loader
menu
© 2022 Eddyburg
Giacomo Russo Spena
Il made in Italy del «bio» etanolo
22 Giugno 2008
Clima e risorse
Distruggono l’agricoltura per far correre più automobili. Quanti NO bisognerà dire prima che la politica sappia indicare le strade di uno sviluppo che non divori risorse essenziali! Da il manifesto, 22 giugno 2008

Un impianto grande quindici campi di calcio. Adibito alla lavorazione del mais. Il business mondiale del «bio» etanolo sbarca ufficialmente anche nel Belpaese (a Rivalta Scrivia, un piccolo paese di 800 anime in provincia di Alessandria), per mano dell'Italian Bio Products. Un sodalizio tra il Gruppo Ghisolfi e quello Gavio, Marcellino, azionista di quella Impregilo sotto inchiesta (attraverso la Fibe) per la questione dello smaltimento dei rifiuti in Campania.

Ignorate le critiche dell'Onu e della Fao, allarmate dall'uso «per autotrazione» dei cereali, causa dell'innalzamento mondiale dei prezzi di questi prodotti. Vincoli morali e non solo. Ma non per quelle imprese italiane che negli agrocarburanti hanno visto fonte di profitto. I nuovi «produttori» di «bio» etanolo però non hanno fatto i conti con le resistenze della popolazione, tanto che a Rivalta ancora non sono iniziati i lavori per la costruzione. L'impianto è «ecocombustibile - è scritto nel progetto dell'Ibp - risponde alle direttive europee sull'accesso a tecnologie avanzate»: una struttura di 107 mila mq e composta da 35 silos alti da 12 a26 metri che trasforma attraverso un ciclo di cogenerazione a gas il mais in etanolo. Con una sua produzione annuale di 200 mila tonnellate, in media con gli altri impianti europei, che invece svetta in Italia. La prima, per l'esattezza, insieme all'altra industria di agrocarburanti in costruzione a Zinasco (Pavia).

Il mais verrebbe preso per il 50% dalla «Padania» e per l'altra metà importato dalla Romania, non escludendo l'uso di quello transgenico. Il sodalizio Ghisolfi-Gavio ha in mente un progetto lungimirante, prefiggendo di aprire le porte successivamente anche alla cellulosa. Obiettivo: vendere il prodotto finale alle compagnie petrolifere, a cui è consentito in base a una regolamentazione europea miscelare fino al 5% l'etanolo nella benzina. Un vero e proprio giro di affari.

Il progetto è uscito allo scoperto lo scorso 26 luglio, in concomitanza con la corsa mondiale verso le cosiddette benzine verdi: il consiglio comunale di Tortona - Rivalta è una sua frazione - vota all'unanimità una «variante d'uso», richiesta dal gruppo Ghisolfi, di un terreno agricolo. «E' il più grande investimento industriale della storia della città - commentava il sindaco del Pdl Marguati - Un disegno all'avanguardia che poggia su solidissime basi».

Ma gli abitanti di Rivalta e della provincia da subito si sono opposti contro la favola del «carburante ecologico» e un'imposizione calata dall'alto. Si sono organizzati in un movimento di difesa del territorio: «580.000 tonnellate di acqua all'anno da pescare in una zona attualmente definita predesertica, 200.000 tonnellate di Co2 scaricate nell'aria - dichiara Enzo del comitato - Cosa ci sia di sostenibile nel progetto del bioetanolo nessuno è ancora riuscito a spiegarlo. Questo impianto è utile esclusivamente per chi lo costruisce e contribuirà a far aumentare il prezzo del mais nel sud del mondo come in Italia». Da questione etica diventa motivo di preoccupazione economica anche per i consumatori nostrani. Così da luglio 2007 il movimento ha raccolto 4000 firme contro l'impianto, costruito un'assemblea con i No Tav e i No Dal Molin e dato vita ad una partecipata manifestazione lo scorso 7 giugno.

Intanto l'inizio dei lavori, previsto per ottobre 2007, non c'è ancora stato. La legge sulla pubblica sicurezza del 1931, infatti, intima a costruire ad almeno a 600 metri da fabbriche di esplosivi: questione che interessa Rivalta Scrivia con la Nobel Sport Martignoni, un'industria che produce inneschi da cartucce (quindi materiale esplosivo), a 300 metri dal terreno comprato dal colosso Ghisolfi-Gavio. Anche se l'ostacolo potrebbe essere aggirato a giorni dall'Ibp con la richiesta di una deroga nazionale «ad hoc». A quel punto inizierebbe la costruzione. «Gli agrocarburanti sono moralmente e politicamente insostenibili, un crimine contro l'umanità», dichiara Andrea del movimento. «Sia chiaro - aggiunge - che siamo pronti a fermare le ruspe con i nostri corpi. Lo faremo per difendere la nostra terra e per non essere complici di chi affama i popoli del mondo». Per ora una sola certezza: il «bio» etanolo, da tempo guardato con distanza e disinteresse, è diventato una questione anche italiana.

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg