ipotesi di disegno a scala urbana relativa all’ambito del cosiddetto “Corso Marche” di Torino. Si tratta di un ambito urbanistico che connette il quadrante settentrionale – intorno alla prima cintura ed al complesso della Reggia di Venaria Reale – ed il quadrante meridionale – intorno alle aree FIAT ed alla Reggia di Stupinigi – dell’area metropolitana torinese, arroccata a cavallo del cosiddetto “sistema autostradale tangenziale torinese (SATT)”.

Questo progetto/studio di Cagnardi, in realtà, ipotizza la realizzazione dell’autostrada urbana nord/sud e la contemporanea realizzazione, ad un livello inferiore all’autostrada medesima (a sua volta collocata al di sotto di un viale urbano), del tratto della linea ad alta capacità (o alta velocità che dir si voglia) in attraversamento di Torino; sfruttando questo telaio infrastrutturale il progetto propone, come meglio si dirà più oltre, una elevata densificazione delle aree circostanti il viale urbano con architetture avulse dallo skyline torinese.

Lo studio è stato presentato ufficialmente ad aprile 2009 [1], dei suoi contenuti si è discusso presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino, nell’ambito di un ciclo di 4 conferenze conclusosi il 27 aprile scorso.

1. Nell’ottobre del 2007, nell’ambito di un’inchiesta sull’urbanistica di rito ambrosiano [2], Oreste Pivetta puntualizzava, con riferimento a Milano, che “la città cambia senza una regia, un disegno organico e coerente: prevale la necessità di avere la bella firma, l’architetto famoso, il progetto ambizioso per attirare investimenti, clienti e banche”.

Intervistata, a tal proposito, la Consigliera Comunale Milly Moratti affermava: “manca il rispetto per la storia e manca la strategia per il presente”.

Le trasformazioni urbanistiche che subirà Torino per effetto del progetto di Corso Marche – così come prefigurato nelle ipotesi di A. Cagnardi – si inscrivono entro questa cornice.

2. In origine, quando fu ipotizzato e fino agli approfondimenti del Piano Territoriale e di altri Piani Strategici della Provincia di Torino datati fino al 2008, il Corso Marche avrebbe dovuto assolvere sia alla funzione di corda autostradale nord/sud, sottesa alla tangenziale autostradale di Torino ed affiancata da un itinerario ciclopedonale di taglia europea, sia all’altra funzione essenziale di connettere un contesto metropolitano di alto valore architettonico, paesistico ed ambientale.

Un contesto pianificato da oltre 300 anni, dalla reggia e parco di Stupinigi alla reggia di Venaria Reale e Parco della Mandria, al parco collinare.

Entro tale cornice Corso Marche era a servizio del recupero della “natura dentro la città” (connettendo 3 corridoi fluviali intercomunali est/ovest al Po), della connessione di grandi dorsali verdi ciclopedonali, dell’integrazione del sistema del grande verde torinese con le aree ad ovest del corso Marche medesimo, a sud di Grugliasco (il Parco del Gerbido), fino alla collina di Rivoli/ Rivalta (parco della collina morenica e parco agrario).

Il progetto Cagnardi, viceversa, ha annichilito questa progettualità urbanistica a scala metropolitana, per ricondurre il progetto alla mera veste edilizia.

3. Il 6 aprile 2009 Cagnardi, in occasione della presentazione del suo progetto, rilasciava una significativa intervista [3] dal titolo “Milano studi il modello Torino” e dal sottotitolo ancor più eloquente: “Cagnardi: Sotto la Mole non si sono mai sprecate le occasioni urbanistiche”.

In quell’intervista Cagnardi affermava che “quell’ambito [4] diventerà il nuovo baricentro dell’area metropolitana”.

Come ampiamente hanno dimostrato con le loro relazioni Raffaele Radicioni [5], Piergiorgio Lucco Borlera [6] ed Angelo Tartaglia [7], le ipotesi su Corso Marche di Cagnardi, in verità, sono ancora tutte rivolte all’interno del nucleo cittadino.

4. In realtà questa ipotesi era già stata anticipata nel giugno 2008 dall’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Torino: “… Corso Marche si pone come nuovo baricentro dell’area metropolitana assunta pienamente come ambito territoriale di riferimento per ogni attività pianificatoria …” [8].

Questo si affermava, salvo, poi, riproporre ancora una visione del PRG ristretta al limite dei confini amministrativi della Città con un modello di crescita urbanistica ancora una volta – e sempre – appiattito sul prototipo delle “spine urbane”: aree di trasformazione per la totale appropriazione privata delle valorizzazioni pubbliche, aree dense connotate da un modello formale estraneo alla storia della Città ed al contesto urbano torinese.

5. Quanto fosse vera la natura eminentemente “edilizia” di quel documento, in perfetta continuità con la politica urbanistica torinese dell’ultimo quindicennio, viene disvelato oggi anche con la Variante n. 200 al PRG di Torino.

Nelle pagine di “ Piemonte Economia” de La Repubblica[9], infatti, a proposito di quanto auspicato da questo infausto documento e da quanto previsto dalla variante n. 200, si afferma entusiasticamente: “I progetti legati alla variante 200 presentati a Cannes al più importante salone internazionale dell’immobiliare. Oggi la città è cresciuta molto nella percezione degli operatori: la si vede come un’opportunità di investimento”.

Certamente è un fatto che la “percezione” da parte degli investitori immobiliari, in questi ultimi 10 anni, è stata alta.

La percezione, viceversa, dei cittadini (che con i loro tributi creano, non del tutto consapevoli, il presupposto economico per la valorizzazione immobiliare) è stata assai limitata in termini di quantità e qualità di servizi offerti e di qualità urbana: significativo è il caso della cosiddetta “Spina 3”.

6. Nel loro recente ed illuminante libro “Torino Invisibile” [10] Lucco e Radicioni spiegano come il PRG sia il punto di approdo ed il prodotto di una cultura divenuta egemone nel campo economico, culturale e sociale, in grado, quindi, di governare i processi di trasformazione urbana per un certo tempo.

Tutto ciò regge fin tanto che sommovimenti profondi non concorrano a formulare orientamenti culturali in grado di soppiantare quelli precedenti, per produrre altri programmi di governo urbano, caratterizzati in primo luogo "da una stabilità culturale di medio/lungo periodo”.

7. Il gruppo torinese di lavoro dell’”Unione Culturale Franco Antonicelli” [11] ha individuato proprio in Corso Marche uno dei temi prioritari per cercare di apportare un contributo critico al dibattito in corso sul futuro di Torino, a partire dalla constatazione che la grande trasformazione urbana ed architettonica di Torino sullo sfondo della crisi della città-fabbrica è stata impostata principalmente sulla valorizzazione delle rendite urbane, con “aree industriali trasformate in quartieri privi di qualità”.

Il disvelamento dei reali caratteri dell’operazione “Corso Marche” consiste, da parte dell’urbanistica dialogante, in:

a) rivelare il reale impatto di questo progetto sul territorio, anche con riferimento al tema delle infrastrutture di trasporto; si tratta della proposta di Cagnardi del cosiddetto “ wafer”: al livello suolo un corso automobilistico con striminzite aiuole rettilinee con alberi ed arbusti, più sotto il tracciato autostradale nord/sud quale corda sottesa alla tangenziale di Torino, più sotto ancora, a 20 metri sotto terra, l’alta velocità ferroviaria;

b) denunciarne il pervicace ruolo centripeto su Torino Centro a dispetto dei proclami metropolitani

c) esplicitare la sua continuità con il programma urbanistico (meglio sarebbe dire “edilizio”) del PRG degli anni ’90: il PRG delle cosiddette “Spine”.

8. Radicioni e Lucco, nel ricostruire la genesi di Corso Marche nato quale asse di riequilibrio dell’area metropolitana torinese incardinato entro il sistema del “ grande verde” da nord a sud (Parco della Mandria e Venaria Reale, Parco Agrario Rivoli/Rivalta, Parco del Gerbido di Grugliasco, Parco e Reggia di Stupinigi) e da est ad ovest (Parco della Collina e del Po e Parchi della Dora e del Sangone), disvelandone, poi, come detto, il ruolo – assegnatogli dal progetto Cagnardi – di luogo dell’appropriazione delle valorizzazioni pubbliche, tuttavia, non si sottraggono al tentativo (titanico) di produrre anche un’ipotesi diversa e di sottoporla a soggetti culturali, associazioni e politici.

Tartaglia, dal suo punto di osservazione, rivela la “illogicità” alla base delle previsioni infrastrutturali (si parla, oggi, di una ferrovia ad Alta Capacità a 80 metri sottoterra: cioè un’infrastruttura che non sarà mai realizzata, ma che servirà, proprio perché irrealizzabile, a “velocizzare” la fattibilità dell’autostrada sotto il viale “edilizio” di Corso Marche) insieme con il perenne carattere “gigantesco” e “fuori scala” delle opere pubbliche ad esse connesse.

Questa attività improba di disvelamento va nella direzione di costruire un pensiero divergente, per il perseguimento di un nuovo equilibrio culturale stabile, generatore di una nuova stagione urbanistica ed amministrativa.

9. In questa direzione, per Torino, non si è ancora compiuta la sfida che, nel 1991, nel pieno dipanarsi del dibattito culturale e politico sul nuovo PRG, allora in corso di approvazione, ed affidato allo studio Gregotti/Cagnardi, il sociologo Arnaldo Bagnasco lanciava agli architetti ed urbanisti della città [12].

Bagnasco, parafrasando una delle più interessanti “ Lezioni Americane” di Italo Calvino [13], aveva individuato che per andare oltre la città dell’industria – in crisi – gli architetti e gli urbanisti, innanzitutto, avrebbero dovuto provvedere, mettendo in tensione le ragioni di Mercurio (la città delle relazioni e della conoscenza) e quelle di Vulcano (la città della laboriosa produzione), a creare le condizioni per “fare crescere una cultura dell’interazione e della comunicazione in una nuova città industriale“.

Il futuro prefigurato da Cagnardi per la città, nel caso specifico ed ancora una volta per Torino (per la verità non solo sua è tale visione a suo dire “rivoluzionaria”), viceversa, è costituito esclusivamente da spazi da riempire, da intasare con sistematica pervicacia.

Un futuro che si nutre del mito della crescita inarrestabile, in cui ogni progetto è “ fuori scala” ai limiti dell’incommensurabile: sottratto, cioè, al controllo democratico della quantità ed affidato all’alea della “scommessa” e dell’azzardo, i cui immensi, incommensurabili appunto, costi sono sostenuti sulle spalle inconsapevoli dei posteri.

[1] Lo studio di Cagnardi, effettuato per conto della Provincia di Torino, è stato pubblicato in estratto in Monografia de “Il Giornale dell’Architettura n. 72, Aprile 2009”.

[2] Oreste Pivetta “Gli immobiliaristi di rito ambrosiano” L’Unità 28/10/2007 pag. 16

[3] Emanuela Minucci “Milano studi il modello Torino” LA STAMPA 6/4/2007 Cronaca di Torino pag. 61

[4] l’asse autostradale/ferroviario/viabilistico nord/sud del Corso Marche, cioè, e le aree a cavallo dello stesso

[5] Urbanista torinese. E’ stato, tra l’altro, Assessore all’Urbanistica del Comune di Torino dal 1975 al 1985.

[6] Architetto ed Urbanista del Collettivo di Architettura di Torino

[7] Docente presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino. Fisico ed Ingegnere, Tecnico dei Comuni della Val Susa dell’Osservatorio TAV dal quale si è dimesso di recente.

[8] Assessorato all’Urbanistica della Città di Torino “Indirizzi di politica urbanistica” Giugno 2008 pag. 13

[9] La Repubblica del 23/3/2010 vedere in “Piemonte Economia” l’articolo di Pier Paolo Luciano “La Torino che cambia volto in mostra al Mipim

[10] P. Lucco Borlera e R. Radicioni “Torino Invisibile” Alinea Editore, 2009

[11] Il gruppo di lavoro che ha preparato il ciclo di 4 incontri “Città, Territorio e Cittadini” ha visto la presenza di urbanisti, docenti del Politecnico di Torino, ricercatori dell’IRES Piemonte, sociologi, politologi, rappresentanti di Associazioni Ambientaliste, con il coordinamento di Manfredo Montagnana, matematico, Presidente dell’Unione Culturale.

[12] Arnaldo Bagnasco “Serendipity a Torino” in “Architettura e Urbanistica a Torino 1945/1990” a cura di Luigi MAZZA e Carlo OLMO, U. Allemandi, Torino, 1991

[13] Si tratta di “Rapidità”. In questa “lezione” Calvino individua in Vulcano la divinità del lavoro che, al chiuso del suo antro forgia utensili ed armi, ed in Mercurio la divinità della comunicazione, in perenne movimento tra gli dei e gli uomini.

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