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Il bene strappato
19 Novembre 2009
Clima e risorse
Un altro dei beni comuni – l’acqua – consegnato ai privati: occorre mobilitarsi da subito. Negli articoli su il manifesto, 19 novembre 2009 (m.p.g.)

Il bene strappato

Guglielmo Ragozzino

Come l'Idriz di un tempo - l'acqua pizzichina, dicevano le mamme ai bambini - anche l'acqua che da domani sgorgherà dal fontanone di Montecitorio conterrà una polverina magica: un pizzico di capitale. Senza tema di cadere nell'ideologia, è proprio il capitale che fa la differenza. Per il pensiero unico che guida l'economia, è insopportabile l'esistenza di un bene pubblico, comune a tutte le persone. Deve essere strappato, venduto, messo a frutto. Non è un problema di maggiore efficienza, di eliminazione degli sprechi, di lotta alla corruzione. Tutto quello che esiste deve essere messo a valore, deve rendere, non in termini di quantità prodotte, ma di ricavi e dividendi.

Così l'acqua. Il primo risultato, del resto ammesso anche dai fautori di destra del nuovo provvedimento - e dagli ambigui sostenitori della privatizzazione idrica, attualmente nella minoranza - è che l'acqua al rubinetto costerà di più. La spiegazione sarà la solita. L'acqua è vita, diranno a chi si oppone, non vorrete avere la vita gratis: non sarebbe morale. Il secondo risultato sarà la selezione tra i consumatori. E' intuitivo che tra una bidonville e un campo di golf sarà quest'ultimo ad avere la meglio. Soprattutto durante la siccità. Non si può giocare a golf con un'erba ingiallita. Invece si può fare a meno di lavarsi nelle baraccopoli; quelli del golf ne sono sicuri.

Nella lotta di classe che ogni tanto si riapre, sono i pochi, capitalisti, finanzieri, che fanno i guai, pur se si vantano di essere i portatori di ogni innovazione. E sono i tanti, gli altri, che pagano i prezzi e sono costretti a comprare l'acqua in bottiglia.

Se l'acqua diventa merce, quella in bottiglia è una merce che vale di più; e la «minerale» che sgorga da qualche buco della terra o da qualche altissimo, purissimo, freddissimo ghiacciaio ancora di più: per l'acqua c'è una prima, seconda e terza classe di consumatori. Il prezzo finale è in buona parte pubblicità.

L'acqua è di tutti. Tra 2007 e 2008 il Forum dei movimenti dell'acqua ha raccolto firme per una legge: quattrocentomila firme. Era uno straordinario coinvolgimento di milioni di persone. Così, per l'Italia quanto è lunga, è oggi convinzione diffusa che l'acqua sia un bene comune e che chi l'ha rubata, prima o poi dovrà restituirla. La cultura dei beni comuni non si limita poi a rimpiangere l'acqua perduta, a chiederla indietro e basta, ma si allarga ad altri campi, ad altri beni.

Forse quelli del pensiero unico ricorderanno domani il furto dell'acqua come una sconfitta disastrosa.

Su tariffe e profitti, e a pagare è lo Stato

Andrea Palladino

Il decreto Ronchi ha aperto la porta alla privatizzazione massiccia dei servizi idrici. Era un esito politicamente scontato, ma con conseguenze pesantissime. Mai come in questo caso l'affidamento ai privati è la peggior soluzione per la gestione di un servizio pubblico. Dietro i bilanci milionari della multiutilities - pronte ora a prendere in mano il poco rimasto allo stato - c'è un sistema che permette alti profitti, bassi investimenti e tariffe alte. Cosa che altri paesi - come la Svizzera, il Belgio, gli Usa e parte dei comuni francesi - hanno capito molto bene, tanto da difendere con forza la gestione pubblica. Occorre, prima di tutto, fare chiarezza sul punto centrale della vicenda: è la forma societaria della Spa a suggellare la privatizzazione di un servizio. Poco importa, in realtà, se si tratti di un gruppo a capitale misto pubblico-privato o interamente privato. La mission, in questi casi, è il profitto e la speculazione, spesso finanziaria, e non di certo il miglioramento della rete e del servizio idrico.

Il caso più importante è sicuramente la romana Acea, la principale società di gestione dei servizi idrici in Italia e tra le prime dodici nel mondo, che già oggi controlla i rubinetti del Lazio, della Toscana, di parte dell'Umbria e della Campania. È stata trasformata da Rutelli, alla fine degli anni '90, da azienda municipale - la sua forma storica dal momento della creazione nel 1907, quando sindaco di Roma era Nathan - in società quotata in borsa. Oggi tra i principali soci privati - che detengono il 49% del pacchetto azionario - ci sono la Suez e Caltagirone, oltre agli speculatori che scambiano giornalmente le azioni in Borsa.

Il maggior bacino idrico gestito da Acea è l'Ato 2, che comprende l'intera provincia di Roma. Un ambito territoriale composto da più di cento comuni, dove ogni sindaco - escluso quello di Roma - possiede appena lo 0,00003% delle quote societarie. Nulla, quindi. Non solo: i patti parasociali obbligano i cento e più primi cittadini della provincia di Roma ad esprimersi univocamente, bloccando sul nascere ogni possibile dissenso. Eppure all'epoca dell'affidamento del servizio idrico ad Acea il centrodestra (attraverso l'ex presidente della provincia Silvano Moffa, An) e il centrosinistra (con la voce dell'ex sindaco di Roma, Walter Veltroni) presentarono la nuova società come «a prevalente capitale pubblico locale».

La scelta della Spa ha avuto immediate conseguenze proprio sugli investimenti, sulla qualità dell'acqua e sulla tariffa. Secondo quanto era stato calcolato al momento dell'affidamento il territorio della provincia di Roma avrebbe avuto bisogno di almeno 3,6 miliardi di euro di opere idrauliche nei trentanni della concessione. Nel piano degli investimenti, però, la cifra scese drasticamente a poco più di due miliardi. Inserire, infatti, l'intero budget nel piano finanziario avrebbe comportato una tariffa talmente alta da rendere politicamente e socialmente ingestibile la situazione. Il resto? Le soluzioni sono due: o lo mette lo stato o le opere necessarie non verranno fatte.

Chi ieri in parlamento sosteneva, dunque, che la privatizzazione è necessaria per poter intervenire sulle reti idriche mentiva apertamente. Tutti gli investimenti dovranno essere fatti basandosi esclusivamente sulla tariffa: ovvero il conto lo pagano interamente i cittadini, mentre i lavori verranno gestiti dalle multinazionali. Non solo. La legge quadro sulle risorse idriche - che il decreto Ronchi non ha abolito - prevede che al gestore venga assicurato un ricavo garantito pari al 7% del capitale investito. Nel caso di Acea - primo operatore del servizio idrico in Italia - solo per la provincia di Roma la "remunerazione del capitale" supera abbondantemente i 73 milioni di euro all'anno (dati 2008 tratti dalla relazione della segreteria tecnica operativa), interamente pagati con le bollette dell'acqua. Soldi che non finiscono in opere o nel risanamento delle reti idriche, ma nelle tasche degli azionisti. Al momento dell'affidamento, infatti, Acea ha valutato il valore del suo apporto (posizionamento sul mercato, management, conoscenze accumulate) in quasi un miliardo di euro. Un "capitale investito" che va remunerato, anche ad investimento zero. Dal 2003 al 2008 questo meccanismo ha portato nelle casse di Acea - e quindi nelle tasche degli azionisti - 404 milioni di euro. Soldi che se fossero stati gestiti dai consorzi pubblici avrebbero potuto finanziare il rifacimento dell'intera rete idrica della provincia di Roma.

La mancanza degli investimenti che caratterizzano la gestione privata delle Spa ha un impatto immediato sulla qualità dell'acqua e sulla salute dei cittadini. La zona a sud di Roma avrebbe bisogno di interventi immediati sugli acquedotti. Qui, come in molte parti d'Italia, l'acqua ha tassi di arsenico oltre la norma. Per ora Acea ha chiesto la deroga ai limiti di legge - che il governo e la Regione Lazio hanno concesso - promettendo lavori nei prossimi anni. Se gli investimenti si pagano a caro prezzo - quando vengono fatti - è la tariffa a colpire subito i cittadini. Nel giro di un anno l'incremento delle bollette ha sfiorato il 5%, mentre l'amministratore delegato di Acea ha già chiesto un aumento a due cifre. Per fare cosa? «Servono tanti investimenti», ha spiegato, dimenticando che gli utili distribuiti negli ultimi anni erano più di 100 milioni. Un affare troppo ghiotto per lasciarlo nelle mani dei comuni.

Tutte le mosse per bloccare la legge

Marco Bersani*

Avevano studiato tutto per bene. La privatizzazione dell'acqua inserita in un decreto legge che nulla aveva a che fare con la stessa, il provvedimento tenuto sotto silenzio, le veline dei grandi mass media amici dei poteri forti e il consueto immobilismo delle opposizioni parlamentari. Ma improvvisamente il giocattolo si è rotto: migliaia di e-mail hanno inceppato i computer di deputati e senatori, oltre 50 mila firme raccolte in pochi giorni sono state consegnate alla Presidenza della Camera, un presidio numeroso e colorato ha inondato Montecitorio e diverse decine di iniziative sono state organizzate in tutto il Paese. La campagna "Salva l'Acqua" promossa dal Forum italiano ha fatto precipitare il castello di carte: tutti hanno dovuto prendere atto della gravità della norma che si andava approvando e hanno dovuto prendere posizione (perfino le opposizioni sono uscite dal letargo).

Ed eccoli, governo e presidente del Consiglio, costretti a chiedere la fiducia perchè consapevoli di non averla. Hanno deciso di consegnare l'acqua ai privati e alle multinazionali, hanno consapevolmente ignorato una legge d'iniziativa popolare, firmata da oltre 400.000 cittadini, che giace nei loro cassetti dal luglio 2007, hanno ascoltato le sirene di Confindustria, ignorando la forte sensibilità sociale e la diffusa consapevolezza popolare sull'acqua come bene comune e diritto umano universale. Ma la battaglia per l'acqua pubblica è appena cominciata. Chiederemo a tutte le Regioni di seguire l'esempio della Puglia e di impugnare per incostituzionalità la nuova legge.

Promuoveremo in tutti i Comuni delibere d'iniziativa popolare per inserire negli Statuti il principio dell'acqua bene comune e diritto umano universale e la definizione del servizio idrico come "privo di rilevanza economica", sottraendolo così alla legislazione nazionale. Chiederemo ai 64 Ato, oggi affidati a Spa a totale capitale pubblico e dunque a rischio di finire nelle mani dei privati, di scegliere la loro trasformazione in enti di diritto pubblico, gestiti con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali, così come si appresta a fare l'Acquedotto pugliese. E chiameremo tutte e tutti a una grande manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell'acqua e la difesa dei beni comuni per il 20 marzo, giornata mondiale dell'acqua, e a una settimana dalle elezioni regionali. E valuteremo l'ipotesi di indire un referendum. Perchè si scrive acqua, ma si legge democrazia.

* Forum italiano dei movimenti per l'acqua

La legge passa, le regioni pensano alla Consulta

Carlo Lania

Come annunciato la Lega ha presentato il suo ordine del giorno per chiedere al governo di valutare se siano possibili deroghe, in modo da lasciare ai comuni «virtuosi» la possibilità di continuare ad affidare la gestioni dei servizi pubblici senza effettuare gare. Una volta fatto il suo dovere, buono solo per addolcire un po' la pillola ai suoi sindaci, il Carroccio è però immediatamente rientrato nei ranghi e ha votato come tutti la fiducia al decreto Ronchi che privatizza l'acqua, decreto che passa così con 320 voti a favore e 270 contrari. «Non si muore per una legge, si muore se salta il governo», spiega ai suoi Umberto Bossi . Voto blindato a parte, anche ieri però il governo ha mostrato tutte le difficoltà del momento. Neanche il tempo di gustarsi il risultato dell'ennesimo voto di fiducia, ed ecco che l'esecutivo va sotto su una serie di ordini del giorno dell'opposizione: sei bocciature secche di fila - cinque delle quali su odg dell'Italia dei valori - rese possibili dal vuoto che domina i banchi della maggioranza. Un risultato che fa tornare di corsa in aula tre ministri - La Russa, Ronchi e Vito - e che obbliga il leghista Matteo Brigandi a parlare a lungo per dar modo ai suoi di richiamare i colleghi ormai già sulla strada di casa. Uno sforzo inutile, tanto che alla fine lo stesso Ronchi annuncia di accettare tutti gli odg. «Oggi la maggioranza parlamentare non c'è e vive un travaglio profondo», dice il deputato dell'Idv Massimo Donati, mentre per l'Udc Marco Vietti il governo «ha preso atto che non c'è più la sua maggioranza».

Ma nonostante il via libera ottenuto dalla Camera, non è detto che per la nuova legge la strada sia tutta in discesa. Il governatore della Puglia Nichi Vendola ha già annunciato di voler ricorrere alla Corte costituzionale contro la legge che apre la strada alla privatizzazione dell'acqua. Le ragioni del ricorso sarebbero nel conflitto di attribuzioni aperto dalla nuova normativa, e in particolare con l'articolo 117 della Costituzione che affida al legislatore nazionale competenze per quanto riguarda la tutela della concorrenza. «L'acqua però non è una merce, ma un bene e non è quindi assoggettata ai criteri della concorrenza», spiega l'assessore ai lavori pubblici della regione Fabiano Amati.

E la Puglia potrebbe non essere l'unica Regione a decidere per il ricorso. La settimana prossima la Conferenza delle regioni deciderà che fare, ma nel frattempo il presidente Vasco Errani non nasconde il suo malumore e parla chiaramente di «forzatura» da parte del governo : «Ancora una volta viene meno la collaborazione e il rispetto delle competenze», spiega. Ancora più esplicito Errani lo diventa quando parla come presidente della sua Regione, l'Emilia Romagna: «Per quel che mi riguarda, personalmente, penso che questo provvedimento che va oltre l'applicazione delle norme comunitarie, ponga questioni serissime sia sui rifiuti che sulla risorsa acqua, che non può che essere pubblica».

Ieri il governo ha tentato di smorzare le polemiche negando che il decreto Ronchi apra la strada alla privatizzazioni. «Si vogliono combattere i monopoli, le distorsioni e le inefficienze», ha detto il ministro per le Politiche comunitarie, mentre il collega Brunetta si è addirittura detto convinto che la riforma «aprirà alla concorrenza e abbasserà i prezzi». Rassicurazioni che però lasciano il tempo che trovano tra i consumatori, sempre più preoccupati per le conseguenze che la privatizzazione dell'acqua porterà all'economia delle famiglie. Al punto che più di un'associazione ha già fatto i conti. Per il Codacons una volta a regime, cioè tra tre anni, la riforma comporterà rispetto a oggi un aumento medio del 30% sulle tariffe dell'acqua. Previsioni ancora peggiori arrivano invece dal responsabile dei servizi a rete del Movimento difesa del cittadino (Mdc) , secondo il quale gli aumenti in bolletta saranno del 40%» visto che «si aggiungerà la necessità dei profitti delle Spa con inevitabile conseguenze sulle tariffe». Cittadinanzattiva, infine, ha annunciato l'inizio di una raccolta di forme per promuovere un referendum che cancelli la legge.

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