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Valentino Parlato
Il fattore I in casa nostra
1 Aprile 2005
Pietro Ingrao
Da il manifesto del 29 marzo 2005, una testimonianza per i 90 anni di Pietro Ingrao

Carissimo Ingrao, innanzitutto, da parte di tutti noi, i complimenti per i tuoi straordinari novant'anni e i più forti auguri per quelli a venire. Il tuo vissuto è stato per tanti di noi e per me grandemente utile, e sottolineo l'aggettivo utile nel senso forte usato da Brecht nelle storie di Me-Ti. Utile e originale: nella nostra formazione -consentimi - il fattore I è stato sempre importante e, ripeto, utile anche nelle battaglie perdute. Lo ammetto, il valore forte del fattore I non lo ho (non lo abbiamo) capito subito; c'è stato un tempo di incomprensioni e risentimenti e mi dispiace che questo ti abbia indotto anche ad autocritiche, generose, ma forse non utili. Ci è voluto del tempo - almeno per me - per capirlo, ma ci hai insegnato due cose. La prima è che non si entra in politica, non si ha la superbia di occuparsi degli altri e anche di orientarli, con l'obiettivo - pure legittimo - di accrescere il proprio personale potere. Si entra in politica, ci si consente la superbia di orientare, di indicare la giusta via solo per la passione di esplorare, di cercare, di tentare di individuare il percorso giusto nel labirinto della realtà presente. La seconda è - direi - l'etica della responsabilità: quando si arriva a un punto di rottura con qualcosa che è più grande e che coinvolge il destino di molti si può, forse si deve, fare un passo indietro. Non rinnegare ma tacere e anche subire.

Credo che nella lettura del fattore I, amici e avversari abbiano commesso l'errore di trascurare il peso della poesia, considerata più un tuo vezzo o una debolezza piuttosto che - come credo sia - che una componente decisiva. La poesia - lo insegnano i poeti maggiori - non è una divagazione letteraria. La poesia è espressione massimamente sintetica di ricerca, di tensione culturale e morale, che contrasta lo stato di cose esistente. Pensiamo solo al nostro Leopardi e anche alla lezione di Luporini. Nella lettura del fattore I abbiamo sempre, erroneamente, sottovalutato o messo al margine il potere della poesia e della poesia del tuo tempo; una poesia peraltro poco accetta al tuo partito. Ricordo un articolo di Togliatti su Rinascita, nel quale esprimeva pena e, direi, commiserazione per quei giovani contemporanei che si dovevano contentare di Montale e di Morandi. Ma come si fa a tentare una lettura di Ingrao prescindendo da Ungaretti e Montale? Dal «codesto solo oggi possiamo dirti...» al desiderio spasmodico della formula che dischiuda la conoscenza del mondo. Questa continua presenza della poesia nell'agire politico la si ritrova in molti titoli degli scritti di Ingrao: «le cose impossibili, l'alta febbre del fare», «il dubbio dei vincitori», «variazioni serali», «masse e potere».

La spinta della poesia alla ricerca, alla decifrazione del presente, all'individuazione del futuro, è stato l'assillo permanente di Ingrao insieme all'alta febbre del fare, che spiega e giustifica molte sue scelte, anche recenti e non sempre condivise. Anche il famoso XI congresso del Pci va letto nella chiave della ricerca, nell'ansioso tentativo di individuare il futuro. C'era stato il miracolo italiano, si potevano scorgere gli annunci del `68 e Ingrao si avventurò nella generosa illusione del nuovo modello di sviluppo di fronte alla trasformazione e al rinnovamento del capitalismo italiano. Il presente gli dà torto, ma allora bisognava guardare avanti anche a costo di sbagliare. E sempre in questo non dimenticato XI congresso la rivendicazione del diritto al dissenso non era la richiesta di una garanzia democratica o democraticistica ma la riaffermazione del dovere comunista alla ricerca. Ed è la prevalenza di quest'ansia di ricerca sulle finalità (legittime) di potere personale, che spiega la specificità del gruppo dei suoi sostenitori e la natura degli «ingraiani» che gli rassomigliavano e gli rassomigliano.

Nei diari di Dimitrov si può leggere il testo di un sintomatico brindisi di Stalin. Un brindisi ai «quadri intermedi», nel quale Stalin afferma che Trotsky e Bukarin erano molto più brillanti e importanti di lui ma che furono sconfitti perché, a differenza di Stalin, non si basarono sui quadri intermedi. Ingrao ha avuro il consenso e l'ammirazione di molti quadri intermedi ma non ne ha mai fatto la sua forza. E quelli che gli sono stati e gli sono più vicini sono tutto il contrario dei quadri intermedi di cui parlava Stalin: del tutto inadatti a trasformarsi in un disciplinato gruppo di sostegno, cosa che peraltro fuoriusciva dall'ottica di Ingrao.

Dall'osservazione attenta e dalla partecipazione di buona parte dei tuoi novant'anni un po' di cose le abbiamo imparate e abbiamo anche imparato ad apprezzare i dissensi pur se aspri e dolorosi. E adesso? Adesso, quando per l'età avanzata tutti siamo indotti ad avere più fretta e si alza la febbre del fare? Adesso ci ritroviamo nell'antico e umanissimo mito di Sisifo: uno scrittore ha detto che in Sisifo c'era dell'ironia. Cerchiamo di avere anche noi questa fiduciosa ironia, pur con il dubbio, non sterile, che qualcosa è cambiata o va cambiando nel masso che dobbiamo spingere a monte. In ogni modo, forza, complimenti per gli anni passati e auguri per quelli che arrivano.

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