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Ida Dominijanni
Il paradosso della tolleranza
17 Ottobre 2006
Scritti su cui riflettere
Cause giuste e strumenti inadatti, a proposito di veli, genocidio degli armeni e altro. Da il manifesto del 17 ottobre 2006

Il paradosso della tolleranza torna in campo ormai ogni settimana nell'Europa alle prese con l'incontro-scontro con altre culture, altre religioni e altre storie. Ne avevo parlato la settimana scorsa, a proposito dei propositi di impedire o limitare l'uso del burka e del velo in Olanda e in Gran Bretagna, nonché a proposito del caso Redeker in Francia. Nei giorni successivi la questione è di nuovo esplosa, ancora in territorio francese e ancora con effetti e risonanze europee, a proposito della legge che punisce il negazionismo sul genocidio degli Armeni. La legge, com'è noto (ne hanno già scritto, sul manifesto, Annamaria Merlo, Astrit Dakli e Carla Casalini) , è stata approvata in prima lettura dal parlamento francese, ma difficilmente riuscirà a passare la seconda lettura entro la fine della legislatura e per fortuna, non sembrandoci buona prassi, né in questo né in altri casi, quella di affidare a una legge penale la sanzione di un problema storiografico, culturale e politico: è una di quelle circostanze in cui la sacrosanta giustezza di un contenuto - combattere il negazionismo - rischia di essere del tutto inficiato dallo strumento a cui ci si affida. Come hanno sostenuto i tre intellettuali turchi e armeni autori di un appello contro la legge francese - e tutti e tre accusati e condannati in patria per avere scritto del genocidio armeno - una legge del genere sarebbe opposta negli intenti, ma identica nella forma alla legislazione turca che inibisce la libertà d'espressione. Può la Francia - e può l'Europa - impugnare la libertà d'espressione quando si tratta di difendere il professor Redeker, autore di un attacco frontale all'islam, dalle minacce di morte fondamentaliste, e dimenticarsene quando pretende di punire per legge il suo pessimo esercizio negazionista sul genocidio armeno?

Ralf Dahrendorf, su la Repubblica di ieri, aggiunge al dilemma un elemento importante. La cultura europea, scrive, è quella che ha progressivamente - e positivamente - fatto cadere tutti i tabu, soprattutto dagli anni 60 in poi e soprattutto nel campo del pensiero e dell'espressione artistica. Come difendere questa conquista dell'illuminismo europeo, nel momento in cui entriamo in contatto ravvicinato con comunità che viceversa ricorrono anche a metodi violenti pur di salvaguardare i loro tabu? Il paradosso della tolleranza interviene in questo punto: se da un lato essa ci imporrebbe di tollerare gli «altri» da noi, dall'altro lato tollerarli significherebbe in questi casi rinunciare alle nostre libertà. In altri - e classici - termini: è possibile tollerare l'intolleranza?

Dei due corni del dilemma, Dahrendorf sceglie il secondo, con una condizione che lo distingue però dall'arroccamento aggressivo dei «fondamentalisti» occidentali dello scontro di civiltà: le libertà illuministe vanno difese come valori non negoziabili, ma in tutti i casi in cui il dilemma si pone è d'obbligo aprire la sfera pubblica al dibattito, non necessariamente conciante ma se necessario anche aspro, con gli «altri». Slavoj Zizek, che al paradosso della tolleranza si è più volte dedicato, risponderebbe invece con qualche ragione che è falso il punto di partenza, perché in Occidente la tolleranza funziona solo quando c'è da tollerare il simile, ma cade non appena il contatto con l'altro diventa un urto.

La questione dei tabu però complica e arricchisce il tema. Siamo sicuri infatti di poter applicare alla caduta dei tabu lo schema lineare e progressivo che Dahrendorf assume? Davvero la convivenza umana può fare a meno di qualsivoglia tabu? La questione della Shoah, ad esempio, per l'Europa è un tabu di quelli non arcaici e primitivi, bensì positivamente costruiti in seguito ad accadimenti e responsabilità storiche precise: è dal «mai più» sullo sterminio che simbolicamente prende avvio la costruzione europea, nonché molto costituzionalismo europeo. Non sempre dunque i tabu si tratta di abbatterli; qualche volta - ed è il caso del genocidio armeno - si tratterebbe semmai di allargarli. Ma prendendosi la briga di un confronto e di un conflitto culturale e politico, invece di prendere la scorciatoia di una legge.

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