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Simonetta Fiori
Il genocidio degli armeni. Storia d’una tragedia negata
20 Maggio 2006
Recensioni e segnalazioni
Intervista a Marcello Flores,autore di un recente libro sulla strage degli armeni.Da la Repubblica del 19 maggio 2006

Per gli studiosi è una storia complicata, ma prossima a un sereno epilogo. Per la diplomazia mondiale è un problema spinoso, tuttora aperto. Se fino a dieci anni fa il genocidio degli armeni costituiva un caso emblematico del perverso intreccio tra politica e ricerca, oggi i due percorsi tendono a divaricarsi: più avanzato quello delle acquisizioni scientifiche, contrastato il versante istituzionale. Due eventi recenti ne sono conferma. A New York storici di diversa nazionalità e differente anagrafe si sono appena confrontati sulla questione dei massacri armeni tra il 1915 e il 1916, condividendo - se non la terminologia del genocidio - la volontà di accertare una verità storica rimasta sepolta per oltre cinquant’anni sotto una coltre di tabù e reticenze incrociate. Negli stessi giorni in Europa, ma anche in Canada, le ambasciate turche hanno minacciato rappresaglia per la proposta di legge francese di punire con il carcere chi nega il genocidio armeno (proposta sospesa ieri l’altro nel Parlamento di Parigi tra le proteste degli armeni raccolti in tribuna). Solo qualche mese fa, sul finire del 2005, uno scrittore come Orhan Pamuk è stato messo sotto accusa da un tribunale di Ankara per "denigrazione pubblica dell’entità turca": Pamuk aveva parlato su un quotidiano del "milione di armeni uccisi in questo paese". In Turchia è ancora vietato.

Ora il documentato volume di Marcello Flores Il genocidio degli armeni (Il Mulino, pagg. 296, euro 22) restituisce quella tragedia a una dimensione storica accertata - tra ottocentomila e il milione e quattrocentomila le vittime, su inequivocabile disegno di sterminio nel quadro della prima guerra mondiale - ripercorrendo con misura le ragioni del protratto silenzio. Un complesso di rimozioni cui concorrono non solo la reinvenzione della propria storia operata negli anni Trenta dalla Turchia nazionalista di Mustafa Kemal, ma anche l’imbarazzo dello stesso Occidente, l’ambiguità dei tedeschi che pure vi ebbero una parte, perfino l’afasia degli armeni schiacciati dal potere sovietico. Le acquisizioni storiografiche maturate su fonti nuove e diverse (gli ordini scritti del premier turco Talât, le carte diplomatiche delle potenze occidentali, le numerosissime testimonianze emerse nell’ultimo decennio) consentono il ricorso alla categoria del genocidio. Definizione oggi respinta con veemenza sia dal governo di Ankara che dalla storiografia nazionalista turca, inclini a un’interpretazione giustificazionista della deportazione armena.

Lei professor Flores non esita a classificare quella vicenda come genocidio.

«Sì, molti elementi mi inducono a farlo, tenendo conto della definizione di genocidio suggerita dai Tribunali di Bertrand Russell e di Lelio Basso, oltre che dall’Institute for Transitional Justice di New York. Ma prima di illustrarli preferirei fare una premessa».

Quale?

«Quella che viene definita "The G Question" - ossia la domanda se si sia trattato o meno di genocidio - interessa più la politica che la storiografia. Anche nel seminario scientifico appena chiuso a New York - al quale hanno partecipato studiosi turchi ed armeni, europei ed americani - la questione è rimasta ai margini della discussione. Sul piano delle relazioni internazionali, invece, essa è centrale: da molte parti si ritiene che il riconoscimento del genocidio da parte della Turchia sia uno dei requisiti per l’ammissione in Europa».

In Turchia un articolo del codice penale impedisce che se ne parli apertamente.

«Sì, è l’articolo 301 che punisce chiunque critichi o metta in discussione l’identità nazionale. Si tratta di una disposizione autoritaria e illiberale. Ogni richiesta di dibattito critico sul passato rischia di diventare oggetto di sanzione».

Sul fronte avverso, gli armeni premono per un riconoscimento pubblico da parte dei governi.

«Naturalmente fanno la loro parte. La recente proposta di legge francese - il carcere per i negazionisti - è nata proprio per assecondare la comunità armena, circa mezzo milione di persone. Io però non credo nell’efficacia di misure repressive. Non si può imporre una verità storica per decreto. Penso sia più utile incoraggiare la ricerca e coinvolgere non tanto i vertici istituzionali quanto la società civile».

Nel suo libro lei lamenta una scarsa sensibilità da parte dell’opinione pubblica italiana.

«I giornali americani mi sembrano più attenti dei nostri. Devo però riconoscere che negli ultimi anni molte cose sono cambiate. Anche il nuovo film dei fratelli Taviani, dedicato proprio a quella tragedia, ne è un segnale».

Il governo turco s’è sempre giustificato sostenendo che la deportazione fu conseguenza della guerra. Argomento peraltro sostenuto da una storiografia anche illustre: Shaw, McCarthy, Lewis.

«La paura sicuramente ebbe una parte importante nella deportazione. L’insicurezza era motivata dalle sconfitte militari dell’inverno 1915. E gli armeni, minoranza cristiana, erano visti come una forza sovversiva interna, potenziale alleata dei russi. Ma le modalità della deportazione erodono ogni possibile tesi giustificazionista».

Lei attribuisce grande rilievo a una legge in particolare.

«È la legge sulla "confisca dei beni", voluta dal governo turco nel maggio del 1915, poco dopo la legge sulla deportazione. Le autorità giustificarono queste iniziative come misure preventive per impedire agli armeni di allearsi con i russi. Se si può discutere sulla necessità della deportazione nel deserto in nome di finalità belliche, non si può certo farlo a proposito della vendita dei beni degli armeni. È proprio questa disposizione che consente di interpretare il fenomeno nei termini di pulizia etnica e genocidio».

Emerge nitido un disegno di sterminio.

«Le due leggi combinate insieme, deportazione e confisca, rendono chiaro il progetto di espellere gli armeni - non temporaneamente, ma definitivamente - dalle zone di loro insediamento storico come l’Anatolia orientale e la Cilicia. Se si fosse trattato d’una necessità di guerra - allontanare momentaneamente un gruppo ritenuto a torto o a ragione potenziale traditore - non ci sarebbe stato bisogno di depredarlo anche economicamente dei suoi averi».

Ci sono anche gli ordini scritti del premier Talât.

«Sì, i telegrammi spediti ai capi provinciali. Là dove l’ordine era accolto con obbedienza tiepida, i funzionari - allontanati o uccisi - venivano sostituiti da personalità più dure».

Sin dal principio le autorità turche non fecero distinzione tra "armeni buoni" e "armeni cattivi".

«Sì, il Grande Male - come lo chiamano gli armeni - ebbe inizio il 24 aprile del 1915, giorno in cui furono arrestate oltre duemila persone tra dirigenti politici, intellettuali, giornalisti, funzionari pubblici: non solo rivoluzionari e nazionalisti, ma l’élite nel suo complesso. Si voleva colpire un’intera comunità. Anche in seguito cade ogni possibile differenza tra rivoluzionari e moderati, potenziali nemici e lealisti fedeli al sultano».

Fu il primo genocidio del Novecento. Con modalità feroci.

«La deportazione nel deserto fu accompagnata da violenze di ogni tipo: assassinii, mutilazioni, stupri, rapimenti, torture, riduzione in schiavitù, furti e brutalità di ogni genere. Le vittime erano uomini e donne, bambini e vecchi: senza distinzione di età o sesso. Secondo alcune stime, tra il maggio e il novembre del 1915 non più del venti per cento dei deportati riuscì a sopravvivere. Contribuirono alla decimazione anche le condizioni climatiche, la fame, il caldo, il freddo la notte, la malattia, gli stenti. Per sfuggire alle crudeltà molte donne scelsero il suicidio».

Le responsabilità sono state accertate.

«Su ordine del triumvirato governativo - Talât, Enver e Cemal - agivano gli uomini dei gruppi paramilitari organizzati dal Cup (Comitato di Unione e Progresso) insieme ai soldati dell’esercito regolare. Con loro anche bande di criminali, membri di clan curdi e di altre popolazioni musulmane non turche. Basterebbe solo una piccola parte delle tantissime testimonianze coeve, comprese le memorie di molti dirigenti dello Stato ottomano, per togliere qualsiasi dubbio».

Le potenze dell’Intesa - Francia, Inghilterra e Russia - erano informate dei fatti.

«Produssero anche una dichiarazione ufficiale di condanna che però, di fatto, non scoraggiò le deportazioni, tutt’altro. La consapevolezza di quella tragedia non influì minimamente sulla logica militare del conflitto. Tra i testimoni figura anche il grande storico Arnold Toynbee, allora giovane diplomatico al servizio del governo britannico. La sua relazione tendeva a separare nettamente il genocidio dalla guerra, togliendo argomenti ai turchi. Forse una separazione un po’ troppo netta. Senza nulla togliere all’intenzionalità del genocidio, la guerra servì da straordinaria occasione».

Lei nega anche la continuità tra i massacri degli armeni di fine Ottocento e la deportazione del 1915-’16.

«Non mi convince l’interpretazione del genocidio armeno come progetto di lungo periodo prodotto da una cultura e da una mentalità d’odio. È una tesi sostenuta da studiosi di origine armena. Preferisco diffidare di categorie astratte e un po’ generalizzanti».

Colpisce, nel genocidio del ‘15, il coinvolgimento della Germania.

«Sembra esagerato ipotizzare un complotto turco-tedesco contro gli armeni, ma è indubitabile che diversi ufficiali tedeschi ebbero un atteggiamento favorevole allo sterminio. Alcuni vi parteciparono attivamente. All’interno del mondo tedesco le posizioni erano molto diverse».

Soltanto negli anni Sessanta, in occasione del cinquantesimo anniversario, fu rotto il silenzio.

«Prima l’afasia conveniva un po’ a tutti. Innanzitutto alla Turchia, che non voleva affrontare quella pesante eredità. Poi all’Occidente, complice in tutte le fasi della storia che avevano a che fare con la vicenda armena. Un po’ anche agli stessi armeni, schiacciati dal tallone sovietico che mal tollerava le singole identità nazionali. Solo alla metà degli anni Sessanta se ne cominciò a parlare. Nell’ultimo decennio, poi, la storiografia ha fatto notevoli passi avanti, beneficiando anche dell’apertura di archivi prima blindati. È importante che alla ricerca partecipino gli studiosi più giovani: sono i meno esposti al ricatto della memoria».

A chi non lo ha letto raccomando il bel romanzo di Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh40

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