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Paolo Grassi
Il patrimonio culturale del IX Municipio di Roma
10 Febbraio 2010
Cultura e azione sul territorio: un mix molto promettente, che ha già dato e darà ancora. Scritto per eddyburg

Non so se possa essere considerato un evento il fatto che, senza batter di grancassa da parte dei media, centinaia di persone si siano messe in fila sotto la pioggia per partecipare alla presentazione di un libro. È comunque accaduto il 5 febbraio scorso davanti ad un liceo della capitale, l’Augusto, nella cui palestra, stipata fino all’inverosimile e incapace di accogliere tutti, è stato presentato “Il patrimonio culturale del IX Municipio di Roma”, Palombi Editori, a cura del Comitato per il Parco della Caffarella e dell’Associazione Humus-onlus: quasi settecento copie andate a ruba.

Per la verità non si è trattato di una semplice presentazione, quanto di un momento di riaffermazione di identità per tanti cittadini rispetto ad un territorio che nel corso degli anni hanno potuto sempre meglio conoscere, criticare, difendere nei suoi valori principali, grazie soprattutto all’opera di uno dei comitati romani più radicati, longevi e battaglieri, nato per tutelare ed aprire alla popolazione una delle porzioni più prestigiose del Parco dell’Appia Antica, in una visione che si è sempre più allargata a tutti gli altri beni presenti nel municipio.

È stato perciò anche il momento esemplare di una risposta positiva alla domanda che fa da titolo a quell’altro recente libro dell’urbanista Edoardo Salzano Ma dove vivi? La città raccontata in cui si fa appello “all’intelligenza e al sentimento” perché i cittadini riconoscano nella città la casa della società, ne comprendano la natura, gli elementi e le ragioni di crisi, “gli strumenti disponibili per concorrere a trasformarla” e possano partecipare insieme alla sua migliore costruzione.

Intelligenza e sentimento non mancano nel libro, ma è in particolare il secondo che ha attraversato tutto il corso dell’iniziativa: sentimento di appartenenza al luogo, di affezione ai suoi valori, di volontà di comunicare, di sincera commozione nel rievocare la figura di cittadino esemplare di Mario Leigheb, a cui il libro stesso è dedicato e che è prematuramente scomparso dopo più di vent’anni di prezioso, generoso ed altruistico impegno.

Il libro, dotato di più di duecento illustrazioni, è diviso in tre parti: la storia antica, lo sviluppo urbanistico dal 1870 ai nostri giorni, le vicende della Caffarella inquadrate in quelle più generali del Parco dell’Appia Antica.

Un’efficace sintesi della prima parte viene offerta dall’introduzione che ad essa ha tenuto a fare l’archeologo Lorenzo Quilici: «Il lavoro giunge a conclusione dopo anni di esperienze dirette sul campo, perseguite con tenacia e passione tra i quartieri fortemente abitati o tra gli spazi agricoli ancora incredibilmente aperti per colli e per valli. L'opera intende, con pieno senso civico, trasmettere tale esperienza agli altri e unisce al pregio dell'esposizione una facile lettura. Tra squarci storici che trapassano l'età antica per giungere al medioevo e all'età moderna, ecco le Mura Aureliane con le porte Appia, Latina, Metronia, Asinaria; ecco le strade, l'Appia e la Latina soprattutto, coi loro lastricati, i sepolcri e i mausolei, coi sarcofagi e i riti funebri; i santuari, le ville, le fontane, le cisterne; alberghi e stazioni di posta, terme, catacombe. Ed ecco ancora, tra i patrizi e i plebei rievocati tra quelle rovine, che si frammezzano i martiri cristiani con le catacombe e i barbari al Campo dell'Arco di Travertino; si presentano nella suggestione della memoria nobili e contadini di altre epoche, ecclesiastici e baroni tra torri e casali medievali e rinascimentali; mentre il paesaggio si anima sulla via Tuscolana e a Porta Furba, lungo l'Acquedotto Felice, sulle marrane e tra i mulini dell'Acqua Mariana e di Tor Fiscale, della valle della Caffarella soprattutto, sulle vigne e sui canneti dei Cessati Spinti. E su tutti aleggiano eroi e divinità antiche, personaggi storici e leggendari di ogni epoca: Almone, Marte, Cibele, il dio Redicolo, Protesilao e Laodamia, S. Stefano e l'Arcangelo Michele; Appio Claudio, Marcio Re, Agrippa, l'imperatore Claudio, Erode Attico, i Calpurni, i Pancrazi e i Valeri, Demetriade e S. Stefano, il barbaro Vitige; e tanti papi: Callisto II, Gregorio XIII, Sisto V, Urbano VIII, Clemente XII, Pio IX. Ma dominano soprattutto, questi racconti di paesaggi e di ambienti storici, i grandi acquedotti romani: l'Anio Vetus e l'Anio Novus, la Tepula e la Giulia, l'Antoniniano, le arcate stupefacenti, tronche e drammatiche, altissime, dell'acquedotto Marcio e della Claudia».

Quanto alla seconda parte del libro, pur riferita ad una porzione molto limitata del territorio romano, solo 8 kmq e 127.000 abitanti, essa costituisce tuttavia una rappresentazione esemplare delle più generali vicende urbanistiche capitoline e dei processi sociali e politici che le hanno accompagnate. A leggerla bene si impara come si presentasse la campagna romana al di là delle Mura Aureliane subito dopo la breccia di Porta Pia, compresi i legami con la città, la festa tradizionale di San Giovanni, le prime incontrollate espansioni “fuori porta”, i primi impianti produttivi privati o dei servizi pubblici, quelli nel 1905 della Cines, la casa cinematografica che ha prodotto un gran pezzo della cinematografia italiana e ha poi generato Cinecittà, e così via.

Una vera e propria scoperta per tanti lettori, giovani e meno giovani, può essere poi quella di ritrovare le radici popolari e produttive dei quartieri Appio Latino e Tuscolano. È forse abbastanza facile, infatti, riconoscere ancora oggi in Testaccio il quartiere operaio della capitale, non solo per i molti libri che lo sottolineano e ripetono, ma anche per l’imponente emergenza del gazometro ed per altre strutture che stanno ancora lì a dimostrarlo, invece solo ormai con un testo come il presente, ricco di puntali documentazioni e descrizioni, si può risalire a quelle radici e constatare che almeno dall’inizio del Novecento e fino alla seconda guerra mondiale l’Appio-Tuscolano ha rappresentato una delle zone industriali più importanti di Roma.

Analogamente sono documentati col giusto rilievo i principali fenomeni che hanno investito lo sviluppo e la vita del territorio del IX Municipio, inquadrati sempre nelle grandi linee dello sviluppo e dei problemi della città: dall’immigrazione al dramma della malaria, dall’abusivismo all’espansione più o meno controllata, dal ruolo al “non ruolo” dei piani regolatori, dalle varianti urbanistiche ai piani esecutivi, dalla strutturazione dei servizi ai problemi della mobilità, ecc. il tutto attraverso un percorso che mostra anche quanto man mano viene trasformato o cancellato, come ad esempio nelle pagine sulla demolizione dei vecchi villini o sulla morte delle antiche osterie. Ma soprattutto si può vedere in essa come sia stata concepita la pianificazione territoriale nella capitale d’Italia (e diremmo nel resto del Paese) dove certo i suggerimenti che potevano provenire dalla scienza urbanistica e dai migliori modelli europei ed internazionali sono stati ignorati o hanno dovuto trovare un terreno sempre molto ostile. La ragione la si ritrova, espressa con nettezza, nel seguente passo del libro: «In sostanza, saranno i piani regolatori a dover correre dietro alla speculazione edilizia e non quest’ultima a dover rispettare i primi. Questa tendenza determinerà, d’ora in poi, a Roma, il primato del disordine urbanistico in funzione della rendita fondiaria e della speculazione edilizia». Tale affermazione non è un postulato “ideologico”, da cui pure dover disgraziatamente partire guardando alle principali vicende urbanistiche italiane, perché è supportata con dovizia di esempi e dati dalla disanima di quanto i vari piani regolatori hanno comportato per il territorio in esame.

Il primo piano regolatore riguardante direttamente il territorio del IX Municipio è quello del 1909 voluto dal mazziniano Ernesto Nathan, divenuto sindaco nel 1907 con la sua la coalizione laico-popolare, una personalità energica e decisa, lontana dagli ambienti “palazzinari” dell’epoca, che per redigere il piano volle proprio un’altra personalità di rilievo, altrettanto lontana da quegli stessi ambienti, e ne incaricò il conte Edmondo Sanjust di Teulada, capo del Genio civile di Milano, raggiunto addirittura a Pietroburgo, perché, al di là della diversa collocazione di ceto sociale e politica, pretendeva un tecnico valido, ricco di esperienze europee, capace di dare ordine alla città, disegnare i nuovi quartieri e dirigerne lo sviluppo. Tutto ciò insieme alla grande esperienza delle aziende municipalizzate e all’acquisizione al pubblico demanio di vaste aree fabbricabili. Una vera politica progressista che lo portò a respingere garbatamente la proposta fattagli da Pierre de Coubertin in persona di tenere a Roma le Olimpiadi, rispondendo che aveva doveri più importanti da assolvere.

Ma, caduta nel 1913 la giunta Nathan, quel piano cominciò presto ad essere stravolto, pur se ha lasciato in eredità tracce significative e un grosso patrimonio di aree pubbliche. Un rimpianto è che non si sia realizzato il sistema complessivo di piazze stellari previste, che le strade siano state ristrette, che le fasce previste di villini siano state occupate da palazzine e intensivi e così via, densificando e speculando.

Il passaggio al piano “fascista” del 1931 determinò fenomeni ancor più invasivi e i successivi piani particolareggiati operarono per fare di peggio, tra cui la previsione di un grande asse stradale che avrebbe tagliato il Parco dell’Appia Antica, lasciato poi in eredità al successivo piano regolatore adottato nel 1962 che, proprio sulla Caffarella, aggiunse sciaguratamente una serie di lottizzazioni.

Per fortuna ci furono la nota rivolta degli ambienti culturali, la drammatica lettera di protesta di numerosi intellettuali (primo firmatario Corrado Alvaro, ultimo Umberto Zanotti Bianco), l’azione di Italia Nostra, i martellanti articoli di Antonio Cederna e, finalmente, nel 1965, il vincolo complessivo sui 2517 ettari del parco, posto meritoriamente dal ministro Giacomo Mancini con il definitivo decreto d’approvazione di quel piano regolatore. Un traguardo fondamentale, anche se le battaglie per la tutela del parco non sono mai terminate e se quelle incessanti condotte dal comitato della Caffarella sono le uniche di carattere popolare capaci di aver ottenuto una prima concreta realizzazione del parco stesso.

La terza ed ultima parte del libro è dedicata specificamente alle vicende della Caffarella aggiornate al 2009 con l’ultimo tentativo, un complesso sportivo con annesso campo di calcio, che avrebbe snaturato l’ambiente non ricorrendo alla tragedia dell’abusivismo, ma cercando una sorta di “legittimità” nelle pieghe e nelle deroghe della legislazione corrente con l’appoggio dei partiti di governo e d’opposizione. Questa parte è anche la più concisa in quanto il Comitato ha già prodotto nel merito un enorme materiale, sia attraverso l’attuale e l’originario sito web, sia attraverso cinque precedenti pubblicazioni.

In conclusione si può sicuramente affermare che con questo libro, che già ha ricevuto un grande successo, tutti i volontari che hanno contribuito a redigerlo e che continuano sistematicamente a realizzare le più varie iniziative culturali sul patrimonio culturale del IX Municipio romano, hanno sicuramente colto l’obiettivo concreto ed utile di rafforzare conoscenza, coscienza e identità nei cittadini, tutto ciò quindi che, pur col piccolo peso specifico relativo al suo ambito di competenza, può sicuramente dare un efficace contributo alla battaglia per migliorare il proprio territorio, la propria città, il proprio Paese.

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