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Vittorio Emiliani
Il paesaggio non è del Comune
23 Ottobre 2006
Toscana
Che succede in una Repubblica spezzata in 8mila comuni? Monticchiello docet. Un intervento del presidente del Comitato per la bellezza

La lottizzazione, oggettivamente orrenda, di Monticchiello di Pienza ha avuto il merito di sollevare alcune questioni sin qui note a pochi:

a) il caso non è affatto isolato, neppure in Toscana, un tempo Felix, ma ve n'è una costellazione di brutture che sono soprattutto case di vacanze temporanee. Per paradosso, l'edilizia che servirebbe, economica e popolare, è ridotta in Italia al 4 per cento contro il 25 delle medie europee, così gli immigrati e i nuovi poveri finiscono in bocca alla speculazione più nera, con tutto quel che segue;

b) l'articolo 9 della Costituzione ("la Repubblica tutela il paesaggio della Nazione") è stato ripetutamente sforacchiato, in Toscana e in tutta Italia. Soprattutto con leggi regionali si è elevato il Comune a rappresentare tutta la Repubblica nel ruolo di tutore di se stesso e del suo territorio;

c) ciò ha sviluppato negli amministratori e, in parte, negli abitanti un'idea radicalmente sbagliata: pensano cioè che quel territorio e quel paesaggio - anche se patrimonio mondiale Unesco - sia "il loro" e non dell'umanità, quella vivente e quella a venire, e che quindi ci possano fare quello che vogliono ;

d) le Soprintendenze, anche perchè indebolite nei mezzi, sono state spesso molto accomodanti, soprattutto dopo che il Codice Urbani per i Beni culturali ne ha, in modo disastroso, ridotte le funzioni e il potere di veto, di bocciatura.

In conclusione, non abbiamo più "la Repubblica" intera a presidiare e a tutelare il paesaggio della Nazione tutta, cioè lo Stato assieme a Regioni, Province e Comuni (come vollero i costituenti, secondo un ordine del giorno di Emilio Lussu). Abbiamo il solo Comune, controllore di se stesso, con un potere decisamente indebolito dell'organismo tecnico-scientifico delle Soprintendenze. Profondamente sbagliato. A dire il vero, il ministro Buttiglione ha in parte corretto il codice del suo predecessore Urbani, restituendo poteri agli organi ministeriali, ma le Regioni insistono nel tenersi, di fatto, fuori e nel sub-delegare i Comuni con discorsi di una demagogia populistica davvero disarmanti. Se l'Italia è sempre più devastata dal cemento, legale e abusivo, la colpa è di tutti, ma principalmente degli enti più decentrati, più vicini ai problemi del territorio, anche più facili ad essere ricattati dai poteri forti locali, cioè dei Comuni. Da soli non ce la faranno mai a contrastare il fenomeno, oggi di nuovo dirompente, di una edilizia quasi tutta di seconde e terze case nelle zone turistiche più appetite. Ho notizie disperanti dalla Romagna collinare e dai Colli Euganei. Capalbio è sotto gli occhi di tutti, un disastro urbanistico, e ci sono voci inquietanti sulla stessa zona a mare un tempo intangibile. Comincia a mancare seriamente l'acqua.

I Comuni, anzi - l'ha detto, mi pare, lo stesso presidente Martini - da questa "febbre" edilizia incassano delle belle cifre che in tempi di stretta finanziaria fanno comodo. Hanno dunque un interesse oggettivo a largheggiare in concessioni e a chiudere gli occhi. Senza capire che, in un futuro ormai prossimo, avranno consumato la "materia prima" di un turismo che frequenta quei luoghi finché son belli e li diserta appena diventano brutti. La grande agenzia Future Brand ci assegna ancora il primo posto nel mondo per arte e storia, siamo scesi però al decimo per la natura e precipitati oltre il quindicesimo per le spiagge. Andiamo avanti così e il suicidio, anche economico, sarà garantito.

Abbiamo dunque, contemporaneamente, uno dei patrimonii abitativi più giganteschi (oltre 120 milioni di vani, esclusi i milioni di vani abusivi), abbiamo uno dei più alti impieghi di cemento per abitante d'Europa, abbiamo il più elevato consumo di suolo libero (da 100 a 200mila ettari l'anno asfaltati e cementificati), abbiamo la più bassa percentuale di edilizia economica e popolare. Ma le Regioni, anche di sinistra, stanno proseguendo in una polemica contro i vincoli di piano, contro l'azione delle Soprintendenze che è stato un cavallo di battaglia del governo Berlusconi e dei vari cultori della non-pianificazione modello Milano. L'assessore toscano Riccardo Conti mi ha risposto sull'Unità con due colonne di testo che era tutta una sinfonia partecipativa. Seguo l'urbanistica dai primi anni '60. Ricordo il piano di Urbino, frutto di una partecipazione attiva e fiduciosa. Un bel piano firmato da Giancarlo De Carlo. Che però, una volta approvato, è servito allo Stato per restaurare mirabilmente la città storica e al Comune per autorizzare con varianti varie una nuova città brutta e confusa, inguardabile e qualche volta invivibile. Come sono in molti casi le nostre città, ahinoi, fuori dalle mura. Una maledizione. Perché siamo tanto ciechi e cialtroni rispetto ai nostri antenati?

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