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Nicolai Ouroussoff
Il muro degli israeliani cresce, e le posizioni si radicalizzano su entrambi i lati
18 Agosto 2006
Megalopoli
Una visibilità amplificata del ruolo dell'urbanistica in scelte che vanno molto oltre l'organizzazione fisica dello spazio. The International Herald Tribune, 3 gennaio 2005 (f.b.)

Titolo originale: As Israeli barrier goes up, views harden on all sides – Traduzione di Fabrizio Bottini

GERUSALEMME – Appena a nord della città, si può salire su un promontorio che guarda su parte della scura barriera di cemento che serpeggia verso nord lungo la West Bank.

Per ora, si interrompe bruscamente in una nebulosa di polvere a un improvvisato posto di blocco a qualche centinaio di metri da qui. Ma al crepuscolo, il suo percorso futuro è segnato da una collana di luci. Seguendo le strade percorse dagli israeliani, le luci voltano verso est, a tracciare i contorni di spoglie colline prima di arrotolarsi strettamente attorno all’insediamento di Kochav Yaakov. Il territorio circostante, abitato da palestinesi, è avvolto dall’oscurità.

Per chi si era immaginato la nuova barriera di sicurezza di Israele come una semplice linea su una mappa, l’immagine è illuminante.

Per certi aspetti, la progettata barriera di 725 chilometri è un modello di pianificazione ridotto ai termini più primitivi: il desiderio di distinguere il bianco dal nero, noi da loro. Concepita nel 2002 per proteggere Israele dai terroristi, è stata presentata come strumento necessario di autotutela. È stata anche attaccata in quanto formula di ghettizzazione e simbolo di colonialismo.

Ma su un piano fondamentale, è anche un oggetto di architettura. E la sua costruzione ha generato un dibattito architettonico acceso come qualunque altro in ambito politico.

Questo dibattito ha posto gli strateghi, che considerano le teorie architettoniche di sinistra degli anni ’60 come idee per la guerriglia urbana contemporanea, contro gli architetti che vedono la barriera come una perversione di quelle idee, insieme alle visioni utopiche del Modernismo che credeva di risolvere i problemi della società attraverso il cemento, l’acciaio e il vetro. Non si sta svolgendo solo nelle sale dell’accademia, ma nei circoli militari di Israele e America. E presenta un’immagine del muro come sistema complesso di spazi interrelati – alcuni materiali, altri invisibili – che è lontano dalla nostra normale percezione di confine internazionale.

Al centro di questo dibattito sta Eyal Weizman, architetto israeliano e attivista, figura discussa in madrepatria dal 2002, quando ha pubblicato un rapporto per un’organizzazione locale sui diritti umani, che essenzialmente accusa gli architetti di Israele di collaborare alla colonizzazione della West Bank.

Costruire non è mai un gesto neutro, ovviamente, e Weizman, 35 anni, non distingue fra architettura e politica. Per decenni, sottolinea, gli architetti di Israele si sono guadagnati da vivere in gran parte progettando gli insediamenti nei territori occupati. Molti ritenevano che il proprio lavoro fosse quello di realizzare spazi più funzionali, umani, esteticamente piacevoli. Ma così facendo, sostiene Weizman, essi rendevano tollerabile l’intollerabile, stendendo su una politica oppressiva un sottile strato di buon gusto.

”Abbiamo mostrato come il crimine sta nel tracciare la linea – nello stesso disegno – e non solo nel principio della realizzazione di un insediamento” dice Weizman.

Questo punto di vista ha toccato un nervo scoperto fra gli architetti, ma il suo vero obiettivo è la barriera: specialmente gli enormi lastroni di cemento che serpeggiano attraverso i densi quartieri urbani.

Snodandosi lungo un percorso che la Corte Suprema di Israele ha ordinato di ridisegnare molte volte, il muro è solo un elemento di un sistema elaborato di controllo che comprende tecniche avanzate di sorveglianza, a terra e nell’aria.

Weizman, che ora lavora a Londra, definisce la barriera “troppo pazzesca per funzionare: alla fine, cadrà sotto il suo stesso peso”.

Fra le risposte più provocatorie all’analisi di Weizman c’è quella di Shimon Navez, brigadiere generale in pensione dell’esercito israeliano. Navez, che si esprime compiaciuto nel tipo di gergo che si sente negli studi di architettura, dirige lo Operational Theory Research Institute della difesa israeliana, che addestra gli ufficiali superiori in tattiche di guerra innovative.

”Stavamo cercando nuove forme di pensiero che fossero adatte alle strategie militari” dice. “Gli americani cercavano soluzioni tecnologiche; noi volevamo capire il problema in profondità. Ci ha colpito il fatto che l’architettura potesse essere una metafora molto utile”.

Navez ha poca fiducia nella barriera, che definisce “troppo semplicistica, troppo banale” per riuscire allo scopo. “È una tragica regressione in termini di strategia” osserva. “Discende da una necessità, ma nel lungo periodo creerà molti danni: molto antagonismo. È una enorme violazione di spazio che sarà difficile da rimuovere”.

Navez parla di spazi “striati” e “levigati”: di un mondo formato da pareti solide e di un altro più fluido virtualmente privo di barriere. Nella sua visione, la West Bank è un esempio di spazio levigato.

È segregata in zone chiaramente definite, alcune di esse controllate dai militari israeliani e altre in modo congiunto con l’Autorità palestinese. Sorveglianza aerea e satellitare sono diventate ubique.

E una impresa israeliana sta sviluppando uno strumento di rilevazione termica portatile che consentirà ai soldati di individuare figure umane attraverso il cemento.

Navez non dirige la politica militare israeliana. Ma le sue opinioni hanno esercitato una certa influenza su un piccolo gruppo di generali che lui chiama i suoi “discepoli”.

Si è anche incontrato con funzionari del Pentagono e di ricerca per l’esercito americano, gruppi come la Rand, per discutere di guerriglia urbana in Medio Oriente, dove “sciamare” – il concetto dei soldati che si infiltrano nello spazio nemico come “nuvole” in gruppi piccoli a coordinamento variabile – è diventato uno slogan. In uno scenario del genere, la struttura di comando tradizionale non si applica. I soldati urbani comunicano direttamente l’uno con l’altro in un ambiente fluido e amorfo, liberi di reagire a qualunque situazione si presenti.

Se paragonata a questa visione distopica, una barriera di cemento eretta a separare israeliani da palestinesi appare come un’apparizione dall’antichità, una replica della barriera di legno grezzo costruita da Traiano per tener fuori le tribù bellicose: a separare la civiltà dalla barbarie.

E pure, secondo Weizman, si tratta semplicemente di due forme dello stesso male. Navez, dice, “sta semplicemente tentando di sostituire una forma di controllo con un’altra meno visibile”.

Il cosiddetto spazio levigato che compone la visione militare di Navez contrasta vivamente con l’esperienza dell’israeliano o palestinese medio. Nel quartiere di Abu Dis a Gerusalemme Est, per esempio, la vecchia strada per Gerico ora termina su una sezione di muro dipinta a bombolette con graffiti anti-israeliani e anti-americani. Lungo la barriera scorre una strada asfaltata di fresco che porta a un insediamento israeliano.

Sull’altro lato, lungo quello che era un tempo un oliveto si ammucchia la spazzatura. La disparità fra il lato palestinese e quello israeliano è rafforzata dal forte investimento pubblico in servizi nella parte israeliana, dalle fogne alle strade ben illuminate.

La segregazione forzata di due mondi che erano sino a tempi recenti intrecciati, ha prodotto alcune bizzarre soluzioni di progetto. Vicino a Betlemme, una sezione del muro devia bruscamente a seguire il lato di una strada che collega il territorio israeliano alla Tomba di Rachele, dove si dice sia sepolta la matriarca biblica. Alla fine, il muro devia ancora sino a seguire l’altro lato della strada, un tempo attiva striscia commerciale per turisti: ora la zona su entrambi i lati di questo corridoio è una città fantasma.

Gli israeliani che guidano da Gerusalemme a Betlemme ora utilizzano due gallerie e un ponte per passare attraverso l’ énclave palestinese di Beit Jala.

Sopra i tunnel, i militari stanno costruendo una barriera di cemento che divida Beit Jala in due, tagliando fuori molti coltivatori palestinesi dai propri campi.

”Se si accettano le premesse della separazione” dice Meron Benvenisti, ex vicesindaco di Gerusalemme “emergono idee che alla gente normale sembrano folli, ma qui cominciano ad apparire logiche”.

Nemmeno la Città Vecchia è esente da queste contorte strategie di pianificazione urbana. Per secoli, lo Haram al Sharif, o Monte dei Templi, è stato sacro ai musulmani come luogo della Cupola nella Roccia e della Moschea di Al Aksa, e agli ebrei come luogo dove un tempo sorgevano i loro antichi templi Primo e Secondo. Nel 2000, il Presidente Bill Clinton suggerì al Primo Ministro Ehud Barak che Israele potesse controllare l’area “sotto” Haram al Sharif, così che gli israeliani potessero scavare le rovine dell’ex Tempio di Salomone, mentre i palestinesi assumevano sovranità sulla superficie e il complesso delle moschee.

Il piano fu respinto, ma la logica che gli sta dietro – ovvero che Gerusalemme possa essere affettata per strati orizzontali – è molto viva. E minaccia di fare a pezzi la città.

Recentemente, i pianificatori israeliani hanno suggerito che fossero creati spazi pubblici per rimediare al sovraffollamento de quartiere musulmano nella Città Vecchia. Ma l’idea ha sollevato la preoccupazione che potesse trattarsi del primo passo verso la demolizione di alcuni dei vecchi edifici residenziali: un’eco della distruzione delle case musulmane dopo la ripresa del quartiere ebraico da parte di Israele nel 1967.

Alcuni critici sostengono che l’abbellimento della Città Vecchia fa parte di una strategia per mandar via i palestinesi da Gerusalemme. Certamente, comporterà la rimozione di parte delle caratteristiche architettoniche, cancellando strati della sua storia.

Ma forse la vittima più inattesa della barriera sarà lo spirito cosmopolita che da’ a Gerusalemme il suo senso più profondo, di luogo intermedio dove si realizza il dialogo quotidiano.

Le conseguenze vanno oltre la ghettizzazione di israeliani e palestinesi. Il muro distrugge lo spazio un tempo occupato dagli ambiti intermedi: chi rifiuta di dividere il mondo fra buoni e cattivi, civiltà e barbarie. Minaccia di tagliare i fili, già deboli, che potrebbero un giorno intrecciarsi in un’immagine più tollerante di coesistenza.

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