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Umberto Mazzantini
Il "mito" dell’urbanizzazione Africana
13 Marzo 2012
Dalla stampa
Si apre la discussione su « uno dei "miti" e dei limiti dello sviluppo africano»: le modalità della “urbanizzazione”. Greenreport, 12 marzo 2012, con postilla

Il rapporto Whatever happened to Africa's rapid urbanisation? dell'Africa research institute, un think tank indipendente britannico, è passato praticamente inosservato, eppure rimette in discussione uno dei "miti" e dei limiti dello sviluppo africano: «E' 'opinione diffusa che l'urbanizzazione stia avvenendo più velocemente nell'Africa sub-sahariana che in qualsiasi altra parte del mondo, poiché gli immigrati si spostano dalle zone rurali agli insediamenti urbani. Questo è un errore. Mentre le popolazioni di numerose aree urbane sono in rapida crescita, i livelli di urbanizzazione di molti Paesi stanno aumentando lentamente, se non per niente. L'incremento naturale, al netto della migrazione, è il fattore di crescita predominante nella maggior parte delle popolazioni urbane. I governi africani, i politici ed i donatori internazionali devono riconoscere i cambiamenti fondamentali nelle tendenze di urbanizzazione e rispondere ai messaggi inconfutabili che questi danno circa l'occupazione urbana, il reddito e lo sviluppo economico».

Lo studio è frutto delle ricerche di Deborah Potts, un'esperta di geografia umana del King's College London, che dice di aver cominciato ad avere dei dubbi già a metà degli anni'80, quando lavorava nello Zimbabwe. «Allora abbiamo intervistato 1.000 migranti - ha spiegato all'agenzia stampa umanitaria dell'Onu Irin - e la maggioranza ci diceva che sarebbero rimasti qualche tempo in città, ma che sarebbero ripartiti presto, perché non si potevano permettere di restare. In effetti non esiste una rete di sicurezza in città: se cadono malati , se diventano vecchio se perdono il loro lavoro, bisogna che ritornino nella loro campagna».

La Potts poi ha analizzato le cifre del censimento del 1990 in Zambia, dove il crollo del prezzo del rame aveva portato ad una riduzione delle persone che vivevano in città, un calo confermato nel 2000. Intanto dei ricercatori francesi che lavoravano in Costa d'Avorio avevano osservato lo stesso fenomeno: «I redditi reali urbani fondono come neve al sole a causa della crisi petrolifera e dei programmi di aggiustamento strutturale - spiega la Potts - E' quel che succede in Grecia in questo momento, salve che quello non è nulla a paragone con quel che è successo in Africa».

Ma questa evoluzione delle dinamiche della popolazione sono poco indagate perché pongono problemi: «L'Onu raccoglie e pubblica dati demografici, ma la crisi economica ha colpito anche la realizzazione e la pubblicazione dei censimenti nazionali, che diventano molto cari - sottolinea Irin - Quando i dati del censimento non erano disponibili, l'Onu si è servito di proiezioni ed ha basato il suo modello sui primi decenni seguiti all'indipendenza, un'epoca in cui le popolazioni urbane in Africa crescevano in effetti in maniera molto rapida. Quando le cifre corrette sono state disponibili, si è scoperto che alcuni dei dati riguardanti la popolazione urbana erano largamente sovrastimati».

La Potts analizza le cifre dell'United Nations Human settlements programme (Un-Habitat) sul livello di urbanizzazione, secondo le quali nel 2001 il 34% della popolazione del Kenya era urbana, nel 2010 questa stima è stata rivista al 22%. Secondo la ricercatrice britannica «I tassi di urbanizzazione erano minori in 11 Paesi dell''Africa sub-sahariana e in Tanzania, in Mauritania e Senegal il calo era particolarmente sensibile».

Questo non vuol certo dire che la popolazione urbana sia in contrazione, anzi, continua a crescere ma la stessa cosa avviene nelle zone rurali. «La tendenza generale resta un movimento verso le città, ma è un'evoluzione lenta e non un'ondata di marea», dice Potts che però si lamenta perché «Anche se le cifre sono oggi disponibili, gli analisti, compresi quelli di Un-Habitat, modificano solo molto lentamente le loro ipotesi. E' un messaggio che non è sempre ben compreso. Le persone a volte sono molto pigre. Dicono che non è possibile, che sono le autorità urbane che le hanno date. Ma secondo la mia esperienza, le autorità urbane non dispongono di solito di statistiche corrette in 9 casi su 10, sovrastimano largamente la loro popolazione per ragioni politiche».

Claire Melamed, direttrice del Growth, poverty and inequality programme dell'Overseas development institute britannico, ha detto all'Irin: «Per una ragione o per l'altra, investire nei dati non è mai una priorità essenziale. Ma questo non è un lusso, è il principio fondamentale della buona politica. Tutto questo ha delle conseguenze concrete sulla maniera di distribuire i servizi dei quali le persone hanno bisogno e che richiedono. Se la maggioranza è urbana, la distribuzione sarà differente da quella che sarebbe per una maggioranza rurale e dispersa».

Eduardo Moreno, responsabile del Cities programme di Un-Habitat, ribatte che rivedere le proiezioni precedenti fa parte del suo lavoro ma che l'Africa continua ad urbanizzarsi: «Se prendiamo solo l'Africa, è chiaro che l'urbanizzazione rallentare che le grandi città africane non crescono così rapidamente come 10 o 15 anni fa. Ma se si paragona con l'Asia o l'America latina, è ancora l'Africa che conosce il tasso di urbanizzazione più forte di tutto il mondo in via di sviluppo. Un tasso di urbanizzazione più graduale non è necessariamente la benedizione che i governi possono immaginare. Diversi paesi africani non hanno ancora compreso che l'urbanizzazione è una cosa molto positiva. Alcuni può darsi che vogliano lasciare la loro popolazione nelle zone rurali, perché associano l'urbanizzazione alla povertà e ad altri aspetti negativi. Ma la storia ci dimostra che nessun Paese è uscito dalla povertà restando rurale. Abbiamo chiesto a dei governi africani se vogliono mettere fine all'urbanizzazione e la maggioranza tra loro hanno detto di sì. Ma se pensate alla Cina, i suoi piani quinquennali considerano l'urbanizzazione come il motore dello sviluppo. Quindi, se alcuni Paesi pensano deliberatamente di ridurre il loro tasso di urbanizzazione, adottano una cattiva politica».

La Melamed non è convinta: «Per quel che ne so, l'Africa rimane una società a predominanza rurale. Ma questo rimette in questione le idee sul modo in cui la società sta cambiando, perché queste sono fondate sull'idea di un'urbanizzazione molto rapida. Senza dimenticare gli aspetti politici, come abbiamo visto in Africa del Nord ed in Medio Oriente, delle popolazioni urbane giovani, meglio istruite, hanno un comportamento differente da quello delle popolazioni rurali. Quando le persone si urbanizzano, non dar loro quel che vogliono rischia di avere delle conseguenze politiche molto più serie».

postilla

Forse migliorare la condizione urbana in Africa richiede approcci diversi da quelli imposti dall’ONU e promossi dalla Banca mondiale e dalle multinazionali. Forse esportare il modello europeo e quello americano (o i derivati asiatici) non è la strada giusta. Questioni sulle quali bisognerà ragionare, magari cominciando dal domandarsi che cosa significa “condizione urbana” in regioni caratterizzate da storie diverse e da diverse culture. Si scoprirà forse che la soluzione giusta non è quella di imporre l’ “urbanizzazione” che abbiamo applicato e stiamo applicando nel Nord del mondo

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