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Rita Paris
Il Circo Massimo? Bello senza i Rolling Stones
17 Aprile 2014
Beni culturali
Intervista con Rita Paris, responsabile dell’area archeologica del Parco dell’Appia Antica. «Non siamo dei conservatori, ma non è vero che per rendere attraenti i monumenti dobbiamo chiamare soltanto i Rolling Stones».

Il manifesto, 17 aprile 2014

Fino a giu­gno, il Museo Nazio­nale Romano di Palazzo Mas­simo alle Terme ospi­terà una fan­ta­sma­go­rica ras­se­gna dedi­cata ai mostri e alle crea­ture fan­ta­sti­che nella mito­lo­gia antica. Tutti pre­senti gli incubi dell’uomo clas­sico: dal mino­tauro alle arpie, pas­sando per la chi­mera. In cata­logo, manca ovvia­mente il biblico levia­tano, sim­bolo di quello Stato onni­pre­sente, lento e oppri­mente, denun­ciato da Tho­mas Hob­bes. Lo scorso mese, un arti­colo di Gio­vanni Valen­tini su Repub­blica è parso evo­carlo, quel mon­strum, a pro­po­sito dell’amministrazione pub­blica della cul­tura: sarebbe soprat­tutto la buro­cra­zia delle soprin­ten­denze ciò che «imbri­glia il recu­pero e la valo­riz­za­zione del nostro patri­mo­nio cul­tu­rale, con­tri­buendo così a con­ge­lare la modernizzazione».

Imme­diata l’alzata di capo degli archeo­logi, che hanno rea­gito lan­ciando un appello attra­verso il sito Patri­mo­nio sos. Tra le tante firme, tro­viamo quella di Rita Paris, con­si­gliere comu­nale eletta nella Lista Civica Marino Sin­daco e respon­sa­bile dell’area archeo­lo­gica del Parco dell’Appia Antica. La incon­triamo nel suo uffi­cio di Palazzo Mas­simo, sede museale che dirige dal 2005.

Qual­cosa non va nelle soprintendenze?

La strut­tura per la quale lavo­riamo deve essere miglio­rata: noi stessi ne par­liamo ormai da anni. Non è tut­ta­via giu­sto descri­vere le soprin­ten­denze come car­roz­zoni otto­cen­te­schi. Innan­zi­tutto, sono pas­sate con suc­cesso a gestire finan­zia­menti, anche con­si­stenti, appli­cando la nor­ma­tiva sui lavori pub­blici, estre­ma­mente com­plessa per stu­diosi costretti a con­fron­tarsi con scavi e restauri alla stre­gua di opere edili quali via­dotti e auto­strade. Ci hanno quindi chie­sto di infor­ma­tiz­zare il nostro patri­mo­nio cono­sci­tivo: l’abbiamo fatto. Allo stesso modo ottem­pe­riamo alla legge 241 sulla tra­spa­renza degli atti: rispet­tiamo in pieno i tempi, rispon­dendo sem­pre all’attenzione pubblica.

Che le soprin­ten­denze siano anti­che, que­sto è un altro discorso. In effetti sono nate ancora prima del mini­stero, quando erano com­prese all’interno della Dire­zione gene­rale per le anti­chità e belle arti, dipen­dente dalla Pub­blica istru­zione. Da allora, sono le soprin­ten­denze di set­tore — archeo­lo­gi­che, storico-artistiche, archi­tet­to­ni­che e pae­sag­gi­sti­che — gli uffici peri­fe­rici pre­senti sul ter­ri­to­rio, che pre­si­diano e con­trol­lano seguendo le forme di pia­ni­fi­ca­zione ela­bo­rate dagli enti locali, dai piani rego­la­tori ai piani ter­ri­to­riali pae­si­stici. Fran­ca­mente, non rie­sco a imma­gi­nare da quale strut­tura pos­sano essere sostituite.

Una grande rivo­lu­zione fu, nel 1993, la legge Ron­chey sui ser­vizi aggiun­tivi: prima custode e bigliet­taio erano la stessa per­sona; adesso bigliet­te­ria, book­shop, e punti di ristoro sono gestiti a parte. Le soprin­ten­denze hanno defi­ni­ti­va­mente rivolto la loro atten­zione agli aspetti gestio­nali e di valo­riz­za­zione della fun­zione pub­blica, con­cen­tran­dosi sulle nuove esi­genze didat­ti­che e comu­ni­ca­tive. I luo­ghi della cul­tura si sono aperti a un mondo diverso, non solo specialistico.

Un luogo comune, tut­ta­via, insi­ste nel riba­dire che siete troppo auto­re­fe­ren­ziali e dovre­ste aprirvi ancora di più all’esterno.

Per quanto riguarda la ricerca di spon­so­riz­za­zioni, non è vero che siamo sol­tanto con­ser­va­tori. Anzi, manca poco che fac­ciamo i butta-dentro: quelli che pur di ren­dere attraenti i nostri musei, pur di avere mag­giori visi­ta­tori si mostrano dispo­ni­bili a orga­niz­zare tipi di eventi che non hanno molto a che vedere con l’archeologia. Non è il caso di Musei in musica, Una notte al museo, la Set­ti­mana della cul­tura, ini­zia­tive che pos­sono attrarre un pub­blico diverso che altri­menti non si sarebbe mai acco­stato all’arte antica. I Rol­ling Sto­nes, però, sono ecces­sivi, anche per­ché il Circo Mas­simo non ha biso­gno di visibilità.

Quali sono, quindi, i limiti e le cri­ti­cità prin­ci­pali delle soprintendenze?

Abbiamo una serie di figure pro­fes­sio­nali entrate con una qua­li­fica direttivo-apicale; se non fai un con­corso, lì ti fermi. La nostra è una strut­tura pira­mi­dale con un diri­gente e diversi diret­tori che hanno degli inca­ri­chi spe­ci­fici presso monu­menti, pezzi di ter­ri­to­rio, musei. Una strut­tura del genere, con tali respon­sa­bi­lità, meri­te­rebbe un rico­no­sci­mento diverso. Lo sti­pen­dio di un diret­tore di museo, invece — Uffizi com­presi — arriva al mas­simo a 1800 euro. È un inca­rico che, come ti viene dato, così ti viene tolto: oggi sei il diret­tore della Gal­le­ria Bor­ghese, domani puoi lavo­rare altrove. Non hai un’indennità di fun­zione a fronte della mole di impe­gni e respon­sa­bi­lità richie­ste, delle com­pe­tenze neces­sa­rie per gestire rap­porti con le isti­tu­zioni nazio­nali e internazionali.

Così non si può con­ti­nuare a lavo­rare: se ancora resi­stiamo, è per­ché abbiamo intro­dotto nel lavoro qual­cosa che va oltre l’idea di con­tratto. È pro­prio la pas­sione, il tra­sporto, l’enorme senso di respon­sa­bi­lità che ha fatto dimen­ti­care a chi ci governa quanto la nostra con­si­de­ra­zione sia ina­de­guata al ruolo svolto. Tutti lavo­riamo nor­mal­mente dodici ore al giorno, distri­can­doci tra aspetti gestio­nali e ammi­ni­stra­tivi, senza dimen­ti­care la ricerca scien­ti­fica: non pos­siamo smet­tere di stu­diare per restare al passo con l’impegno scien­ti­fico che gli acca­de­mici pos­sono affron­tare. Se non studi, non puoi orga­niz­zare una mostra né gestire un museo: non hai la pos­si­bi­lità di redigere un cata­logo, scri­vere le dida­sca­lie, orga­niz­zare atti­vità didattiche.

Sem­brano le stesse richie­ste degli inse­gnanti. E se le soprin­ten­denze le abolissero?

L’età media delle sovrin­ten­denze è di 57 anni. In alcune regioni sono state immesse forze gio­vani; a Roma e nel Lazio no. Da anni ormai non entra un fun­zio­na­rio nuovo al quale tra­smet­tere la nostra espe­rienza, giu­sto per pas­sare la staf­fetta. Nello Stato non c’è car­riera: ci sono degli interni di livelli infe­riori che non cre­scono, altri pro­prio non entrano. Le dichia­ra­zioni del mini­stro, finora, da un lato par­lano del ricorso a pri­vati, dall’altro di una spen­ding review che sicu­ra­mente va ope­rata, ma non certo qui, dove sarebbe quanto meno rischiosa e con­tro­pro­du­cente. Se si tol­gono risorse alle soprin­ten­denze, si impo­ve­ri­sce irri­me­dia­bil­mente il rap­porto dello Stato con i luo­ghi della cul­tura sul territorio.

Una delle obie­zioni più fre­quenti sostiene che lo Stato non possa far­cela a gestire da solo il nostro patri­mo­nio cul­tu­rale. Biso­gne­rebbe con­cede mag­giore spa­zio ai privati?

Dav­vero non si capi­sce cosa si intende oggi per pri­vati, per­ché ci sono sem­pre stati. Già nel ’94 avevo imma­gi­nato una mostra — Dono Hart­wig, ori­gi­nali ricon­giunti e copie tra Roma e Ann Arbor in Michi­gan — che riu­niva fram­menti scul­to­rei del Tem­plum Gen­tis Fla­viae finiti all’inizio del ’900 sul mer­cato anti­qua­rio. L’operazione fu por­tata avanti gra­zie al con­tri­buto di uno spon­sor pri­vato: l’Eni. È fon­da­men­tale, tut­ta­via, sot­to­li­neare quello che sem­bra ovvio: deve essere lo Stato a soprin­ten­dere. Ulti­ma­mente abbiamo avuto con­tri­buti di pri­vati a titolo diverso: nel caso della Pira­mide Cestia e della Fon­da­zione Pac­kard a Erco­lano, si è trat­tato di ero­ga­zioni libe­rali e di atti di mece­na­ti­smo che non hanno chie­sto nulla in cam­bio se non il pub­blico rico­no­sci­mento e rin­gra­zia­mento; nel caso del Colos­seo, si è andati un po’ oltre. Quello che conta, tut­ta­via, è il pro­ce­di­mento: i pri­vati ver­sano i soldi nelle casse dello Stato e, quindi, delle soprin­ten­denze; que­ste, infine, pro­ce­dono a rea­liz­zare i pro­getti atte­nen­dosi rigo­ro­sa­mente alle pro­ce­dure di legge. Nes­sun pri­vato può dire diret­ta­mente: «io voglio occu­parmi dei restauri al Colosseo».

Non pensa che l’opinione pub­blica possa fati­care a com­pren­dere le vostre ragioni?

Al con­tra­rio, penso che a volte i cit­ta­dini siano per­fino più esi­genti di noi, fino a pre­ten­dere di più di quello che si possa effet­ti­va­mente dare. Per esem­pio, anni fa, un limi­tato scavo pre­ven­tivo in occa­sione della costru­zione di un edi­fi­cio in via Padre Seme­ria, all’Eur, aveva resti­tuito alcune testi­mo­nianze anti­che. In seguito, il palazzo non si fece più e lo scavo rimase a lungo in stato di abban­dono, fin­ché noi non chie­demmo il rin­terro per garan­tirne la pro­te­zione: la migliore forma di conservazione.

I cit­ta­dini quasi insor­sero. Insomma, da un lato si accu­sano le soprin­ten­denze di essere da osta­colo al pro­gresso, dall’altro ogni ritro­va­mento archeo­lo­gico fini­sce per sca­te­nare una sorta di orgo­glio locale. Se l’Italia asse­gna all’intero patri­mo­nio cul­tu­rale della nazione uno 0,19%, è ovvio che il governo e gli ammi­ni­stra­tori con­ti­nuino a chie­dere con mag­giore forza il con­tri­buto dei pri­vati. La que­stione sta tutta qui.

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