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Lodo Meneghetti
Il Malpaese dei giovani
13 Luglio 2005
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Tutto giusto l’intervento di Dusana...

Tutto giusto l’intervento di Dusana Valecich (For the benefit of the future generations) dopo la mia “invettiva”. Meglio precisare. Il finto dialogo col ragazzo e la ragazza riguarda l’ambiente, il paesaggio, la città, la bellezza. Poveretti… è vero, come scrive Dusana, a non poter godere dei benefici per mancanza delle cose che a noi ne hanno dispensati quando il diluvio non aveva ancora infangato completamente il paese. Loro non ne hanno colpe, diciamo? Ripeto: loro sono nati e vivono nel contesto così come è, non sanno da quale cataclismatico mutamento provenga, non sanno che avrebbe potuto essere diverso, migliore. Hanno ereditato, ma anche ereditano senza accorgersene giorno per giorno gli effetti delle malefatte del giorno per giorno. Non recepiscono perché non hanno i sensi esercitati? Una completa assoluzione non convince. I crimini commessi nell’urbanistica, nell’architettura, nell’ambiente “naturale” appartengono ad almeno due/tre generazioni precedenti, ma bisognerà pur calcolare i confini, anzi le sovrapposizioni, le sfumature generazionali per evitare un esame per blocchi separati che nella realtà non esistono. Insomma, ci sono tante età di essere giovani. Quelli che vivono secondo totale inconsapevolezza di sguazzare nel fango sono i più giovani, proprio quelli dei telefonini squillanti in classe (leggi le proteste di Mario Pirani in difesa degli insegnanti), delle pance nude esibite in inverno, in breve quelli di cui ci racconta la Dusana, i Peter Pan: evidentemente non ha funzionato la catarsi di qualche manifestazione di massa contro… Ma gli altri, i venti-venticinquenni, i trentenni e oltre, anch’essi poveri sciocchi privi di strumenti, di retroterra informativo, eccetera? Ma. Non appartengono (ma anche i piccoli…) alla consapevole cultura vincente del cinismo e dell’apparire, del denaro facile guadagnato facilmente o, soprattutto, non guadagnato e ricevuto dalla famiglia? Attenzione, però. Dobbiamo distinguere. Di là stanno, in contesti per lo più meridionali, i disperati (pensiamo noi, non sappiamo quale coscienza abbiano loro di sé) tipo borgatari poveri (ma non “belli”), tipo periferici ignoranti intelligentissimi destreggiatori: nuovi sottoproletari figli di sottoproletari o “senza famiglia” anche se ce l’hanno. Di qua stanno i giovani e belli e magri e spesso semi-obesi piccoli medi borghesi e borghesi, sono questi, mi sembra, di cui scrive la Dusana, di cui Pirani ci ha raccontato le sceme gesta scolastiche, per i quali insomma stiamo facendo le prediche circa l’incosciente loro sguazzare nell’ambiente alluvionato essendo questo la loro realtà esistenziale. Ragazzi e ragazze, uomini e donne giovani, pochi statisticamente come classi di età secondo la piramide della popolazione, ma enormi masse se viste o calcolate nella concentrata presenza consumistica urbana metropolitana o turistico balneare o turistico montana o disco-festaiola. Pensiamo alle città che conosciamo bene. Ricchi e pazzi per l’abbigliamento e per lo svago spensierato conformi ci paiono questi giovani. Come reggerebbero in una città quale Milano le centinaia e centinaia di negozi a misura di medio-magazzino dallo specifico look, che si susseguono lungo le strade, non solo del centro canonico e della periferia storica, e continuano a nascere ogni nuovo giorno sloggiando attività precedenti niente affatto fuori tempo ma solo prive dell’ultimissimo grido omologato e omologante? Qui non c’entra la città della moda di Via della Spiga o del quadrilatero teresiano giuseppino, cui si rivolge la borghesia non dico alta, dico straricca, le “signore” lombarde. Di un’altra città si tratta. Ecco, è questo l’ambiente che questi tali giovani, dai 13 ai 35, vedono, frequentano, comprano, ne parlano continuamente (avete mai provato a orecchiare i discorsi delle ragazze transitanti? Vestiti, vestiti, vestiti…). Ambiente urbano. Cosa sanno della città, della metropoli rovinosamente caduta nel puro gioco del vendere comprare dall’altezza delle sue tante capacità del fare, dell’indicare; delle sue dotazioni di coerenza spaziale e bellezza, dei suoi monumenti? Come reggerebbero in una città quale Milano i trecento locali sui Navigli appositamente creati man mano per quei giovani (sempre ulteriori da qualche decennio), e quegli altri locali fratelli ormai pervadenti a decine, e moltiplicatisi mensilmente, spazi noti e anfratti di periferie interne ed esterne, se appunto quei giovani non avessero introiettato il relativo modello comportamentale insieme alla fantastica disponibilità monetaria? Come sarebbero potute proliferare le multisale da 18 schermi nell’hinterland a un tiro di schioppo l’una dall’altra, progettate e realizzate per il nuovo mercato, vale a dire destinate proprio a quei giovani, dotati di soldi, di automobili, del tempo della sera e dei W. E alternativi a mare monti eccetera? A questa stregua, come potrebbe interessargli la natura (perduta), lo spazio aperto (contraffatto), i monumenti (sopportati), l’architettura fine non arrogante? (Ci sono i bravi Boy-Scout, dite, che accendono focherelli sfregando legnetti come gl’indiani…). Senza esserne responsabili, secondo Dusana. Varrebbe il ritornello è colpa della società ampiamente contestato dai sociologi (e psicologi e antropologi)? Nessuno di noi lo crede a questo grado di genericità e generalizzazione. Colpe possiamo distribuirne secondo una casistica da chi più ne ha più ne metta, e non giungeremmo a niente di conclusivo laddove, probabilmente, ci siamo trovati dentro a una inavvertita mutazione antropologica, parallela al complessivo mutamento antropologico del popolo italiano: come, se no, avrebbe potuto instaurarsi un tale mondo nuovo della politica, che, appunto, se ne frega di tutto quanto qui, in questo sito, cerchiamo di richiamare, denunciare, difendere, rilanciare, proporre all’incontrario? Ma c’è un punto secondo cui non è giusto tacere. Anche tutti noi (intendo gli anziani e i vecchi) siamo stati giovani. Altri tempi, altri luoghi, altra società eccetera si dirà. Ma non erano tutti giardini fioriti! Anzi. Cose di tutti i colori ci circondavano. Due condizioni di salvataggio si sono date, le stesse che ritroveremmo oggi in casi minoritari. Una curiosità, un’autodeterminazione, un sentimento che chissà come sorgeva interiore e s’attaccava all’albero della tua vita. Detenevamo certamente modelli buoni acquisiti anche noi inconsapevoli eppur sorpresi, poi, consapevoli. Da dove? Se dovessi individuarne la reductio ad unum, direi dai Maestri, lungo tutto il corso della vita giovanile e oltre. Non ne faccio l’elenco, ve ne lascio il compito, Maestri vivi, Maestri morti ugualmente conosciuti (un vero padre, per esempio). Ciò che mi preme di affermare è che da un certo momento in poi la specie dei Maestri si è rarefatta entro il generale mutamento, soprattutto riguardo alla provenienza familiare e parzialmente scolastica. Ora noi, vecchi insegnanti d’università, rammentiamo la condizione più bella, rara ma non unica, riguardo ai giovani: sappiamo e diciamo, senza spocchia, di essere stati per qualcuno di loro Maestri, di averli visti poi andare per conto proprio, quei pochi, senza tradire, senza dimenticare e conservare l’amicizia vecchio/giovane, raccogliere le vecchie bandiere a nostra volta raccolte sbrindellate dai grandi riformatori dell’urbanistica e dell’architettura d’antan (per esempio un Bruno Taut, per intenderci), raccoglierle, i trentenni-quarantenni, ricucite e rinnovate, e sventolarle davanti alle insorgenti attonite giovani generazioni.

“Per dire la verità, dopo aver immaginato quelle bandiere, so che in questo nostro tempo contraddistinto da consumi inutili e volgari mancano gli ideali. C’è poca cultura vera, e poca urbanistica e architettura sincere, non travolte dal mercato. Si sghignazza sulla questione morale. Si accusa di moralismo (ma è un reato? un peccato?) chi rivendica valori personali e sociali negletti. È per questo che non si riesce a edificare la città reale, dopo averla intrasognata in utopia, umana, bella, vitale, e si accetta, chiudendo gli occhi e uccidendo i sentimenti davanti alle cause del disastro ambientale, l’antiurbanistica e l’antiarchitettura convenienti soltanto ai potenti, ai loro alleati, ai loro vassalli, valvassori, valvassini” (L. M., aprile 1988).

P.s. Sentite tuttavia uno dei Grandi Vecchi inarrendevoli: “Da Sondrio a Milano i lombardi hanno deciso di esporre il brutto e di nascondere il bello, il Lago di Como è scomparso… C’è l’esposizione dell’andante, del finto ricco della classe unica televisiva. E un presentimento di rovina: possibile che un mondo che ha cancellato la bellezza abbia un futuro accettabile? Ai giovani questo mondo brutto può anche andar bene: si spostano di continuo non fanno neanche tempo a vederlo, il loro mondo è fatto di cartelli che sfilano veloci. Siamo noi vecchi a vederne la irreparabile rovina… La gioventù è forte e avida di vita, digerisce tutto, mangia panini osceni e butta giù gazzose. Siano noi vecchi i fregati, ci consolava da Sondrio a Milano la bellezza che ora non c’è più”, Giorgio Bocca in ‘Il Venerdì di Repubblica’, 3 giugno 2005, p.15

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