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Marina Forti
Il nostro comune futuro urbano
18 Maggio 2008
Capitalismo oggi
Rapporto 2007 del Worldwatch Institute: urbanizzazione della popolazione mondiale e parallelo aumento della povertà. Il manifesto, 12 gennaio 2007 (f.b.)

Un giorno imprecisato dell'anno prossimo, la popolazione urbana avrà superato per numero quella che vive in aree rurali. Saremo (noi abitanti umani di questo pianeta) più cittadini che campagnoli, e questo dovrebbe spingere a «riconsiderare le priorità globali dello sviluppo», sostiene il WorldWatch Institute di Washington, l'istituto di analisi ambientale che pubblica un rapporto annuale sullo stato del pianeta in cui guarda alle grandi questioni ambientali insieme alle trasformazioni delle società umane, perché le due cose non sono separabili.

Il rapporto State of the World 2007, diffuso ieri, ha dunque come sottotitolo Our Urban Future, «Il nostro futuro urbano». Fa notare che le città coprono appena lo 0,4% della superfice della Terra, ma consumano risorse in modo sproporzionato e generano la gran parte delle emissioni di anidride carbonica (gas «di serra»): «le città sono chiave nell'affrontare la crisi del clima», fa notare il WorldWatch.

La crescita urbana non è una novità, ma le cifre fanno sempre impressione: nell'ultima metà secolo la popolazione urbana è cresciuta di quasi quattro volte, da 732 milioni nel 1950 a oltre 3,2 miliardi nel 2006. Oggi l'Africa ha 350 milioni di abitanti urbani, più di Canada e Stati uniti insieme. Entro il 2030 l'Asia e l'Africa, secondo le previsioni più accreditate, raddoppieranno ancora la loro popolazione urbana fino a 3,4 miliardi. Si calcola che circa 60 milioni di persone (poco più dell'intera popolazione italiana) si aggiungano ogni anno agli abitanti delle città mondiali. E gran parte di queste persone vanno nelle zone urbane più povere di paesi in via di sviluppo.

Il punto, secondo il WorldWatch, è proprio questo: aumento della popolazione urbana significa aumento della povertà urbana. Le città crescono soprattutto per l'arrivo di persone espulse dalle campagne per vari motivi (in cui il rapporto non entra: ambientali, economici, sociali) riassumibili nella fuga dalla povertà e la ricerca di lavoro e opportunità; vanno a ingrossare le zone più povere delle città, dove mancano o sono insufficenti i servizi essenziali come acqua potabile e fognature (e luce, e poi istruzione, assistenza sanitaria...). Per questo il rapporto fa notare che «l'urbanizzazione caotica e non pianificata ha un bilancio pesantissimo sulla salute umana e sulla qualità dell'ambiente, e contribuisce all'instabilità sociale, ecologica ed economica in molti paesi». Dei 3 miliardi di abitanti delle città, circa un miliardo vive in slum, definiti come zone dove gli abitanti non hanno garanzia di beni di prima necessità come acqua potabile, servizi igienici (cessi), alloggi stabili.

Così si stima che circa 1,6 milioni di abitanti urbani ogni anno muoiano a causa della mancanza di acqua pulita e servizi igienici - circa un milione sono neonati e bambini. Ecco la prima priorità da riconsiderare, commentava ieri Molly O'Meara Sheehan, che dirige il progetto dello State of the World: «I decisori politici devono affrontare la 'urbanizzazione della povertà' aumentando gli investimenti in istruzione, assistenza sanitaria e infrastrutture».

Il rapporto considera vari aspetti della vita urbana, dal cibo (che in città costa fino a un terzo in più che nelle aree rurali), all'energia e i trasporti urbani: le automobili usano il doppio dell'energia usata dagli autobus, 3,7 volte più delle ferrovie leggere o tram, 6,6 volte più dei treni elettrici - e sono la maggiore fonte di inquinamento urbano. Ma il WorldWatch Institute non si limita descrivere. Analizza alcune delle grandi aree urbane del pianeta anche per cercare se e come enti locali e gruppi di cittadini possono rendere più sostenibile la vita comune. E trova casi assai interessanti, nel sud in via di sviluppo o nel nord industrializzato.

Parla di «agricoltura urbana», fenomeno tutt'altro che marginale: almeno 800 milioni di persone in tutto il mondo ne sono coinvolte. O di tentativi di riscatto degli slum: un esempio è Orangi, enorme slum di Karachi, Pakistan, dove un Progetto Pilota («curato» dagli esperti in Sviluppo umano da oltre una ventina d'anni) ha permesso di collegare centinaia di migliaia di case in agglomerati informali a un buon sistema di fognature: gli abitanti si fanno carico della manutenzione, e così riescono a tagliare i costi a un quinto di ciò che dovrebbero pagare l'equivalente servizio municipale. Casi «pilota», beninteso, ma abbastanza ragionevoli da indicare alternative possibili.

Nota: su Mall disponbile anche la traduzione della prefazione al Rapporto dell'ex sindaco di Curitiba Jaime Lerner (f.b.)

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