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Il mostro
11 Aprile 2011
1968, La battaglia di Fuenti

Dal giugno del 1968 una minaccia incombe sulla costiera amalfitana, nel tratto fra Cetara e Vietri sul mare, a Fuenti. Lungo il bastione montagnoso della costiera corre una strada stretta e curvilinea che dista dal mare in alcune zone anche duecento metri. La strada segue il tracciato della rupe, si interna nelle vallette e talvolta si insinua in una forra, dove si affaccia su meravigliosi fiordi. Al di là del parapetto si apre lo spettacolo di un mare azzurro intenso, sul quale scivola la roccia, per lo più spoglia di vegetazione. Tuttavia sui pendii sono stati ricavati nei secoli piccoli terrazzamenti, piantati a limoneti, uliveti e vigneti. La costiera amalfitana, con le sue pareti ripide ha offerto sempre molta resistenza alle brame della speculazione, che ha preferito scatenarsi sul versante sorrentino del promontorio, opposto a quello su cui si adagiano Amalfi, Atrani e Positano, perché più pianeggiante. Molte insenature dell'amalfitana sono accessibili solo dal mare, la strada è stretta e l'arrivo alle spiagge è quasi sempre impervio, occorre scendere lungo piccoli sentieri o imporsi centinaia e centinaia di gradini.

Ma la qualità del paesaggio, la luce e i tramonti, gli odori della costiera scatenano le brame dei costruttori. I suoli edificabili sono pochissimi e i loro prezzi astronomici. Amalfi conserva il suo sontuoso profilo di Repubblica marinara e di borgo abitato da pescatori, ma a Maiori, appena qualche chilometro più in là, in direzione di Salerno, il lungomare è sfregiato dai condomini issati negli anni Sessanta, mentre a Positano viene riempito ogni buco sopravvissuto alle edificazioni dei decenni precedenti.

Un'operazione di raffinata geometria speculativa viene tentata quasi all'imbocco della costiera, a Fuenti, appunto. Il sindaco comunista di Vietri, Gino Masullo, ha concesso una licenza edilizia a un potente costruttore barese, Orfeo Mazzitelli, che si dice amico di Aldo Moro, per costruire un albergo. Nonostante l'allarme lanciato da alcune associazioni, messe sull'avviso dal gigantismo del progetto, il Sovrintendente ai beni architettonici e ambientali della Campania, Armando Dillon, assicura il nulla osta. Le autorizzazioni fioccano con inusuale rapidità. I passaggi burocratici vengono affrontati e scansati con disinvoltura. Per far posto alla costruzione viene decapitato con le ruspe un segmento di pietra calcarea, sul quale si sistema uno spropositato edificio che sembra un paravento. In Sovrintendenza qualcuno si rende conto che gli sbancamenti sono maggiori di quelli previsti, i quali, per conto loro, già mettevano i brividi. Parte una timida richiesta di sospendere i lavori, che però viene candidamente ignorata. Più energica è l'ingiunzione del Ministero dei Lavori pubblici: anch'essa, però, è aggirata.

L'albergo viene completato nel 1971. L'edificio non si scorge dalla strada, dove, dopo una curva, si apre solo una smisurata piattaforma che dovrebbe servire da parcheggio. Venendo dal mare, invece, lo sguardo sbatte contro un immenso cerotto bianco attaccato alla roccia, centosettantamila metri quadri, trentaquattromila metri cubi, settecentocinquanta posti letto, sei piani di altezza, le persiane di plastica verde (i materiali sono comunque scadenti), una spianata, la piscina e una discesa a mare.

Iannello si arruola immediatamente nella guerra contro quello che nella zona chiamano semplicemente "il mostro". Individua diversi fronti sui quali schierarsi: quello della mobilitazione popolare, della denuncia sui giornali, delle manifestazioni pubbliche; quello giuridico, dei ricorsi, delle opposizioni nei tribunali amministrativi e ordinari; e quello politico, offerto dalla controversia che si è aperta nel comune di Vietri fra il sindaco Masullo e l'assessore repubblicano Ovidio Gagliardi, contrario all'albergo, un dissenso nel quale Iannello si incunea allargandolo fino alla rottura.

La vicenda del Fuenti è lunga e tortuosa (si è conclusa solo nel 1999, con l'abbattimento dell'albergo, dopo una pronuncia definitiva del Consiglio di Stato). Per più di vent'anni l'architetto alterna irruenza e astuzie forensi. Il primo obiettivo che si pone consiste nell'ottenere che Italia Nostra si possa costituire in giudizio, con un riconoscimento del Consiglio di Stato che la definisce "portatrice di interessi diffusi" . Contemporaneamente, però, lo sentono urlare durante un'assemblea con amministratori locali che lui è pronto a indossare una cintura carica di dinamite e a farsi saltare in aria davanti all'albergo.

A Salerno e a Vietri si forma un agguerrito nucleo di oppositori. Il promotore è un geniale orafo di Salerno. Si chiama Alfonso Tafuri, è un uomo colto e mite. La sua famiglia vanta tradizioni liberali e carbonare. Tafuri vive con la madre e dal suo negozio di gioielliere vigila su tutto quel che accade nel centro storico della città. E' un tutore inflessibile dell'integrità dei luoghi. Si oppone a tante, insensate modifiche: un portone in alluminio anodizzato al posto di quello in legno, un'anonima balconata in sostituzione della ringhiera in ferro battuto. Talvolta, restaurando un locale, spunta un arco arabo-normanno. Tafuri scrive lettere ai giornali, prepara esposti. Quando non riesce a fermare il cattivo gusto, si accontenta di recuperare una vecchia serratura, un battente, una mattonella, qualche tegola, e li sistema nel retrobottega del suo negozio, dove molti salernitani vanno non solo per fare acquisti, ma per discutere, raccontare ed ascoltare storie. I clienti se li sceglie: spesso manda via con qualche scusa un acquirente che, pur danaroso, non ritiene abbia il gusto e la discrezione sufficiente per possedere un pezzo di oreficeria antica. Insieme a Tafuri è schierato Antonio Bottiglieri, militante della sinistra extraparlamentare, una dura gavetta durante le lotte contadine nella Valle del Sele. E poi troviamo Michele Santoro, divenuto celebre giornalista televisivo, il fotografo Pietro Amos, lo storico dell'architettura Alfonso Gambardella, il critico d'arte Achille Bonito Oliva.

L'altro protagonista della battaglia contro il Fuenti è Elena Croce. La figlia del grande filosofo liberale è un'antica militante dell'ambientalismo. Nel 1956 ha fondato Italia Nostra insieme a Pietro Paolo Trompeo, Giorgio Bassani, Luigi Magnani Rocca, Desidera Pasolini Dall'Onda, Umberto Zanotti Bianco. Elena Croce ha una concezione molto concreta della tutela paesaggistica. Il patrimonio naturale non è lo sfondo, bensì il connettivo della vita sociale. Ha una dimensione materiale e collettiva. Fra i suoi ricordi più vivi spicca la lunga contesa con un costruttore napoletano che ha edificato un palazzo distruggendo numerosi alberi in una villa confinante con quella di via Crispi a Napoli dove abitano i Croce. La lottizzazione non viene impedita, nonostante dieci anni di controversie giudiziarie, ma si riesce almeno a segare gli ultimi due piani dell'edificio. (L'intera vicenda, con le pieghe furbesche, comiche, appartenenti al genere della teatrale napoletaneria, sono raccontate da Elena Croce in La lunga guerra per l'ambiente, un libro pubblicato nel 1979).

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