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Fabrizio Bottini
Il Nostro Agente Flint contro la SPRAWL Inc.
5 Agosto 2006
Recensioni e segnalazioni
Come divulgare seriamente un tema difficile. Recensione a: Anthony Flint, This Land - The Battle over Sprawl and the Future of America, JohnsHopkinsUniversity Press, Baltimora 2006.

Chissà se in natura esistono ancora, gli insegnanti che scrivevano rossoblù a margine dei temi in classe: “ CORRETTO, MA GIORNALISTICO”. La cosa significava di solito una valutazione inferiore, per aver involontariamente trasgredito alla regola non scritta che vuole (voleva?) lasciar fuori alcune forme espositive dalla dissertazione. Eppure, come l’esperienza insegna, quell’aggettivo “giornalistico” non ha necessariamente in sé connotati positivi o negativi, salvo rinviare a un metodo di lavoro certo diverso da quello di uno scrittore di temi in classe, di un accademico, di un militante delle cause proprie o altrui.

E certamente giornalistici sono l’approccio, l’impianto narrativo, l’organizzazione tematica e dei riferimenti, in questo nuovissimo e ricco This Land, dell’ex giornalista Boston Globe Anthony Flint, ora passato a un impegno a tempo pieno nel campo del planning col Lincoln Institute for Land Policy.

Il tema del libro è quello, ormai classico, della battaglia contro lo sprawl. Ma nei primi paragrafi un lettore un po’ informato potrebbe cadere in equivoco. Si parla infatti, subito, dei villaggi new urbanism, della forte personalità e impegno personale di Andrés Duany, e spuntano da tutte le parti (anche se ricomposti con eleganza nell’esposizione) gli stilemi da pieghevole pubblicitario ben noti del senso comunitario della cittadina tradizionale, dell’identità spaziale perduta fra le distese di case unifamiliari su grandi lotti, di come la casalinga curiosa Jane Jacobs avesse previsto tutto quanto - anche senza parlarne – mezzo secolo fa … Insomma, si avrebbe l’impressione di stare nel bel mezzo delle messe cantate, e sostanzialmente campate per aria, che qualche mese fa Robert Bruegmann ha appunto descritto e stroncato come tali, nel suo accattivante (anche se in malafede) Sprawl: a Compact History.

Ma sbaglierebbe di grosso, il lettore non neofita, a scoraggiarsi per questo piccolo assaggio di sapori troppo noti. Certo, dopo aver scritto nell’introduzione che chi combatte lo sprawl è un esercito di “ hippies con una laurea in architettura che tentano di cambiare un mondo che resiste ostinatamente”, delude un po’ vedere l’incarnazione dei figli dei fiori nell’ennesimo progettista rockstar ultramediatico che, pensoso, ci conduce nell’ennesimo viaggio virtuale fra uno spunto di vita quotidiana e la sua cosmologia urbanistica. C’è però una precisa strategia, nel percorso scelto da Flint, che va ben oltre le ricette – del resto tutte interne all’attività professionale – degli esegeti del villaggio tradizionale: è la volontà di attraversare in modo sistematico tutti i soggetti e i punti di vista interessati, a mostrare che in fondo non esistono veri e propri “schieramenti”.

Esistono però punti di vista molto divergenti, e non si tratta di divergenze accademiche, ma di solidi scontri – spesso in ottima fede – fra legittimi interessi, che tutti toccano temi importanti: libertà, innovazione, eguaglianza, salute e benessere. Non è un caso se nella brevissima (giornalistica?) rassegna storica sulla nascita del suburbio moderno si intrecciano da subito universi paralleli e apparentemente non comunicanti. La pubblicistica corrente ci ha abituato a ben altro. Ad esempio Dolores Hayden ci impiega alcune centinaia di pagine del suo Building Suburbia, a ricostruire i sentieri che conducono dall’arte dei giardini di Andrew Jackson Downing nella verde valle dell’Hudson, alle casette Cape Cod per soli bianchi di Levittown, poco a est della foce del fiume. Lo stesso Robert Bruegmann, spinge la sua faziosa storia “compatta” dello sprawl fino alle colline laziali di duemila e passa anni fa, coi senatori della Repubblica Romana impegnati in un improbabile pendolarismo in biga verso il marmoreo ufficio in centro.

Flint giornalisticamente fa molto più con molto meno: in una decina di righe accosta fisicamente, senza particolari soluzioni di continuità, fra gli altri i signori Ebenezer Howard e Henry Ford. Tutto qui. Il lettore, adesso, un saltino sulla sedia dovrebbe farlo. Perché non è l’arguto, accademico accostamento di diavolo e acquasanta, a partire dal quale poi l’autore occuperà il resto del libro a districare la matassa. Ad esempio, la citazione “ La città moderna è l’immagine più artificiale e orribile che offra questo pianeta” potrebbe appartenere a entrambi, e sicuramente si colloca nel bel mezzo dell’alba del Novecento, fra i primi modelli d’auto di massa lungo le parkways di Chicago o New York, e gli intellettuali un pochino stravaganti che iniziano a migrare, per il fine settimana o a tempo pieno, in quel nuovo villaggio di cottage a una cinquantina di chilometri da Londra: Letchworth, si chiama. Si aggiunga che l’unica forma di governo tollerata dal capitalismo è il proprio, di governo, e allo sprawl ci siamo già arrivati: senza bisogno di scomodare complotti demoplutocratici ai danni dell’onesto cittadino, o le trame del comunismo in uno dei suoi più riusciti travestimenti, per dissuadere il capofamiglia dall’allevare il frutto dei lombi nell’ambiente democraticamente scelto. Ovvero, la fatale villetta individualista, identica a quella dell’individualista lì di fianco, con la superstrada, il centro commerciale, le falciatrici al sabato e gli ingorghi del lunedì.

Insomma, Anthony Flint dipana i suoi percorsi fra idee e protagonisti dello sprawl e della città, a partire da un assunto: stiamo sulla medesima barca, anche ideologica. Assunto discutibile, ma abbondantemente e chiaramente discusso. Con la tecnica corretta ma giornalistica dell’attingere al variegato materiale dei periodici non specializzati, degli articoli propri e altrui che parlano di persone fisiche, opinioni costruite sull’esperienza quotidiana, e sempre solo in seconda battuta di grandi categorie dello spirito.

Solo così, si riesce a comprendere quello che, a mio parere, rappresenta il punto chiave per capire il senso del lavoro di Flint: il passaggio, abbastanza brusco e reiterato, fra i grandi movimenti progressisti e ambientalisti della smart growth, e gli altrettanto grandi movimenti di furibonda reazione, anche all’uso del termine smart growth (cancellato a metà campagna da Al Gore nel 2000, evaporato del tutto in quella di John Kerry). Perché, insinua Flint, c’è dell’ottimo anche nelle obiezioni più feroci e reazionarie, anche nel portare in radio una vecchietta semicieca a raccontare come i burocrati ambientalisti non le vogliano lasciar costruire la villetta da 50 mq. Il solo fatto che una cosa del genere accada, e che funzioni (la campagna è quella vinta, in Oregon, contro le leggi sulla pianificazione degli anni ’70), dimostra che c’era qualcosa di sbagliato anche nelle migliori intenzioni. Come, e si capisce ora, c’era un qualche fondo di “ hippie con una laurea in architettura” anche nascosto nelle pieghe dell’ego new urbanist di Andrés Duany.

Insomma le argomentazioni, per chi segue anche solo un pochino il dibattito sulle tematiche legate all’insediamento diffuso, sono quelle abituali. Da un lato il traffico, la segregazione funzionale, socioeconomica, etnica, l’omologazione dei comportamenti, la privatizzazione dello spazio pubblico. Dall’altro la liberta di scelta, di movimento, di “segnare il proprio territorio”. E proprio su questi aspetti da animale predatore, alcuni gustosissimi paragrafi nella parte finale del libro ci raccontano, addirittura, come lo sprawl si rivolga alla bestia che c’è in noi, come le visuali aperte a cui la casa unifamiliare in qualche modo sempre ammicca facciano scattare un senso di sicurezza ancestrale, che ci arriva dal DNA di australopitechi e dintorni, dallo scrutare dell’ominide sulla savana. Giornalistico, ma efficace.

Un’ultima lezione, sull’uso delle tecniche comunicative, Flint la dedica implicitamente a chi, occupandosi a vario titolo di territorio, considera le parole un inutile fardello, o al massimo uno strumento tecnico per riempire ponderosi rapporti di genitivi quadrupli o reiterate desinenze in “zione”.

L’aneddoto a cui ricorre suona più o meno così.

Il direttore di una importante agenzia di pianificazione regionale telefona a un giornalista. C’è un importante convegno, in cui verrà presentato un importantissimo rapporto strategico per lo sviluppo dell’area, ed è fondamentale una adeguata copertura mediatica dell’evento. Il laico consiglio del giornalista è: “Fai investire un barboncino fuori dal palazzo congressi, e fai in modo che sia un eroico urbanista a soccorrerlo. È il modo migliore di avere una copertura”.

Fuor di battuta, è vero che i temi della pianificazione territoriale sono piuttosto ostici, e che ridurli alla notizia di costume o al dato sensazionale non giova a molto. Ma in fondo, le trasformazioni anche di grande portata del nostro spazio si costruiscono per somma di piccoli eventi, piuttosto facili da descrivere e comunicare a chiunque. È vero, anche, che il messaggio subliminale che l’assenza dei grandi temi dalla stampa non specializzata comunica, è la normalità di ciò che non è affatto normale. Per cui prima leggiamo in un mese dieci articoli che raccontano ciascuno la cronaca dell’inaugurazione di un nuovo centro commerciale da 20.000 metri quadrati in provincia. Poi, l’allarme perché in un mese sono spuntati 200.000 metri quadrati di grande distribuzione! Questa, è mancanza di comunicazione: da un lato l’apparente tran-tran, la vita che continua, dall’altro l’ansiosa e cupa denuncia delle cassandre. L’oggetto è il medesimo, anche i fatti sono gli stessi, ma quanta diversità di probabili effetti informativi, e “formativi”!

L’unica, vera critica che mi viene in mente, dopo aver chiuso il bel libro di Flint, è che ancora una volta le Colonne d’Ercole culturali si attestano sui confini USA, salvo le brevissime e vaghe incursioni sui nomi di qualche pensatore internazionale. Ma non si può avere tutto dalla vita, e in fondo se vogliamo un libro leggibile, documentato, comprensibile a tutti, che tratti in modo approfondito il tema dello sprawl europeo, italiano, padano ecc., meglio rimboccarci le maniche e iniziare a farcelo da soli.

Nota: scarica file pDF di questa recensione (f.b.)

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