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Filippomaria Pontani
Il Festival finisce, il brutto film del Lido resta
10 Settembre 2011
Vivere a Venezia
La vicenda della svendita del Lido di Venezia continua fra le proteste dei comitati dei cittadini. Da Europa, 8 settembre 2011 (m.p.g.)

Spesso le grandi manifestazioni sportive o culturali fungono da vetrine per proteste più o meno irrelate, o pretestuose.

La Mostra del Cinema di quest’anno, invece, è percorsa da un’agitazione più profonda, che serpeggia tra i pacifici presidi del Lido e gli animati dibattiti pubblici in città, e che culminerà domenica 11 alle 11 — a Leone assegnato — con la proiezione in Sala Volpi di un video dal titolo Ricordi... il ritorno di Lisa (interverrà l’attrice Ottavia Piccolo).

Non si tratta di una battaglia in nome di principi astratti: nutriti gruppi di cittadini veneziani sentono l'esigenza di denunciare l’imminente scempio del Lido, lo snaturamento dell'isola di Mann in pro dei palazzinari e del turismo internazionale d'altissimo bordo. Alcuni disastri sono già sotto gli occhi dei festivalieri: il taglio della storica pineta dove passeggiavano i divi, l'avviata trasformazione del Forte Malamocco (pur vincolato dalla Soprintendenza) in un villaggio turistico, lo scavo — nei pressi dell'attuale Palazzo del Cinema — di un fosso destinato alle fondamenta di un nuovo Palacinema progettato nel 2004 e destinato a non sorgere mai. Altri interventi sono stati ratificati dalla giunta Orsoni il 23 luglio scorso, e prevedono l’abbattimento dell'Ospedale a mare (che doveva conservare alcuni padiglioni essenziali per i cittadini, e diventerà invece un centro commerciale e di appartamenti turistici) e la creazione di una gigantesca darsena artificiale per gli yacht là dove oggi sorge la spiaggia libera di San Nicoletto. Tutte opere "parassitarie", cresciute attorno all'originario progetto del nuovo Palazzo del Cinema, grazie alla salvifica definizione di quest'ultimo come "grande evento", e alla sua gestione commissariale: stiamo parlando di molte decine di milioni di euro.

La storia incredibile di questa rovina ambientale, perpetrata in nome della "valorizzazione" e del "rilancio turistico-culturale", e condita di aspetti a dir poco sconcertanti (i rifiuti tossici scoperti a posteriori nell'area dell'ospedale; l'amianto scoperto a posteriori nel fosso suddetto, che è costato finora 37 milioni), è stata raccontata da Edoardo Salzano in un aureo libretto, e può essere ripercorsa da ciascuno tramite le sintesi aggiornate sui siti internet di "Italia Nostra Venezia", e dell'associazione "Un altro lido".

Esistono dei responsabili precisi: anzitutto la giunta dell'infallibile filosofo Massimo Cacciari, che pensando di combinare un grosso affare immobiliare ha cacciato il Comune in un gioco dal quale il suo successore Orsoni non ha saputo uscire se non con la resa incondizionata; poi Giancarlo Galan, che dopo aver inaugurato solennemente il fosso nel 2008 da governatore (insieme a Cacciari e Bondi), pochi mesi fa, ormai promosso a ministro dei beni culturali, lo ha metaforicamente richiuso, garantendo che il nuovo Palacinema non si farà (per questo, l’impresa costruttrice potrebbe chiedere risarcimenti milionari); poi il governo Prodi, che nel 2007 ha istituito la figura di un commissario, concretamente nominato però dal Berlusconi IV nella persona di Vincenzo Spaziante, intimo collaboratore di Bertolaso e dei più tristemente noti De Santis e Della Giovampaola, quelli delle escort al Gritti; infine, ovviamente, gli attori principali, ovvero il commissario stesso (che doveva realizzare un Palazzo entro il 2011 e invece per ora ha soltanto sdoganato cemento e darsene), e il Fondo di investimento che ha acquistato le aree, il "RealVenice" della società EstCapital, gestita dall'ex assessore della giunta Cacciari Gianfranco Mossetto, e variamente legata alle imprese che godono dei finanziamenti (630 milioni di euro!) per il progetto Mose.

Chi sospetti nel mio dire un preconcetto misoneismo è invitato a considerare il contesto di Venezia, mai come oggi assediata da progetti pazzeschi: decine di ettari di costruzioni nuove di zecca (e perfettamente inutili) nel Quadrante di Tessera; una metropolitana che corre sotto la laguna; la Tav che passa nel delicatissimo terreno della gronda lagunare; la moltiplicazione delle banchine per le enormi navi da crociera che già oggi più volte al giorno s'incuneano tra San Giorgio e Palazzo Ducale; un luccicante megastore di Benetton nel Palazzo delle poste a Rialto; una mirabolante "porta di Venezia" progettata dall'archistar Gehry. Tutte idee concepite con il solo obiettivo di monetizzare (tramite un facile immobiliarismo, l'intensificazione di un turismo già oggi insostenibile, o luculliane sponsorizzazioni) luoghi benedetti dalla natura, da secoli di storia e da un indubbio prestigio internazionale. "Veneto City", "Venice Gateway", per chi dubitasse del fatto che la corruzione del linguaggio non va mai da sola.

Oltre ai comitati suddetti, tanto attivi quanto passiva sembra l'intelligentsija cittadina, sono i competenti a lanciare gli allarmi più seri e documentati: intendo gli urbanisti dello luav Boato e Vittadini, e gli studenti di Pianificazione di Ca' Tron. Essi non mancano contestualmente di richiamare l’attenzione sull'area industriale dismessa di Marghera, il cui futuro incerto pare non far gola a nessuno; o meglio, il ministro Brunetta, che sta lavorando alla Legge speciale per Venezia, sta pensando di ridisegnarla come pied-à-terre di una piattaforma off-shore per navi petroliere e transoceaniche (sic), nell'ambito di un progetto per la città che il Pd contrasta — apparentemente senza avvertirne il disagio — con ben due disegni di legge diversissimi fra loro. Il firmatario di quello più sensato e deciso è Felice Casson: molti elettori di sinistra si chiedono cosa sarebbe accaduto se fosse stato lui a diventare sindaco di Venezia sei anni fa.

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